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Leonor, dall'Argentina a Parma per dare un avvenire ai figli

Leonor, dall'Argentina a Parma per dare un avvenire ai figli
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Margherita Portelli
Dalla facilità con cui parla di sé e del proprio percorso, dalla voce calda e dai modi gioviali ma gentili: l’Argentina, a Leonor Grossi, gliela puoi leggere nel volto e nei modi. 58 anni, nativa della provincia del Chaco, Leonor è a Parma da ventuno anni, è il suo primo «ricordo d’integrazione» ce l’ha ancora stampato nella memoria: «I bambini erano piccoli, andavano a scuola, e io ancora avevo molta difficoltà con la lingua - racconta ancora un po’ emozionata -. Eravamo in gita, e un papà mi chiese di dare un’occhiata alla sua bimba perché si doveva allontanare un attimo. C’erano tanti altri genitori, ma lui lo chiese a me: mi fece sentire esattamente come tutti gli altri. Fu un momento di gioia incredibile». Come in quell’occasione, spiega Leonor, i figli e la famiglia sono stati molto utili all’amalgama sociale e culturale che le ha permesso di rifarsi una vita a  migliaia di chilometri da casa. Lei e il marito, nativi di una terra di migranti, hanno ripercorso a ritroso il viaggio compiuto dai padri decenni prima: «Loro dall’Italia andarono in Argentina che erano ragazzi per trovare lavoro – racconta Leonor, che da vent’anni lavora come dipendente alla Greci di Ravadese -. Noi, sul nascere degli anni Novanta, spinti dalla situazione critica a livello politico ed economico in cui versava il nostro paese - già sposati e con due bambini - decidemmo di lasciare i nostri lavori (mio marito aveva un negozio di alimentari e io ero dipendente della pubblica amministrazione) e di tentare l’avventura, ripercorrendo le orme lasciate qualche generazione prima».
Venne in Italia, Leonor, perché «altrove non sarebbe potuta andare»: c’erano le radici, ma nulla più, perché la lingua i genitori non l’avevano insegnata né a lei né al marito, Nicolas Spinosa. «All’inizio - assicurano - non fu facile». La grande fortuna era la doppia cittadinanza: «Rispetto ad altri emigranti siamo stati senz’altro dei privilegiati – ricorda Leonor -. Per i primi tempi mio marito consegnava uova per un allevamento, e dopo io iniziai a lavorare come stagionale in fabbrica. Il posto divenne fisso, erano altri tempi rispetto ad adesso. Poi chiesero a me e a mio marito di fare i custodi dell’azienda, così ottenemmo anche l’abitazione». Passò qualche anno, il tempo di mettere via i risparmi, e la famigliola della Pampas riuscì a prendere un proprio appartamento. «Noi veniamo da un paese di migranti, siamo aperti e inclusivi per natura - spiegano -, qui si trovano un po’ più di difficoltà nel costruire rapporti di amicizia duraturi». Là, a Sud dell’Equatore e a tanti meridiani di distanza, rimangono gli affetti e gli amici, i ricordi e la gioventù. Qui, il futuro: «Per i figli. Partimmo soprattutto per loro: perché in Argentina stava cadendo tutto il sistema. Ricordo che quell’anno mio figlio andò a scuola quaranta giorni in un anno. Non c’era avvenire in un paese allo sbando come quello». Col tempo, poi, Leonor non si è fatta bastare il lavoro e la famiglia: attiva nel sindacato, è anche vice coordinatrice del «Tavolo immigrazione e cittadinanza» del Comune di Parma, un organismo che fornisce pareri e formula proposte sui temi legati all’immigrazione e all’integrazione: «Mi sono sentita di farlo - conclude -, anche perché credo che la partecipazione sia la giusta strada per inserirsi».

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  • hugo horacio

    02 Agosto @ 13.52

    QUERIDA LEONOR!!!! Una alegría inmensa ver a una amiga de la niñez, un cariño grande para vos, Chiche y los niños. -

    Rispondi

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