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Nell'Artico a caccia di microfossili

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Dal Polo Nord al Polo Sud, passando per l’Equatore. In settori come la paleoclimatologia e la geologia strutturale, il dipartimento di Fisica e Scienze della terra «Macedonio Melloni» dell’Università è un cuore pulsante che coltiva e offre, anche all’estero, competenze applicabili in campi vasti, come lo studio dell’evoluzione del clima e la ricerca del petrolio. Di recente alcuni professori, ricercatori e dottorandi di questo dipartimento si sono recati sul Mare Glaciale Artico e in Brasile, per studi di grande interesse, procurando finanziamenti indispensabili all’Università, che soffre sempre più di una contrazione delle risorse destinate alla ricerca. «Abbiamo sviluppato una specializzazione in ricerche sulle associazioni a microfossili – racconta la prof Giuliana Villa, docente di Micropaleontologia e paleoclimatologia, che in passato ha partecipato anche a due spedizioni in Antartide –. Questo ci consente di prendere parte al Progetto Coribar: si tratta di un progetto internazionale che coinvolge Norvegia, Danimarca, Spagna, Germania e Italia. In Italia partecipano le università di Parma, Trieste, Siena e Pisa, con finanziamenti del Programma nazionale ricerche in Antartide. Attraverso lo studio di materiale prelevato con carotaggi sul fondo dell’Artico, si possono ricostruire l’avanzare e il ritirarsi dei ghiacci, anche in un’ottica di studio sugli sviluppi futuri del clima. Il riscaldamento climatico ha portato al ritiro dei ghiacci, all’innalzamento del mare e a un aumento dell’anidride carbonica a livelli prima mai raggiunti. L’unico modo per fare previsioni sul futuro è creare dei modelli matematici, in base a costanti che si possono ricostruire attingendo allo studio del passato».

«Le analisi vengono fatte da un punto di vista multidisciplinare - spiega Katia Carbonara, dottoranda in Scienze della terra, che in ottobre ha partecipato a una crociera oceanografica di due settimane nel settore nord-occidentale del Mare di Barents -. Si tratta di un ambiente estremo che però è un vero e proprio laboratorio naturale. Abbiamo prelevato cinque carote dal fondale, in diverse aree e a diversa profondità. In particolare gli studi riguardano i sedimenti degli ultimi ventimila anni, successivi all’ultimo massimo glaciale. Questi sedimenti vengono analizzati attraverso approcci multidisciplinari, per questo sono coinvolte diverse figure professionali. Io mi occupo di analizzare i nannofossili calcarei: si tratta sostanzialmente di plancton, alghe di dimensioni di un millesimo di millimetro, che registrano le variazioni ambientali. La variazione di associazioni di alghe, unite ad altri elementi, dà indicazioni precise su cosa è successo in passato: forniamo, in sostanza, un elemento di un puzzle».

L’Università di Parma, sotto la guida del prof Emiliano Mutti, ha mantenuto per decenni una collaborazione anche con Petrobras, colosso petrolifero brasiliano e dal 2013 sono stati attivati cinque progetti di ricerca (tutti interni al dipartimento di Fisica e Scienze della terra) applicati alla geologia degli idrocarburi, per un finanziamento totale che si avvicina ai due milioni di euro. «Si tratta di un progetto a livello dipartimentale - spiega la prof Villa, responsabile del settore relativo alla Biostratigrafia -. Gli altri responsabili scientifici del progetto sono i prof Fabrizio Storti, docente di Geologia strutturale, Marco Roveri e Roberto Tinterri, docenti di Stratigrafia e sedimentologia, e Maria Sgavetti, docente di Fisica terrestre. Petrobras ha individuato un giacimento nell’Atlantico che viene sfruttato dal 2008, e sta investendo molto in ricerca. Il nostro settore si occupa di studiare i microfossili depositati dalle correnti in quest’area, in modo da comprendere meglio quali tipi di sedimenti sono quelli più produttivi per il petrolio e aiutare la ricerca di giacimenti, evitando perforazioni inutili e dispendiose».

«C’è una relazione tra le modalità di deposizione dei sedimenti, lo stato di fratturazione che subiscono nel tempo e la capacità di accumulare fluidi al loro interno, siano essi acqua o petrolio - aggiunge il prof Fabrizio Storti, docente di Geologia strutturale -. Nella collaborazione con Petrobras, i nostri studi servono quindi a dare informazioni sulla possibile presenza di petrolio. Altre ricerche di geologia strutturale sono rivolte a capire meglio il fenomeno dei terremoti del passato».

«L’apporto economico di iniziative come questa - dicono a una sola voce i due docenti - è linfa vitale per l’Università perché con i fondi della Petrobras e quelli provenienti da altre collaborazioni (come con Eni e Shell) possiamo dare assegni di ricerca e finanziare dottorati. Il nostro è un centro di eccellenza: pubblichiamo su riviste internazionali e abbiamo tante competenze complementari in un ambiente di lavoro ottimo, molto solidale e non competitivo. Tuttavia la situazione offre pochissime possibilità ai giovani di rimanere in Università: alcuni docenti vanno in pensione, e se non c’è ricambio la ricerca rischia di esaurirsi».

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