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In Senegal un terzo delle entrate proviene dall'estero. I soldi arrivano anche con l'aereo

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di Andrea Violi

Non importa che abbia un lavoro regolare oppure sia disoccupato, che mantenga la famiglia in Italia o che sia un giovane single, magari clandestino: il senegalese deve mandare in patria un po' di soldi. Con le rimesse di chi è andato all'estero il Senegal paga un terzo del bilancio statale. Ma soprattutto, la gente paga il cibo, la scuola per i bimbi, qualche spesa per la casa.
Lo spiega in modo chiaro Osseynou Mbengue (per tutti Oscar), presidente della Comunità senegalese di Parma. È attiva dal 1989 e ha circa 400 iscritti ma in realtà «tutti si rivolgono all'associazione», per chiedere aiuto o per mantenere i contatti con i connazionali. Sono 1.860 quelli regolari, dice Mbengue, che stima in 10% circa quelli clandestini. Nel 2010 da Parma e provincia sono partiti per il Senegal 4,1 milioni di euro; nel 2011 sono stati inviati 4,3 milioni. La cifra reale è sicuramente più alta, visto che in molti casi ci si affida ancora ai canali informali, che sfuggono a controlli e statistiche.

«Le famiglie sono circa il 30% dei senegalesi, il resto sono single - spiega Mbengue -. Negli ultimi 10 anni le famiglie si sono stabilizzate. Quando i senegalesi trovano lavoro in un luogo, ci restano. E tutti mandano soldi per sostenere il Senegal: famiglie o single, non importa, la solidarietà famigliare fa parte della nostra cultura. Anche chi porta qui la famiglia invia aiuti a genitori, fratelli o sorelle».
Il modo preferito per inviare denaro? I money transfer: «Le banche costano meno ma impiegano 3 o 4 giorni lavorativi per inviare - continua Mbengue -. Se però si invia denaro che in Senegal serve per pagare una bolletta, spese mediche o per l'alimentazione della famiglia... non si può aspettare tanto. In Europa siamo fra i cinque Paesi che più inviano denaro in patria. Le rimesse sono superiori agli aiuti internazionali».
I servizi organizzati stanno prendendo piede ma anche tra gli africani non passano di moda metodi più artigianali, senza commissioni e tasse da pagare. Un buon 30% degli euro che partono per Dakar vengono portati in valigia. «I canali informali sono molto importanti - spiega Mbengue -. Quando qualcuno torna in Senegal, gli altri raccolgono i soldi e glieli affidano. Quando i money transfer non c'erano, si faceva sempre così». La fiducia è tutto, in un sistema come questo... «Ci si fida. E funziona sempre - assicura Mbengue -. Molti provengono dagli stessi luoghi e ci si conosce». Insomma, non sarebbe difficile rintracciare chi non rispettasse le regole.

Se le rimesse collettive degli africani che si sono spostati a Parma contribuiscono al sostentamento quotidiano, possono esserci invii di denaro un po' speciali che finanziano progetti più corposi. È il caso del progetto messo in piedi a fine 2011 da Forum Solidarietà, Università e Cariparma per la costruzione di un Centro sanitario a Kember, in collaborazione con l'Associazione dei Senegalesi di Ndakar Lamane. Entro fine novembre sono stati raccolti 10mila euro per costruire un Centro sanitario che offrirà assistenza medica primaria alla popolazione locale. Il materiale aspetta solo di essere sdoganato nel porto di Dakar.
Per il futuro si sta pensando a nuovi progetti di questo genere. Adesso l'obiettivo si sposta sui bambini: i senegalesi vorrebbero comprare 3mila kit scolastici (con quaderni, penne e altro materiale). Tuttavia servirebbero aiuti anche per gli agricoltori, che nel 2011 hanno dovuto fare i conti con magri raccolti.

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