Strajè-Stranieri

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Cleo, "strajè" da diversi anni a Parma, dove fra l'altro organizza la manifestazione "Ottobre Africano", ci ha inviato due testi, con altrettante riflessioni per tenere a battesimo la nostra nuova sezione "Stranieri-Strajè", che vuole appunto mettere insieme le due culture oggi presenti sul nostro territorio: quella dei parmigiani di nascita e quella dei parmigiani adottati, che provengono dall'Africa o da altri continenti e Paesi.

Oltre a pubblicare questi testi, invitiamo i nostri lettori stranieri ad inviarci l'augurio "Buon anno" traducendolo nella lingua del loro Paese (ovviamemte specificando di che lingua si tratta). Utilizzate lo spazio commenti nella colona centrale aa fianco di questo articolo.

                                                                                             1) E NOI 


 

Il cielo é blu. Silenzio, il tempo sembra fermo. Camminare su queste strade mi porta alla domanda: chi sono, dove vado? Le strade sono sempre le stesse. Sentire i canti degli uccelli. Non riesco più a scrivere. Hanno picchiato un ragazzo di colore. È del Ghana, dicono. Riconosco il suo viso. Non lo conosco, ma la sua storia mi appartiene. La sua vita fa parte di quello che sono. Straniero, essere senza essere. Una doppia assenza. Né di qui, né di lì. Di nessuna parte. Si chiama Emmanuel. Un ragazzo normale. Senza storia, a parte quella storia. Essere pestato per poter esistere. Qualcuno dice che se fosse stato un bianco non ci sarebbe stato così tanto rumore. Nessuno ne parlerebbe. Questi stranieri che approfittano anche delle loro disgrazie. Poteva stare zitto, non denunciare. Poteva non dire niente. Le parole qualche volta non servono. Questa è la sua città. Questa è la sua realtà. Questo é il suo presente.

Hanno pestato un ragazzo di colore. Subito la manifestazione. Hasta la vittoria, siempre. Lotta continua, bandiere e assessori in piazza. La sinistra contro la destra. La destra contro se stessa. È strano, mi chiedo dove erano prima. Qual è la finalità di tutto questo? La storia, la strada? E noi? Possiamo pensare di poter partecipare? Partecipare, e non essere solo ospiti, stranieri, extracomunitari? Partecipare.

Ho seguito il dibattito scaturito dalla battuta del Presidente del Consiglio: “Obama giovane, bello, abbronzato”. Come se fosse stato quello il problema. Come se alla fine la nostra situazione, quello che viviamo nel quotidiano, non sia così tanto importante. Come se veramente qualcuno sia a sinistra, sia a destra, si sia veramente preoccupato di un discorso così importante come quello del razzismo in Italia.

Movimenti antirazzisti, lotta, manifestazioni, e poi? Dove sono le proposte? Dove è stato l'incontro tra le diverse realtà associative e gli immigrati? Chi si è fermato ad ascoltare quello che vogliamo, quello che pensiamo, qual è la nostra storia? Si può veramente lottare senza sapere? Io credo che si debba partire dalle storie delle persone, dalla loro voce, dalle loro preoccupazioni, che si debba uscire dal discorso politico per entrare nella politica partecipata. Dobbiamo esistere per poter partecipare. Qualcuno mi ha detto che se Obama si fosse candidato in un paese africano, non sarebbe andato da nessuna parte. Può essere vero. E se si fosse candidato in Italia?


 

                                 2)  A VOLTE

   A volte

Simone de Beauvoir diceva “Non nasciamo bianchi o neri, diventiamo, a volte, bianchi o neri”. A volte. Qualche volta mi chiedo chi sono. È una domanda strana. Mi alzo e mi guardo allo specchio e mi faccio questa domanda: chi sono? Quello che vedo, quello che credo di conoscere o quello che mi riportano gli occhi degli altri? Cerco sempre di essere me stesso, ma mi rendo conto di come sia difficile. Vivere con se stessi non è mai facile, vivere con gli altri ti porta sempre a farti questa domanda. Ragazzo di colore, nero, negro? Parole. Io mi chiamo Cleophas Adrien Dioma. Cleophas è il nome che mi ha dato mio nonno. Nella cultura della mia etnia è il nonno che dà sempre il nome al primo figlio del suo primo figlio.  È così che ho ereditato questo nome. Adrien me l’ha dato mia mamma. Mi ha raccontato che quando frequentava il collegio dove studiava per diventare insegnante vedeva sempre il figlio della direttrice, Adrien, ben vestito, molto educato, che tutte le volte che la incontrava diceva sempre con il sorriso: “Bonjour Mademoiselle”. Il suo sogno era avere un figlio come lui. Dioma me l’ha dato mio padre. È il nome della nostra famiglia. Non ho mai mai saputo cosa volesse dire. Non l’ho neanche mai chiesto. So che mi chiamo così, e basta.  A scuola mi ricordo che mi chiamavano tutti Dioma. A casa le mie sorelle mi chiamavano Cle, gli amici Cleo. Sono cresciuto con nomi diversi. Poi ho viaggiato, incontrato altre persone e ho scoperto che sono anche “nero”. Qualcuno mi chiama “extracomunitario”, qualche volta  “negro”. Chi sono? Questa domanda mi porta ad una riflessione che ha fatto lo scrittore mozambicano Mia Couto sulle ultime elezioni in America: "Negli Stati Uniti Obama è nero, in Africa sarebbe considerato mulatto". In Europa? Mi ricordo che Yannick Noah, il giocatore di tennis, era francese quando vinceva, franco-camerunense quando  perdeva. Molto semplice: bastava far uscire la parte "negativa" dal suo essere. La parte africana. Per noi, Obama è la somma di tutti quelli che hanno lottato per la libertà dell'essere umano, per l'uguaglianza tra i popoli, per  l’equità tra il bianco, il nero, il giallo... partendo da Martin Luther a Nelson Mandela, da Malcom X a Thomas Sankara.  E' la somma di tutti quelli che siamo, di tutto quello che vorremo essere.  E' la possibilità. La sua vittoria può portare una persona come me a ritornare ad essere Cleophas Adrien Dioma. A sperare nelle mie capacità, a non pensare più che il colore della mia pelle e la mia origine possano essere un handicap. E soprattutto ad immaginare "un giovane, bello, abbronzato italiano".

Cleophas Adrien Dioma


 


 


 

 

 


 

 

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  • NICE

    01 Gennaio @ 21.20

    FELIZ ANO NOVO... IL MIO AUGURIO IN PORTUGUES, A TUTTI VOI...

    Rispondi

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