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Strajè-Stranieri

VistodaParma - Per la moschea serve una soluzione chiara e dignitosa per tutti

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Pino Agnetti

Siamo sicuri di stare discutendo nella maniera più giusta e, soprattutto, più costruttiva? Entro il 2065, gli immigrati in Italia saranno più di 14 milioni (un quarto della popolazione). E noi siamo ancora qui a trascinarci dietro questa polemica sulla moschea figlia di mille forzature e strumentalizzazioni e di progetti evidentemente (altrimenti il Tar e il Consiglio di Stato che ci stanno a fare?) sbagliati. Risultato: invece che andare avanti nel processo di integrazione (che a Parma e provincia comunque funziona: basta chiederlo ai diretti interessati), si rischia continuamente di fargli fare un passo indietro. Quasi che il tema fosse, appunto, “moschea sì, moschea no”.

Hanno voglia i vari comitati di qua e di là a dire che non è così. Però, è questo che la gente comune percepisce e alla fine intende. Fino a suscitare un’onda di fastidio e di rifiuto più che giustificati in chi, soprattutto coi tempi che corrono, ha ben altro a cui pensare. Ed è proprio così che il razzismo e l’intolleranza pur messi alla porta rischiano, ogni volta, di rientrare dalla finestra.
Cosa fare, allora? Beh, per prima cosa “smorzare” questo bailamme in cui i frequenti richiami alla vicenda Bonsu, da un lato, e le carte bollate e le denunce dall’altro non servono assolutamente a nulla. Se non ad ingigantire il già colossale pasticcio. In secondo luogo, non sarebbe male darsi una occhiatina attorno. Per scoprire ad esempio che a Milano (tanto per non andare troppo in là) si sta pensando a una soluzione esattamente opposta a quella che ha scatenato l’infinito oggetto del contendere da noi. Cioè, a rimpiazzare il modello di un’unica “grande moschea” con una rete di centri di preghiera più piccoli sparsi in città. L’idea è dunque quella di aprire dei luoghi di culto nei quartieri.

Obiezione: a Parma ce n’era già uno in borgo San Giuseppe. E’ vero. Però, quella era una topaia indegna ricavata in un garage fatiscente. Come tale, al di sotto delle esigenze minime di qualsiasi culto (e sottolineo “qualsiasi”) almeno in un posto come Parma. Seconda obiezione: moltiplicando i luoghi di culto, diventa più difficile “controllarli” per prevenire le infiltrazioni di elementi che potrebbero rappresentare una minaccia per l’intera comunità. Ma chi l’ha detto? Tutto dipende, appunto, se si stratta di “moschee fai da te”, oppure di spazi nati alla luce del sole. Regolamentati in maniera chiara e precisa attraverso un “patto” sottoscritto fra i rappresentanti della comunità islamica e la locale amministrazione. E per finire, inseriti nei piani regolatori del Comune. A ulteriore garanzia di tutti i soggetti variamente interessati, inclusi - si badi bene - i residenti del quartiere interessato. Quanto ai vantaggi pratici, provate solo a immaginare per un attimo quanto segue: niente più code e parcheggi intasati come avviene periodicamente attorno al Centro islamico di via Campanini. Meno oneri anche di gestione a carico della stessa comunità musulmana. Fine di ogni contenzioso legale. E poi, scusate, se noi abbiamo le nostre parrocchie, gli altri non possono avere e frequentare più comodamente le loro?
Non va bene neppure così? Se ci sono altre soluzioni, avanti. Ma almeno finiamola con questa storia “moschea sì, moschea no” buona solo ad alimentare vecchie e nuove paure.
 

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  • giuliana

    03 Gennaio @ 14.48

    (4 e ultima parte) Evidentememte non sappiamo cos'è il culto se assimiliamo una religione-stato, una religione-cultura-diversa con quello che è il nostro culto come religione cattolica. Globalizzazione è anche abbattimento di muri nelle culture e nelle relazioni interpersonali. Sono nati i trattati e il diritto internazionale. L'islam ha un suo diritto internazionale, ma non è il diritto internazionale come lo intendiamo noi. L'islam nasce come religione in quanto parola di Dio. Non è creato dagli uomini, ma sunna, corano e hadit sono parola di Dio data agli uomini e in quanto parola di Dio non si può contrastare. Il loro diritto internazionale non è che la lunga mano della shari'a. L'islam porta, sul mercato della globalizzazione, il proprio diritto in aperta violazione a tutti i diritti umani nel resto del mondo. Se non c'è accordo tra gli Stati nel diritto internazionale, la posizione dell'islam è:"Io comando, tu subisci". Stesso copione e stesso finale di tutti i tavoi di confronto e dialoghi posti in essere con l'islam, anche a livello comunale, dove, con un pressapochismo e qualunquismo inammissibile, gli sprovveduti amministratori si piegano a qualunque richiesta, inventandosi una legalità e una legittimazione inesistente. Si parla di costruzione di edifici di culto per le religioni diverse dalla Cattolica solo e unicamente nei patti di intesa, MAI nella legislazione ordinaria. E' inammissibile che sia l'islam a dettar legge. Consultare la proposta di legge “ Moschee e Legalità” Interventi per la regolamentazione della realizzazione di centri Islamici Potete fare copia-incolla con il seguente: http://www.libertaefuturo.it/index.php?option=com_docman&task=doc_view&gid=89&tmpl=component&format=raw&Itemi

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  • giuliana

    03 Gennaio @ 14.45

    Il codice non prevede, per le associazioni, il bilancio e i controlli come per le fondazioni. Nelle associazioni non c'è trasparenza, perchè nelle associazioni culturali non ci devono essere degli interessi particolari. Ci troviamo quindi di fronte a fondazioni di opere pie che sono musulmane (i waf, che non sono previsti nel nostro ordinamento, perchè quelle previste come religione cattolica sono tutte fondazioni riconosciute con personalità giuridica). Chi ha il potere e il controllo nell'ambito delle moschee ha un potere enorme. Nei paesi d'origine, il waf è gestito direttamente dallo Stato e dall'autorità religiosa (e qui non vogliono e ha quella forma giuridica che qui non vogliono) Rapporto tra waf (associazioni prive di personalità giuridica, quindi esenti da controlli) -edifici di culto Giuridicamente il bene "edificio di culto" è una sottocategoria dei "beni culturali di interesse religioso previsti dall'art.9 codice Urbani del 2004 i quali, a loro volta, fanno parte dei "beni culturali" (art.117, lettera s, Costituzione) Per costruire un edificio di culto serve un accordo tra il ministero dei beni culturali e la rappresentanza, a livello NAZIONALE -non locale- della religione che fa richiesta. (per la costruzione di chiese cattoliche ci sono intese fra Cei regionale e delegati dei ministero dei beni culturali). NON ESISTE EDILIZIA DI CULTO COMUNALE. (art.117, 2° comma). Valorizzare significa impedire che pinacoteche, librerie, ecc., cose che riguardano il nostro patrimonio culturale, vada perduto. Il comune si deve interessare di volumetrie, ma l'AUTORIZZAZIONE è di COMPETENZA dello STATO. Prima autorizzazione statale, poi urbanistica. Oltretutto non parlano di oneri di urbanizzazione, perchè si definiscono luoghi di culto e su questa linea non pagano neppure l'ici. L'edificio di culto moschea è invece sempre abbinato ad altre posizioni (scuola, associazioni waf, funerali, ...) Non si paga l'ici solo se: Decreto legislativo 504 del '92 comma 1, lettera d ...destinati esclusivamente all'esercizio di culto PURCHE' COMPATIBILE con l' art. 8 della COSTITUZIONE e pertinenze. (3-continua)

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  • giuliana

    03 Gennaio @ 14.42

    primo livello- religione preferenziale- La Chiesa cattolica, che era Chiesa di Stato 1929-30, poi Patti Lateranensi, poi accordi con la Cei 1984 e del 96. La Chiesa italiana costruisce con un decreto presidenziale del 2005. A livello nazionale l'accordo è tra la Cei e il ministero dei beni culturali (art. 117 lettera s: dice che appartengono in misura ESCLUSIVA di competenza dello Stato una serie di situazioni tra cui anche i beni culturali) secondo livello-intese- Art. 8 Religioni acattoliche costruiscono beni immobili e valorizzano le proprie culture e i propri retaggi culturali sul nostro territorio con quelle che sono le "intese". Anche per loro, se si tratta di fondazioni e di opere pie, devono essere riconosciute, cioè avere personalità giuridica. terzo livello-nessuna intesa- Riguarda l'islam, che non fa parte delle prime due. L'unica normativa vigente è quella sui culti ammessi come culto "altro" 1159 del 1929 posta in essere con il regio decreto del 1930 Devono essere comunque eretti in ente morale (all'epoca era così definita la personalità giuridica). Tutto quello che riguarda associazioni o fondazioni per l'esercizio di opere definite pie (il waf islamico non esiste nel nostro ordinamento) DEVE essere, per legge, un ente con personalità giuridica). Cosa che non tutte le associazioni islamiche sono, a parte quella riconosciuta con decreto nel 1974 che prevede, nell'art. 36 del proprio statuto, la rappresentanza di fronte alle pubbliche amministrazioni ( di fronte agli enti locali e allo Stato) e in giudizio. Ma la moschea di Roma non ha mai parlato a nome di tutti i musulmani d'Italia. La legge dice:"sei un'associazione e vuoi parlare con me? Devi essere un ente riconosciuto". L'associazione del waf più conosciuta -esiste dal 1989- è stato il waf-al islam, associazione culturale (nata come non culturale e tuttora rimasta tale), lunga mano dell'ucoii, che serve per la gestione dei luoghi di culto musulmano. Il problema è la raccolta e l'impiego del denaro (2-continua)

    Rispondi

  • giuliana

    03 Gennaio @ 14.40

    Alla cortese attenzione del giornalista Pino Agnetti e degli amministratori comunali. Le amministrazioni comunali che autorizzano luoghi di culto musulmani, si arrogano competenze che la legge non ha mai concesso loro. Che cosa dicono, in proposito, le nostre leggi? 1 punto) Art. 8 Costituzione: Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge(*) sulla base di intese con le relative rappresentanze. (*) L. 24 giugno 1929, n. 1159 e R.D. 28 febbraio 1939, n.289 2 punto) Art. 117 Costituzione: La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni [...] Lo STATO ha LEGISLAZIONE ESCLUSIVA nelle seguenti materie:[...] c) rapporti tra la Repubblica e le confessioni religiose; s) tutela dell'... e dei beni culturali. Sono materie di legislazione concorrente (regionale) quelle relative a: [...] valorizzazione dei beni culturali [...] 3 punto) "CODICE DEI BENI CULTURALI E DEL PAESAGGIO" (Decreto legislativo del 2004 e successive modifiche del 2008,-ha abrogato quella del'99 che, a sua volta, aveva abrogato quella del'39-) tenta di riordinare la materia, ma formula un sibillino articolo (9)che riguarda i beni culturali di interesse religioso. Infatti, mentre l'art.19 dlgs 490/99, 1° comma identificava i beni culturali di interesse religioso "quelli appartenenti ad enti e istituzioni della Chiesa Cattolica" e rimandava, per i beni appartenenti a confessioni religiose diverse dalla Cattolica, alle LEGGI emanate sulla base di INTESE sottoscritte a norma dell'art. 8 comma 3 della Costituzione, l'attuale Codice dei beni culturali del 2004, pur riprendendo alla lettera le disposizioni dell'art.19 dlgs 490/99, con l'art. 9 affida la competenza al Ministero dei Beni Culturali e "per quanto di competenza" alle regioni. La definizione di bene culturale è invece enunciata all’art. 2 di detto decreto “sono beni culturali le cose immobili e mobili, che ai sensi degli artt. 10 e 11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà”. Nell’ampio genere di beni culturali di interesse religioso esistono anche la sottospecie dei beni destinati al culto (ovvero edifici di culto). E il riconoscimento della libertà di professare la propria religione non implica che automaticamente vi sia la possibilità di costruire edifici di culto. (1-continua)

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  • katiatorri

    31 Dicembre @ 18.44

    perchè il tuo commento sarebbe laico e tollerante e non razzista?gli europei buoni,che però hanno colonizzato mezzo mondo,contro gli altri infidi?le ideologie che han portato alla seconda guerra mondiale ,quindi,non sono nate in europa ma nei paesi islamici....il commercio di schiavi era per portare via dalla fame della povera gente....il fatto che i africa si cintinuino a depredare tutte le risorse,bè,sono islamici travestiti da multinazionali occidentali! purtroppo questo è anche il prodotto di chi ha usato la balla delle guerre umanitarie per giustificare le guerre per i propri affari,non solo ha provocato la tragedia della guerra ma anche fomentato paura e razzismo e ora ci si accorge che sono tigri facili da liberare ma difficili da rimettere in gabbbia

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