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"La nostra sfida: studiare a Parma"

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Maroua El Baqui
Se tanto si è parlato della fuga dei cervelli italiani, poco si è sentito di quelli che potremmo definire cervelli d’importazione. Persone che vengono da lontano e che hanno deciso di investire speranze e denaro lontano dal loro Paese. Giovani che hanno fatto la valigia per ricominciare da qui, dall'Italia,  dall’Università di Parma. Il gruppo più numeroso, nel nostro ateneo,  è quello degli studenti arabi arrivati da Marocco, Egitto, Israele, Tunisia e Libano.
Come la giovane marocchina 23enne  che, sola, decide di partire e di iscriversi alla facoltà di Lingue straniere di Parma. «Mio padre - racconta  -  ha lavorato duramente tutta la vita, sperando di poter dare un futuro migliore a me e alle mie sorelle. Ma, dopo essermi ripetutamente scontrata nel mio Paese, anche in ambiente accademico, con una realtà piena di raccomandazioni e umiliazioni, ho capito che non avrei avuto nessuna possibilità in più rispetto a mio padre. Essere una ragazza rendeva tutto ancora più difficile. Così ho deciso di partire e di avviare le pratiche per richiedere il permesso di soggiorno per studenti, incoraggiata da una zia che da anni viveva in Olanda». Rania (ndr: nome di fantasia)  ha sostenuto un esame in lingua italiana per la valutazione della sua preparazione e quando, con grande sorpresa, ha scoperto  di essersi  posizionata tra i primi quattro migliori studenti in tutto il Paese, ha messo da parte tutti gli indugi. Ed è partita.
 Nella sua nuova vita, l'ostacolo maggiore è stato ambientarsi in un paese completamente diverso, abituarsi alle nuove libertà e ai nuovi spazi. Dopo tre anni, il peggio è passato: come la perdita della borsa di studio dovuta alla difficoltà di sostenere gli esami in italiano, le successive difficoltà economiche, la preoccupazione per i sacrifici affrontati dalla famiglia in Marocco. «Di solito è il contrario. - dice Rania - I figli all’estero lavorano e mandano denaro ai genitori. Per ora, invece, sono io a dover dipendere da loro. E non vedo l’ora di  poter contribuire anch'io all’economia domestica». 
Da Israele a Parma. Non per motivi politici o economici, ma perché in Israele l'accesso alla facoltà di Medicina è un'impresa quasi impossibile, il numero chiuso limita drasticamente le immatricolazioni. 
Così David (ndr: nome di fantasia), che  da sempre sente il padre raccontare dei suoi studi in Italia, cresce con una visione romantica del nostro Paese. Arrivato il momento di iscriversi all’università, non viene ammesso alla facoltà di Medicina di Israele: così, incoraggiato dal padre, parte per l’Italia. Qualche mese a Firenze, per imparare l'italiano. Poi l'arrivo a Parma. Se l’esperienza fiorentina si contraddistingue per il divertimento e il gioco infinito, a Parma la musica cambia, sia per le minori possibilità di svago sia perché è arrivato il momento di studiare sul serio. «Oggi, dopo tanti anni, ho di Firenze ho un ricordo pazzesco, la scuola in cui seguivamo il corso d’italiano aveva dato ad ogni studente una specie di abbonamento per le discoteche della città, quindi ogni sera si andava a festeggiare. Se invece dovessi definire con una parola il mio primo periodo a Parma direi “battaglia”». 
Una battaglia dovuta alle difficoltà linguistiche: «Per ottenere un qualsiasi risultato dovevo faticare il triplo. I primi esami furono tutti deludenti e applicare il mio italiano a quello dei manuali di medicina fu devastante». Una battaglia anche contro i pregiudizi: «Ricordo gli ostacoli per affittare una casa, aprire un conto in banca, allacciare luce e gas o per installare una linea telefonica». All'università, invece, tanti amici:  «E’ un “toto-scommesse” continuo all’indovina la nazionalità».
Dopo otto anni, David ha trovato l’amore e, nonostante le festività siano tristi senza la famiglia, vive felicemente a Parma con una ragazza italiana  alla quale sta insegnando a cucinare le specialità tipiche israeliane come la Kusa, zucchine al forno ripiene di riso, e la Wharkaa, foglie d’uva cotte al vapore, ripiene di riso e spezzatino d’agnello. «Questo quando ho voglia di cucinare, perché altrimenti mangio: pasta e sugo Barilla». 
La storia di Ben (ndr: nome di fantasia), 28 anni, arabo israeliano, è molto simile: nasce vicino ad Haifa, sogna di studiare medicina, non riesce ad entrare nella facoltà del suo Paese. Quindi parte per l’Italia. Ha un grande desiderio di viaggiare e conoscere nuovi mondi: «Sono cresciuto in un paesino molto piccolo, in campagna. Con mia madre e le mie sorelle, guardavamo film e soap opera attraverso la parabola. Desideravo sperimentare la vita all'estero. Sono musulmano e, negli anni, la mia visione della religione e della vita è cambiata. Gli amici rimasti a casa mi prendono in giro quando confrontiamo i nostri pensieri. Ma li capisco, in questi anni ho incontrato persone diverse e mi sono trovato in tante situazioni impreviste, ho vissuto alla giornata per molto tempo, questo ha cambiato il mio modo di vedere molte cose».  
Loro, come tanti giovani che hanno scelto di studiare all’estero, non possono permettersi weekend al mare o passatempi costosi: «Passo le mie giornate tra la Biblioteca Civica, le lezioni e il tirocinio. La sera, a volte, ci concediamo una cena a casa di amici dove ognuno porta qualcosa. E‘ difficile però vivere lontano, tutto diventa sempre più caro. Per nostra fortuna Parma è una bella città e una semplice passeggiata in centro o nel parco basta i risollevare gli animi».
 Ragazzi che nella conversazione passano  da una lingua all’altra senza battere ciglio. Iniziano una frase in arabo, poi si spiegano in inglese, salutano nel frattempo l’amico in egiziano, consigliano un film in francese e poi concludono il dialogo in italiano. Per loro è la norma: non c’è niente di strano nel parlare quattro o cinque lingue,  le diversità linguistiche e culturali diventano spariscono. Restano, in comune con i compagni di studio italiani,  le ansie da bollette infinite, gli esami, gli appelli mancati e il voto sfiorato. Sono gli stessi ragazzi che allo scoppio delle rivolte «verdi» in Tunisia e Egitto hanno trascorso ore con il cuore in gola, riuniti fino a tardi a casa dell’amico con la parabola. Di fronte alle mille fughe dall’Italia, loro sono i nostri arrivi. La nostra sfida: i  cervelli d'importazione.

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