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Parmense, una provincia indiana dove l'agricoltura parla sikh

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Edoardo Malvenuti

«Parma è meglio di Venezia», non un intransigente loggionista del Regio, né un tifoso sfegatato gialloblù, eppure le strade del centro dice di conoscerle a memoria. Singh Satbir, 25 anni, indiano della regione del Punjab arriva in città nel 2009. Da tre anni lavora in provincia, oggi è bergamino nell’azienda Fratelli Fanfoni di Vicomero. Munge, tiene pulite le vacche, dà il latte ai vitelli. «Guarda, guido anche il trattore», urla sopra il rumore della macchina agricola mentre sposta alcune balle di fieno che gli serviranno nella stalla. La sua giornata inizia quando il resto del mondo dorme.
D’inverno, nella pianura ghiacciata, quella stalla la scaldano le bestie. Satbir si sveglia alle cinque per la prima mungitura di giornata, poi alle sette e mezza arriva il camion a portarsi via il latte. E lui può tornare a riposare per qualche ora nel container, la sua nuova casa dopo qualche mese trascorso nella cascina assieme al suo datore di lavoro. «A febbraio vado in India, mi sposo, poi quando torno voglio affittare un appartamento» sorride sorseggiando un succo di frutta nella piccola cucina. Sul muro di plastica un ritratto di Guru Nanak il primo santone della religione Sikh.

Capelli corti Alla barba lunga e al turbante chiuso a pugno sulla fronte, due tratti distintivi della sua comunità religiosa, Satbir preferisce capelli corti e guance rasate. Ma anche lui è un seguace, un sikh, e mostra con orgoglioso un braccialetto di ferro, il kara, un oggetto sacro che si porta sempre al polso. In India si è laureato in Arte poi ha raggiunto uno zio che è in Italia da 16 anni. Di fronte alla torre antica dell’azienda, che pare uscita da una pellicola di Fellini, confida sicuro: «Io vorrei sempre restare a Parma. Voglio abitare qui con la mia famiglia».
Di storie come quella di Singh Satbir ce ne sono tante nelle campagne parmensi. «Nelle nostre aziende sono stati assunti 127 indiani su poco più di 800 lavoratori del settore in tutta la provincia» spiega Michele Parisi di Coldiretti Parma. Alla federazione sono iscritte circa 240 aziende agricole e zootecniche, circa un terzo del totale. «L’agricoltura in questo momento ha bisogno di manodopera specializzata immigrata per garantire l’eccellenza dell’agroalimentare di Parma nel mondo» dice Marco Allaria Olivieri, direttore di Coldiretti Parma. E aggiunge: «Dalla metà degli anni Novanta molti dei nostri giovani hanno preferito rivolgersi al settore terziario».

Comunità Nel frattempo i lavoratori indiani, che rappresentano la sesta comunità straniera della provincia, sono diventati circa il 20 per cento della manodopera totale. Un fenomeno che riguarda tutta l’Emilia Romagna: secondo il dossier Caritas-Migrantes, gli indiani impiegati nella filiera del latte rappresentano un lavoratore su tre. «Certo - spiega ancora Parisi - qui a Parma non si raggiungono i numeri della Lombardia, dove le aziende agricole sono di carattere imprenditoriale e assumono tanti lavoratori. Le nostre imprese sono per lo più a conduzione familiare» . Un’organizzazione che si riflette anche nei rapporti umani tra datore di lavoro e dipendenti: «Perfino io, un dipendente della Coldiretti, sono stato invitato da una famiglia indiana al battesimo del loro figlio» conclude Parisi.

Bambini «italiani» «I miei due bambini sono nati in Italia» racconta Joshi Narender Kumar, 39 anni, indiano del Rajasthan. È l’alba nell’azienda Bariano di Bacedasco, al confine tra colline parmensi e piacentine. «In India lavoravo in una fabbrica di carta a Nuova Delhi, in Italia sono arrivato nel 1994». Prima la Puglia, poi Cuneo, sempre nelle stalle, e ormai da dieci anni al fianco di Paolo Loschi, 45 anni, titolare dell’azienda: «Narender è una persona senza pallini per la testa. Pensa solo al suo lavoro». Come Satbir, Narender segue i tempi della mungitura: due turni al giorno, mattina e pomeriggio. «Un mio amico mi ha detto che c’era lavoro con gli animali e allora ho deciso di provarci. Per migliorare la mia vita e guadagnare» racconta mentre dà il latte ai vitellini nei box fuori dalla stalla. Come per gran parte degli indiani, il rapporto con la mucca è speciale: «Anche il nostro dio Krishna - spiega - curava le vacche. Noi abbiamo grande rispetto per questi animali». Nares, come lo chiama amichevolmente Paolo, vive in azienda con la famiglia Loschi: l’appartamento, che divide con la moglie e i due bambini, si affaccia sul cortile.

Nel caseificio Singh Rashpal, Singh Manjot e Singh Harpal sono i nomi segnati a pennarello sulla cassetta delle lettere. È il civico 25, in via Varano, località Cella di Noceto. Qui, in uno dei tanti caseifici del Parmigiano, continua la filiera del latte. «Parmigiano Reggiano» è l’indicazione incollata sulla porta del laboratorio dei Fratelli Zanetti. Dietro, a fare gli onori di casa, c’è proprio Singh Harpal, nato 36 anni fa nel nord del Punjab. «Sono qui dalle sei, il latte arriva alle sette e mezza, poi lo si mette nelle caldaie per fare il formaggio» spiega sorridente, mentre racconta come nasce una forma. Dalla raschiatura al magazzino passando per la «salatoia» e la camera calda. «Ne facciamo trenta al giorno» dice, indicando con orgoglio il marchio del caseificio sul parmigiano lasciato a stagionare.
Sua moglie è infermiera all’ospedale di Vaio mentre i due figli maschi vanno a scuola a Varano Marchesi. «Uno vorrebbe fare l’attaccante», sorride passeggiando tra le profonde vasche di rame usate per la cottura del latte. Prima di salire le scale per andare a pranzo c’è tempo per un’ultima battuta: «Come mi vedo tra dieci anni? Io penso che andrà sempre meglio».
 

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