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Laura, a 33 anni con una cattedra in America

Laura, a 33 anni con una cattedra in America
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Mara Varoli

Trentatré anni, una laurea specialistica in lingua e letterature straniere moderne all'università di Trieste, un dottorato nel prestigioso ateneo di Princeton e ora una cattedra per così dire «a metà» all'University of Chicago. Da Lemignano, a uno dei grandi centri della cultura mondiale: questo il veloce e soddisfacente cammino di Laura Gandolfi, una parmigiana oltreoceano.
«In realtà si tratta di un posto "tenure track", ossia con possibilità di cattedra dopo 7 anni - spiega -. Questo è il percorso comune nelle università nordamericane, dove si offre un primo contratto come assistant professor che si trasformerà  eventualmente in associate, ossia con cattedra, considerando le pubblicazioni, le conferenze, l' insegnamento del professore. Io sono stata assunta come Assistant professor alla University of Chicago, nel Dipartimento di Romance Languages and Literature, dopo aver conseguito un PhD (dottorato di ricerca) in letterature latinoamericane alla Princeton University. Qui a Chicago insegno letteratura e cultura messicana (la mia area di specializzazione)  e letteratura latinoamericana».

Quali sono le differenze più eclatanti tra un'università americana e un'università italiana?
«Le differenze tra il sistema universitario italiano e statunitense sono molte, sia dal punto di vista accademico che amministrativo. Per quanto riguarda il percorso formativo "graduate" (ossia post-laurea), le università statunitensi offrono programmi di dottorato completamente sovvenzionati e di alto livello (ci sono chiaramente alcune eccezioni). Offrono, in altre parole, una formazione di eccellenza e uno stipendio mensile con il quale lo studente o la studentessa ha la possibilità  di dedicarsi completamente allo studio. Diversa, come ben sappiamo, è  la situazione in Italia, dove il dottorato non prevede necessariamente una borsa di studio. Il sistema qui non è  certo perfetto, anzi, sono molti i problemi del sistema educativo negli Usa. Ma è  un sistema meritocratico, che premia la volontà, le potenzialità  e i successi raggiunti dallo studente. In Italia, e anche questo è  ben noto, la meritocrazia è  molto spesso assente, per una serie di ragioni storico politiche e culturali».

E' dal 2008 che tu stai facendo esperienze in America: dal punto di vista professionale cosa hai dovuto modificare?
«Non credo di aver dovuto cambiare molto. L'Università di Trieste mi aveva offerto un' eccellente formazione e ho continuato a fare il mio lavoro come dottoranda a Princeton, e adesso come professoressa a Chicago. Forse negli Stati Uniti mi sono avvicinata alla teoria, modificando il mio approccio al testo letterario e alla stessa definizione di testo. Ma credo che in Italia le cose stiano cambiando, nel senso che ci sono sempre più  giovani  ricercatori e professori che cercano di avvicinarsi alle discussioni teoriche».

La difficoltà di un'insegnante in Italia è anche quella di dover lavorare con giovani che hanno poche speranze per il futuro: in questo senso, come sono i giovani americani?
«Anche qui negli Usa si continua a vivere le conseguenze della crisi del 2008-2009. I posti di docenza stanno drammaticamente diminuendo e anche qui è  difficile, per uno studente che termina il dottorato, trovare lavoro in un' università. Ma ci sono altre possibilità, il precariato universitario, che permette di trovare un impiego temporaneo in attesa di un posto fisso. Per quanto riguarda la mia esperienza come insegnante, non credo di poter parlare di giovani con poche speranze per il futuro, d' altronde si tratta di Princeton e la University of Chicago, due tra le migliori università  al mondo, che offrono non solo un' educazione di eccellenza, ma anche un appoggio concreto per quanto riguarda la ricerca di un lavoro post-universitario».

Come è organizzata la tua giornata?
«La mia giornata è molto monotona, vado in facoltà di mattina, dove ricevo i miei studenti e lavoro ai miei progetti di ricerca. Mi piace passare il resto della giornata in biblioteca, dove leggo e riesco bene a concentrarmi. Di sera dipende, molto spesso rispondo alle email, continuo con le mie letture o guardo un film».

Torneresti in Italia a insegnare?
«Non tornerei in Italia ad insegnare, e lo dico a malincuore. Se il sistema fosse diverso, se si desse spazio ai giovani, se il governo appoggiasse l' educazione, allora certo che tornerei. Conosco tantissimi ricercatori e professori precari con progetti brillanti, persone eccezionali che purtroppo riescono a malapena a sopravvivere a causa di un sistema malato. Sono convinta che le cose cambieranno, ma non nei prossimi 50 anni».

Se tu avessi dei figli, per loro vorresti un'università italiana o straniera?
«Se avessi dei figli, consiglierei loro una laurea in un' università pubblica francese o messicana (che offrono una grande preparazione a costi molto bassi), e se volessero continuare con un dottorato, allora consiglierei loro di provare a fare domanda qui negli Usa».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Giuio

    02 Novembre @ 19.30

    Ovvio, l'italia è sempre stato uno schifo antimeritocratico, università politicizzate e in balia dei baroni e dei loro familiari. gli ospedali altrettanto.. l'ho sempre saputo essendo figlio di due medici che negli anni 70 scelsero gli states per specializzarsi e vi rimasero per anni e anni.

    Rispondi

  • patrizia

    02 Novembre @ 14.42

    ...Stiamo preparando la valigia....destinazione:Oman...mio marito e' da piu' di un decennio che lavora solo all' estero,non ha mai creduto a questo paese,forse non aveva tutti i torti...

    Rispondi

  • Carlo

    02 Novembre @ 12.44

    Non direi che i giovani non hanno possibilità, basta essere figlio/a di un MINISTRO dell'attuale o precedente governo, come le recenti cronache insegnano, che il posto fisso e strapagato ce l'hai anche se sei una capra. W L'ITTALIA !!

    Rispondi

  • marco

    02 Novembre @ 10.10

    Anche molto carina... una parmigiana che sembra un po' irlandese, che insegna in inglese la letteratura messicana a Chicago... è la gobalizzazione! Ma qui in Italia ci arriva solo recessione, concorrenza insostenibile e TASSE di tipo FEUDALE.

    Rispondi

  • pedrelli mario

    02 Novembre @ 08.51

    NEGLI ANCHE LA MIA FEDE, PER LAVORARE HA DOVUTO ANDARE NEGLI STATES COME MAMMA, TANTI AUGURI LAUIRAI

    Rispondi

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