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Marrakech, gioielli afgani e incantatori di serpenti

Marrakech, gioielli afgani e incantatori di serpenti
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di Luigi Alfieri
lalfieri@gazzettadiparma.net

Dal bordo della piscina, col sole che scalda la pelle, un leggero vento tiepido che bisbiglia nelle orecchie, le ciabatte infradito ai piedi, fa una certa impressione guardare l'orizzonte e vedere le cime dell'Atlante coperte di neve. Mentre quaggiù si nuota all'aperto, lassù si scia. Qui si gira con le polo di cotone, a mezzora di auto ci si imbacucca nel piumino. Siamo a Marrakech, la città magica, e niente può stupire. Il surreale diventa la norma. Attraversi la piazza Djemaa el-Fna e incroci incantatori di serpenti, stregoni che vendono code di rospo, zingare che leggono la mano, scimmie ammaestrate, giocolieri, operai che si arrampicano sui «tubi innocenti».

Alle porte del suk salgono colonne di fumo colorate di rosso dal tramonto che sembrano immagini della guerra in Iraq. Poi senti nell'aria odore di pesce e carne e capisci di essere di fronte alle gigantesche griglie dei venditori ambulanti che macinano cibo per tutti, indigeni e turisti coraggiosi. E' una piazza unica al mondo Djemaa el-Fna, come Marrakech è una città unica. Tutte le emozioni sono filtrate dal colore arancione delle case, dal profumo soave e penetrante della menta, da quello decadente delle rose. Le cicogne volano alte nel cielo. Gli olivi disegnati sul tappeto verde dei giardini frusciano leggeri, mossi dalla brezza. I sapienti arabeschi della Koutoubia e della medersa di Ali ben Youssef si offrono agli occhi del viaggiatore molli e intriganti. Nel suk, voci, colori e odori salgono inquieti mescolandosi al calore dell'asfalto. Il lezzo acre del cuoio, i rossi e i gialli dei tessuti, il richiamo malizioso dei mercanti si perdono nella polvere. Il sole, che in estate taglia l'aria come una lama d'acciaio, ora arriva soffuso e delicato. E' il segnale dell'inverno, ma un inverno africano. Mite e tollerante. Senza insidie. Che spinge a perdersi nel labirinto del suk alla ricerca di cose da comprare. E il suk ne riserva di sorprese... E' cambiato da qualche anno fa. E' diventato più ricco e appagante. Un tempo si trovava solo artigianato marocchino, a volte di pregio, a volte paccottiglia.

Adesso il grande bazar è diventato il collettore dell'etnico - a volte dell'antico - che arriva da larghe fette d'Africa e dall'Asia centrale. Fusioni in bronzo a cera persa del Benin, murrine portate in Sudan centinaia di anni fa dai mercanti veneziani, paste di vetro del Mali e della Mauritania, gioielli tuareg, maschere, finestre dogon e meravigliosi argenti afgani. Piccoli capolavori di cesello e di incastonatura realizzati nei secoli da quel fiero popolo di montanari. Dalle cime attorno a Kabul partivano gioielli destinati verso la Mesopotamia fin dai tempi di Nabucodonosor e da allora la tradizione non si è più spenta. Nessuno sa macchiare l'argento con le chiazze rosse del corallo, le lacrime azzurre del turchese, le lastre blu lapislazzuli come fanno gli afgani. Un occhio appena allenato nel suk trova di tutto. Ma attenzione, siamo in Marocco: l'inganno è sempre in agguato. E in ogni caso l'acquisto passa attraverso estenuanti trattative. Mille euro. Sessanta. No, novecento. Va bene 150? Settecento. Siamo matti? Duecento cinquanta. Per poi chiudere a cinquecento. Una faticaccia, ma per il mercante del bazar la vendita senza trattativa è come per un napoletano la pizza senza origano.

Dopo aver comprato, portate a casa il bottino, fatevi un bell'hammam, la riposante versione araba della sauna e concedetevi almeno una volta una cena in uno dei più bei ristoranti del mondo, lo Yacout, il capolavoro di restauro dell'architetto americano Bill Willis: respirerete aria da «Mille e una notte» e magari vi troverete di fianco Luca Cordero di Montezemolo. Solo che si mangia con 50 euro. Siamo in Africa.

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