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Dal Burkina a Parma per essere uomini liberi

Dal Burkina a Parma per essere uomini liberi
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 Giulia Coruzzi

«Be yè ka yè?», «cosa c'è lì che non c'è qui?». È questo uno dei modi di dire che in Burkina Faso si sente ripetere più spesso. Sono gli anziani dei villaggi, naturalmente, a farne un uso maggiore, specie quando i figli o i nipoti decidono di partire. 
«Lo sappiamo, è così: le possibilità sono ovunque. E la nostra terra natale non ne è assolutamente priva - sottolineano i burkinabé di Parma -. Eppure a volte lasciare il proprio Paese è necessario, perché non è solo una scelta ma una necessità». I giovani e gli adulti del Burkina che oggi vivono a Parma sono arrivati per motivi diversi, ma tutti sono sicuri che nel momento in cui hanno deciso di partire, quella era l’unica cosa da fare. Non tanto per una questione di opportunità, ma di libertà. 
Lo Stato dell’ex Alto Volta (così si chiamava, fino al 1984, il Burkina Faso) ha conosciuto infatti periodi in cui era difficile sentirsi sicuri, più frequente sentirsi perseguitati. I primi cittadini del Burkina iniziarono ad arrivare a Parma alla fine degli anni '80, preferendo in realtà la Francia per questioni linguistiche. «Allora la situazione era piuttosto diversa - spiega Seoune Mamadou, presidente dell’associazione dei cittadini del Burkina di Parma -. Eravamo solo in tre originari del mio Paese ad esserci trasferiti a Parma. Era il 1989 e ci ha accolto un boom di lavoro e solidarietà per tutti gli extracomunitari. Purtroppo la tendenza alla malavita di alcuni stranieri ha reso le cose più difficili per tutti». Ha iniziato, come tanti suoi connazionali, a fare le stagioni in Italia d’estate. Poi, un anno, ha smesso di tornare a casa una volta finita la raccolta dei pomodori. Ha lavorato a lungo per un’azienda che realizzava e installava radiatori e dal 2010 è senza lavoro. «Ho due figli, uno di 23 anni che lavora e uno di 15 che frequenta la scuola alberghiera - racconta -. È una fase molto delicata per tante famiglie, italiane e non». 
Lui che l’associazione dei cittadini del Burkina Faso di Parma e provincia l’ha fondata e che da qualche tempo ne è presidente crede molto nelle iniziative realizzate con amici e simpatizzanti: «Gli eventi sono importanti. Per noi, che non perdiamo il legame con le origini, e per la gente di Parma, che può avere occasioni per conoscere la nostra cultura». Dalle danze alle cene, dai concerti alle conversazioni: sono state numerose, negli anni, le occasioni di aggregazione tra parmigiani e burkinabé. Ma ancora tanti non sanno che tuttora si fugge da questa repubblica in cui dal 1987 il presidente è Blaise Compaoré, che ha instaurato una forma di governo che si definisce «repubblica» ma che in varie fasi ha assunto i contorni di un regime militare. 
Dapprima colonia francese, nel 1960 divenne repubblica dell’Alto Volta finché, con il rivoluzionario Thomas Sankara, non fu ribattezzata Burkina Faso, che significa «Terra degli uomini integri». Sankara, che fu il primo in Africa a riconoscere la piaga dell’Aids, cercò di cambiare radicalmente il Paese attuando una serie di riforme sociali. Venne fatto uccidere nel 1987, proprio dal suo vice Blaise Compaoré, tuttora capo del governo. 

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