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L'ascesa di Cyrille: da pony express a "padroncino"

L'ascesa di Cyrille: da pony express a "padroncino"
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Margherita Portelli
Se lo si dovesse racchiudere in tre parole, non si potrebbe di certo sbagliare: perché Cyrille Rodolphe Sehai, ivoriano quarantacinquenne che vive a Parma dal 1999, è proprio quello che si dice un «self made man».
Mentre racconta la sua storia, comodamente seduto nel giardino della sua casetta in prima periferia, oltre la staccionata c’è uno dei suoi camion che lo aspetta, pronto per la prossima consegna. Autotrasportatore, titolare di una ditta di trasporti che opera in città, Cyrille ha alle spalle una storia di crescita personale e professionale che è un bell’esempio di tenacia.
Arrivato in Italia nel 1993 su suggerimento del padre preoccupato per la difficile situazione politica del loro Paese, Cyrille ha dovuto cambiar vita e tirarsi su le maniche: a Guiglo, una cittadina nella parte ovest della Costa D’Avorio, era uno studente universitario. «Arrivai con l’intenzione di imparare la lingua e poi finire i miei studi di inglese, ma una volta qui, capii che non sarebbe stato facile  -  ricorda Cyrille  - . Gli esami che avevo sostenuto nel mio Paese non erano riconosciuti e, soprattutto, dovevo lavorare, e sodo, per riuscire a mantenermi. Nel ’93 ero a Torino: iniziai con un lavoretto come pony express e dopo pochi anni trovai un posto in fabbrica».
Per questioni sentimentali, poi, decise di andare a passare un periodo in Francia da alcuni parenti, dove per qualche tempo indossò i panni della guardia giurata: «Quando tornai in Italia, nel 1999, arrivai proprio a Parma  -  ricorda -. Presi a lavorare in una fabbrica, a Collecchio: lì il capo mi volle affidare il suo furgone, e fu così che mossi i miei primi passi nel mondo del trasporto. Era dura: tutte le mattine in piedi alle quattro per andare a caricare a Piacenza e poi tornare a Parma. Ma il lavoro mi piaceva».
Gli affari della ditta dove lavorava però non andavano bene, e lo stipendio faticava ad arrivare: «Decisi di mollare. Però pensai che in fondo avevo imparato un mestiere, e capii che sarebbe stato un peccato buttare tutto al vento». Da lì l’idea, l’azzardo, il coraggio: aprire la partita iva e mettersi in proprio. «Le prime consegne le facevo su una Ford famigliare con i sedili ribaltati, ma lavoravo duramente, e già dai primi mesi le fatture venivano saldate con regolarità, così dalla banca mi proposero di prendere un camioncino in leasing  -  ricorda -. Arrivò in poche settimane, non mi sembrò vero». Era il 5 dicembre del 2001: Cyrille si metteva alla guida del suo primo camion.
«Il lavoro è stressante , ma quando sei sul tuo mezzo non c’è nessuno che ti dà ordini: sei libero, e questo è impagabile» sorride. Ora di camion il padroncino ivoriano ne ha un paio: con lui lavora un’altra persona, e presto anche un terzo autista si unirà. Cyrille vive in campagna, ha tre figli e coltiva il sogno di ritornare «a casa». Impegno, ardimento e fortuna gli sono valsi un sogno: «Quello che dico sempre è che non si può affrontare un viaggio di cinquemila chilometri, venire qui e finire a fare l’imbecille  -  conclude -. Ecco perché bisogna mettersi d’impegno  e lavorare. Il resto poi seguirà».

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