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Il calcio al razzismo di Lilian Thuram

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Pier Paolo Mendogni
Due premesse. Per tanti secoli la storia è stata scritta dai vincitori. Per tanti secoli l’Europa Occidentale si è sentita la punta avanzata della civiltà così da voler imporre agli altri le proprie idee, il proprio modo di vivere. Tutto questo ha portato una serie di deformazioni nella lettura della storia, di fraintendimenti pilotati, di ignoranza perseverata con ostinazione che hanno avuto e hanno ancora pesanti ripercussioni nella società mondiale, nel nostro modo di pensare e di rapportarci con gli altri. Oggi con la globalizzazione della comunicazione ognuno può scrivere e divulgare la storia, guardandola da un particolare punto d’osservazione culturale così da aprire nuovi orizzonti interpretativi e offrire chiavi di lettura diverse degli avvenimenti e della formazione del pensiero.
«Abbiamo tutti la stessa origine – ha scritto il paleontologo francese Yves Coppens – Siamo tutti africani, nati tre milioni d’anni fa e questo dovrebbe spingerci alla fratellanza». Invece pochi accettano questo dato di fatto della comune origine dell’uomo e spesso, oltre l’ignoranza, sono sotterranee motivazioni economiche e di potere ad alimentare artificiosamente una distorta percezione delle differenze che si sono formate tra gli uomini a causa del colore della pelle o dell’appartenenza a una determinata religione, dando vita a quel tristissimo fenomeno del razzismo, della discriminazione che tanti guai ha procurato e sta procurando nel mondo. Lilian Thuram – che i parmigiani conoscono come straordinario e indimenticabile calciatore avendo indossato  dal 1996 al 2001 la maglia crociata e essendosi laureato con la Francia campione del Mondo e d’Europa – terminata la carriera sportiva si è interessato a questo scottante problema che affligge l’umanità, il razzismo, e ha creato nel 2008 la «Fondation Lilian Thuram, éducation contre le racisme» per la quale è stato insignito della Legion d’Onore.
E uno dei modi più efficaci per combattere questa ignorante intolleranza è quello di arricchire la nostra conoscenza storica. Così ha voluto scrivere la storia guardandola da un punto di vista diverso da quello degli storici «bianchi» e le sorprese che emergono – leggendo il suo intelligente e stimolante libro «Le mie stelle nere da Lucy a Barack Obama» (add editore) - non sono poche. La storia dell’Africa scritta dai bianchi è solo storia della colonizzazione ma la realtà è ben diversa anche se i bianchi hanno prodotto danni immensi nel continente africano con la deportazione in massa dei giovani, col fomentare le guerre e la discordia tra i piccoli regni, col corrompere le élite politiche per assicurarsi le grandi ricchezze del territorio a poco prezzo.
Gli storici europei hanno spesso «sbiancato» la storia ignorando volutamente l’apporto dei neri. In Egitto, ad esempio, iniziando dal 747 a.C. si sono succeduti vari faraoni neri provenienti dalla Nubia e si sa quanto la civiltà egizia abbia influito su quella greca e quella latina. «Omero, Erodoto, Socrate e Platone hanno riconosciuto il proprio debito verso la civiltà egizia all’origine di buona parte dei loro miti e costumi». Ed Esopo, il grande scrittore le cui favole, riprese da La Fontaine, hanno avuto un importante ruolo pedagogico, si «scopre» che era uno schiavo nato in Nubia dalla pelle scura, le labbra spesse e il naso grosso schiacciato; portato in Frigia, è stato liberato alla morte del suo padrone. «Della storia greca – commenta Thuram – esistono due versioni: la prima presenta la cultura ellenica come essenzialmente europea e dunque emblematica dell’armonia e perfezione bianche; l’altra, riconosciuta dai greci di epoca classica, descrive lo sviluppo meticcio di quella cultura, risultato di una colonizzazione compiuta intorno al 1500 a.C. dagli egizi e dai fenici».
E come mai – viene da chiedersi – studiando la storia nessuno ci ha mai informato della «carta di Maden» redatta nel 1222 dall’imperatore del Mali in cui si afferma «Ogni vita è una vita. E’ vero che una vita viene al mondo prima di un’altra ma una vita non è più importante di un’altra vita, più rispettabile di un’altra vita». Si tratta di una importantissima dichiarazione dei diritti dell’uomo che in Europa si avrà solo nel corso della Rivoluzione francese. E quanti storici della letteratura russa hanno sottolineato come il bisnonno materno di Puskin fosse nero?Le omissioni sull’apporto dei neri allo sviluppo della civiltà sono tantissime. «Prima di andare al lavoro – diceva Martin Luther King – sappiate che la metà degli oggetti e degli elettrodomestici che usiamo in casa sono stati inventati dai neri». L’elenco delle invenzioni è lunghissimo. Eccone alcune: sistema di chiusura e apertura ascensori: Alexander Miles 1867; frullatore: Willis Johnson 1884; frigorifero: John Stenard 1891; spremiagrumi: John T. White 1896; lanterna o lampada a petrolio: Michael Hamey 1884; macchinario per impiantare mais e cotone: Henry Blair; celle frigorifere per autocarri e navi: Friedrick McKinley; semaforo e maschera antigas: Garrett Morgan 1923; cambio automatico per automobili: Richard Spikes 1931; trasfusione di sangue: Charles Richard Drew; rotativa per stampa: Lavalette 1878; telefono cellulare: Henry Sampson 1971.Ogni anno dal 1976 a febbraio – mese in cui nacquero Abramo Lincoln e Frederick Douglas – i neri americani festeggiano il mese della Storia nera per ricordare il ruolo fondamentale dei loro predecessori nella storia del paese. Nel secondo Novecento sono numerosi in Africa e negli Stati Uniti i grandi personaggi neri saliti alla ribalta internazionale tra cui, ricordiamo, Aimé Césaire, poeta e uomo di stato, il senegalese Leopold Senghor, Patrice Lumumba protagonista dell’indipendenza congolese, Nelson Mandela che ha cancellato l’apartheid nel Sud Africa, Martin Luther King fino a Barack Obama il primo presidente nero degli Stati Uniti col quale si chiude la parata delle stelle nere «che mi hanno permesso – conclude Thuram – di evitare la vittimizzazione, di credere nell’uomo e soprattutto di avere fiducia in me stesso».


 

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