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L'incubo di Jerry: "Non so più niente della mia famiglia"

L'incubo di Jerry: "Non so più niente della mia famiglia"
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 Chiara Pozzati

Via Cagliari 41, Jerry Cordero aspetta. Non conta più le ore che scivolano nella disperazione. La sua famiglia, la terra, le radici: tutto spazzato via dal tifone. E le Filippine sembrano più irraggiungibili che mai. 
«I miei genitori, nipoti, zii, cugini sono là. Non so neppure se sono ancora vivi». 
Rovescia l’angoscia con calma, prova a difendersi dal dolore. «Neppure la stampa filippina ha potuto raggiungere il mio paese. Il blackout è totale, per ora è tutto fermo. Non potrei arrivare là». Parla più per se stesso che per chi ascolta. La moglie distoglie lo sguardo desolata, ha gli occhi lucidi ma non crolla. 
Jerry è nato e cresciuto a Llorente, quasi ventimila abitanti sparpagliati nella provincia di Eastern Samar, nel Visayas Orientale. 
Dal giorno della tragedia laggiù è calato il buio. E soprattutto il silenzio. «Ho tentato in tutti i modi di contattarli. Solitamente ci sentiamo attraverso Skype, più raramente per telefono, ma ora...». 
La frase rimane in sospeso. Jerry è approdato a Parma 13 anni fa, uno dei suoi figli è nato nella nostra città. «Il più giovane ha 12 anni, poi ci sono le ragazze di 22 e 23 anni, e il maggiore che ne ha 24». 
E’ un uomo di fatica Jerry, lavora come operaio metalmeccanico in un’impresa della provincia. Abituato a orari pesanti e olio di gomito, ha imparato presto ad amare questa città.
 «Mi sono trovato bene fin dal principio - il pensiero vaga lontano, ma si sforza di non perdere la calma -. Parma mi ha subito accolto bene, anche se non ho mai dimenticato la mia terra».
 Una perla affacciata sull’Oceano violentata dalla tempesta. E le ore che adesso si accumulano nell’accogliente salotto di casa Cordero si fanno sempre più pesanti, interminabili. 
 «A fianco a me abitano mio fratello e sua moglie – confida ancora il 48enne – ma non si sentono di parlare, il loro figlio è là in questo momento. Era andato a trovare i parenti ed è stato travolto. Anche loro non sanno nulla, pregano in continuazione, come tutti noi del resto».
 Ma il filo della speranza si assottiglia di minuto in minuto. «Non sappiamo neppure più a chi rivolgerci – prosegue l'uomo tutto d’un fiato, con l'aria esausta – abbiamo anche pensato di metterci in viaggio, ma sarebbe una pazzia. Sappiamo della tragedia da giornali e televisioni italiane, lo schermo rimane sempre acceso ma l’angoscia ci divora». 
Ad addolcire il calvario solo la vicinanza della comunità: «In tanti in questi giorni hanno espresso il loro affetto: ci passano a trovare spesso e volentieri, non ci lasciano soli». 
Poi, naturalmente, c’è la chiesa di Sant’Uldarico: avamposto di speranza in questo maledetto limbo. «Il fatto di trovarci insieme a pregare è un sollievo». 
Affidarsi al cielo per accorciare le distanze. «Nel 1985 era successa la stessa cosa, un tifone aveva investito le nostre terre - conferma scuotendo il capo – ma un evento di questa portata non era mai accaduto prima. Questa è una tragedia senza precedenti». 
 

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