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Strajè-Stranieri

VistodaParma - E ora sulla moschea prevalga il buon senso

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Pino Agnetti

Concretezza e regole. O, se volete, regole e concretezza. E’ questa la strada maestra di qualunque consesso civile. Come tale rispettoso dei diritti non meno che dei doveri di ogni sua componente, singola o minoritaria che sia. Ed è appunto questa la strada che - ma il condizionale è d’obbligo - sembrerebbe avere finalmente imboccato l’annosa (basti pensare che va avanti dal 2007) questione della moschea cittadina. Tocca ora, come è naturale, alla comunità musulmana locale scegliere quale fra le soluzioni prospettate dal Comune possa risultare la più idonea e vantaggiosa. Sapendo che, prima questa scelta verrà presa, e prima sarà possibile renderla operativa. Consentendo così ai musulmani di Parma - anche se mediamente in Italia solo il 5 per cento dei credenti di quella fede frequentano una moschea - di avere un luogo dove ritrovarsi in santa pace per pregare e per svolgere le proprie attività culturali. Ecco, però, un primo punto su cui varrebbe la pena di superare certe ambiguità del passato, nell’interesse generale e dei musulmani stessi. Vogliamo evitare il ripetersi della infinita battaglia legale che tante divisioni e incomprensioni ha creato? Allora, si prenda il coraggio a due mani e si abbia l’onestà prima di tutto intellettuale di riconoscere che non esiste (né nel caso specifico ha il minimo senso che esista) alcuna differenza fra «centro culturale» e «luogo di culto». Poi, se per quella burocrazia che rappresenta tuttora uno dei mali peggiori dell’Italia (in tutti i campi, mica solo nella sfera della libertà religiosa), quella sede dovesse chiamarsi ancora «Centro culturale islamico», pazienza. Però, sarebbe cento volte meglio scrivere sulla targa il suo vero nome: moschea. Esattamente come si fa in tutti i Paesi musulmani. Dove (ma è normale che chi non vi ha mai messo piede, preferendo invece atteggiarsi a paladino nostrano dei fedeli di Allah, non lo sappia) nella moschea non si prega soltanto. Ma si studia. Si insegnano le lingue e altre materie, come la storia e la matematica. Ci si riunisce per conversare sui fatti del momento. Si celebrano i matrimoni e si assistono i parenti delle persone decedute. Si tengono corsi di artigianato. Si dipinge. Si organizzano feste e talora ci si ritrova pure a mangiare. Dunque, se davvero vogliamo disinnescare una volta per sempre la «mina» moschea, diventa decisivo riconoscere che questa dicotomia fra «luogo di culto» e «centro culturale» può servire unicamente - e infatti altroché se è servita! - a ingarbugliare le idee alla gente e ad allontanare la soluzione del problema. L’altro aspetto fondamentale da considerare riguarda il danno patito da chi ha comprato e allestito a proprie spese il famoso capannone di via Campanini dichiarato, ormai irreversibilmente, non idoneo a ospitare un luogo di culto. Che la comunità musulmana si sia sentita presa in giro da chi le aveva fatto credere il contrario, è non solo comprensibile. E’ un fatto che merita la nostra più totale condivisione. Ma che, tuttavia, non può e non deve far passare in secondo piano che una soluzione, stavolta con tutti i crismi della legalità, è finalmente a portata di mano. Non sprechiamo questa occasione. E, in nome della concretezza e del rispetto delle regole, cogliamola. Ne usciremo tutti migliori e più forti. E, ciò che più conta, più uniti.
 

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  • giuliana

    18 Marzo @ 13.49

    Per capire meglio la figura (che nella realtà non esite) di musulmano moderato: Nel libro-documento "Figlio di Hamas" di Mosab Hassan Yousef, scritto da Mosab, figlio dello sceicco Hassan Yousef (uno dei capi fondatori e membro carismatico di Hamas, l'organizzazione palestinese che compie continui attacchi contro Israele) che ora vive in America come rifugiato politico perchè si è convertito al cristianesimo - quindi ripudiato e condannato a morte dai suoi stssi familiari- dopo essersi convinto che non Israele, ma l'islam è l'unico nemico di se stesso, scrive: [pag. 24-25]...La vita, secondo l'islam, è come una scala in cui la preghiera e i canti in lode di allah occupano il gradino più basso....i musulmani tradizionali stanno ai piedi della scala e vivono provando un senso di colpa perchè non sono buoni paraticanti. In cima ci sono i fondamentalisti. I moderati si posizionano nei gradini intermedi. Un musulmano moderato è in realtà più pericoloso di un fondamentalista, perchè sembra inoffensivo, ma non si riesce a prevedere quando salirà il prossimo gradino verso la cima della scala. Gran parte degli attentatori suicidi erano inizialmente dei moderati...."

    Rispondi

  • giuliana

    18 Marzo @ 13.28

    Mi spiace che il giornalista Agnetti non solo non progredisca nella conoscenza dell'islam, ma chieda ai cittadini di Parma di permettere di entrare dalla finestra a chi non ha i requisiti richiestri dalla legge per poter entrare dalla porta principale. Dato per certo che nessuna associazione culturale, biblioteca o scuola italiana abbia mai impedito l'ingresso a chiunque volesse frequentarli, ne consegue che la necessità di avere centri culturali separati e distinti è solo un pretesto. Ha ragione solo su un punto: la moschea NON è una chiesa. Il momento della preghiera comunitaria è soltanto un aspetto, il meno importante, dell'insieme delle funzioni che si svolgono in moschea. Non è un caso che tutte le rivolte e le azioni violente prendano il via dopo la "preghiera comunitaria " del venerdì. La moschea, dunque, rappresenta un luogo in cui si fa politica attiva, funziona come tribunale, come caserma e centro militare. Siccome è impensabile che si possano ottenere queste autorizzazioni, è più semplice dribblare e pretendere la moschea in nome di una generica libertà religiosa. Fare l'equivalenza tra edificio di culto (adibito a riti, preghiere e pratiche di una confessione religiosa) e un edificio in cui si fa cultura (come una biblioteca) è un'arrampicata sugli specchi. Sono gli stessi seguaci di maometto che invocano a gran voce l'applicazione dell'art. 8 (1°comma) della Costituzione. Ma l'art. 8 prosegue con altri due commi. (2° comma)< Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano>. Significa che " bisogna tener conto dei contenuti" o "a prescindere dai contenuti"? Lei invoca, giustamente, l'applicazione delle regole, cioè delle nostre leggi. Ma è proprio in nome dell'osservanza alle nostre leggi che l'islam, per i suoi contenuti violenti e contrari alla libertà e dignità di ogni essere umano, non potrà mai avere alcun riconoscimento giuridico. A Roma i rappresentanti dell'ucoii sono stati allontanati dal tavolo di studio per le loro inflessibili posizioni estremiste (semplicemente quelle prescritte dal corano) nei confronti dei diritti umani. Il motto dell'organizzazione dei fratelli musulmani (in Italia = ucoii, quelli che spingono per ottenere moschee o centri culturali dappertutto) è il seguente:" "allah è il nostro obiettivo, il profeta è il nostro capo, il corano è la nostra legge, la jihad è la nostra via, morire sulla via di allah è la nostra speranza". Non esiste un islam moderato, esiste l'islam. La figura del musulmano moderato è stata inventata ad esclusivo uso e consumo delle ingenue e non informate popolazioni occidentali. Gli accordi firmati sottobanco (più conosciuti come "patti" di intesa o di cittadinanza) sono un tentativo vergognoso di eludere le nostre leggi per permettere ai seguaci di maometto di continuare ad ingannarci e farci credere che l'islam abbia un volto presentabile e sia una cosa diversa da quello che è.

    Rispondi

  • Federico F.

    17 Marzo @ 08.39

    non fanno niente di male ,noi cosidetti cristiani dovremmo prendere esempio da loro . Perchè vi dovete fare delle seghe mentali, lasciateli in pace.il problema e risolto.i tanti che ho conosciuto,mi hanno insegnato tanto. in primis.il rispetto.e l'umiltà.

    Rispondi

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