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LA Belle Époque secondo il prof Vecchio

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Il lato oscuro della Belle Époque: colonialismo, razzismo, violenza e morte. Narratore di questo viaggio, tra i meandri di un passato sconosciuto ai più, il prof Giorgio Vecchio, accompagnato da Carla Guastalla e Bruno Rivalta dell'associazione culturale «Voglia di leggere». Con la maestria di un poeta, Vecchio, nei giorni scorsi, ha incantato le oltre cento persone che affollavano l’aula Cavalieri al Palazzo dell’Università, in occasione del quarto incontro del ciclo «Frontiere: alle origini di una identità conflittuale nell’Europa del ‘900».

«Per alcuni aspetti l’Africa, nell'Ottocento e nel Novecento, è stata il laboratorio degli orrori della seconda guerra mondiale - racconta Vecchio, docente del dipartimento di Lettere, Arti, Storia e Società dell’Università degli Studi di Parma -. A cavallo tra i due secoli emerge l’idea secondo la quale, come per le gerarchie animali, esista una gerarchia tra le razze umane: i bianchi per i lavori intellettuali, i “gialli” per quelli manuali e la razza nera per la sensualità». Il contesto era quello della rivoluzione industriale e dei trasporti, della ricerca di materie prime e delle espansioni dei mercati, del darwinismo sociale e delle rigide applicazioni degli studi di antropometria che hanno portato a follie come quella di dare spazio al pensiero di Cesare Lombroso, secondo cui l’origine del comportamento criminale sarebbe insita nelle caratteristiche anatomiche. L’uomo bianco si è spinto oltre, fino a Stewart Chamberlain, discepolo di De Gobineau, che nel 1899 parlò al grande pubblico di ariani e semiti. I maggiori sostenitori del pensiero razzista furono i tedeschi che, anni prima del secondo conflitto mondiale, furono artefici del campo di concentramento di Shark Island, in Namibia, e misero in atto una politica di occupazione violenta con stupri sistematici, soprusi e impiego forzato di manodopera. Tutta l’Africa in quegli anni si è tinta di rosso sangue e le cicatrici sono ancora evidenti, un posto in particolare ne è l’emblema: il Congo. «E’ tutt’ora una terra disperata, contesa da multinazionali e bande militari per il possesso dei preziosi minerali, a partire dal coltan presente nei nostri cellulari e computer» spiega il professore.

Alla conferenza si è anche parlato di colonialismo italiano, delle sconfitte subite e delle vendette perpetrate dietro il paravento di una presunta superiorità razziale. Infatti, dopo il massacro di Dogali e la disfatta di Adua, episodi che videro l’Italia fallire nell’intento espansionistico, il tricolore si impose con forza in territorio africano. In quegli anni il «macellaio del Fezzan», il generale Rodolfo Graziani, venne nominato viceré di Etiopia e il popolo etiope pagò a caro prezzo il tentativo di spodestarlo con un attentato: 30mila etiopi uccisi per rappresaglia, secondo le fonti locali presentate dopo la fine della guerra, e centinaia di monaci e suore cristiano-copte del monastero di Debrà Libanòs rastrellati e massacrati dai soldati italiani. «Sono cose che troppo spesso si ignorano, cullandoci del fatto che gli italiani non sono stati mai razzisti né violenti, ma brava gente» ha concluso il professore.

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