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Parigi la città che profuma di cera

Viaggio tra i luoghi che solo i turisti più esperti frequentano

Place des Vosges

Place des Vosges

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Parigi arde dolcemente come la fiamma di una candela. Arde ma non brucia, lasciando un tepore roseo nel cuore di ogni visitatore. I contorni e l’aspetto della fiamma, così come quelli della capitale francese, non cambiano mai. Ma è la sua struttura interna che continua a modificarsi bruciando combustibile mentale e richiamando da secoli all’interno delle sue mura alcuni tra i più brillanti ingegni europei ed internazionali. Una volta conosciuta Parigi, con le sue centinaia di musei, di monumenti, di parchi e castelli, diviene chiaro che la fiamma emanata dalla capitale non è destinata a spegnersi, almeno nella memoria dei suoi visitatori.
Parlare della capitale francese è come raccontare di una nazione intera: chiunque si cimenti nell’ardua impresa del narrarla, non può che tralasciare ampia parte delle sue sfumature, rendendo giustizia solo a pochi luoghi. Questa di cui si parlerà, è la Parigi della terza o della quarta visita, quando si ritorna nella magnetica metropoli, avendo già apprezzato le attrazioni assediate da orientali armati di obiettivi più lunghi delle loro braccia. Prima tappa è sulla Rive Droite, il Marais: un quartiere artistico e pittoresco, costituito da un dedalo si stradine scampate al piano razionale e rinnovatore del barone Haussmann. Fiore all’occhiello del Marais, che accoglie tra le sue vie un numero cospicuo di negozi e botteghe ebree, è place des Vosges. Un luogo che non potrà mancare di ispirare e fare cadere in un sogno inscritto tra i tetti d’ardesia piramidali che abbracciano la piazza e che vanno a creare un quadrato intimo e ordinato. Non a caso anche Victor Hugo rimase vittima del suo silenzio ovattato e decise di alloggiare in un raffinato appartamento con vista sulla piazza, al numero 6 (oggi casa-museo ad ingresso gratuito che vale la pena di visitare).
Sicuramente Victor avrebbe apprezzato anche i concerti che si tengono diverse sera alla settimana nella Sainte-Chapelle, una cappella eretta sull'Île de la Cité da Luigi IX. Al tramonto, quando le caleidoscopiche vetrate variopinte riverberano il crepuscolo, la cappella regala un’esperienza mistica ai suoi fedeli visitatori rapiti dalle note che riecheggiano tra le pareti dove veniva conservata la corona di spine, reliquia della Passione acquistata dal re - e di lì a poco santo - francese. Città di re, città di santi ma città soprattutto di artisti che hanno lasciato in eredità a Parigi l’eco di inebrianti discussioni ed allegre bevute nei piccoli bistrot di Abbesses, un quartiere altamente sottovalutato perché a due passi dalla frastornante Mont Martre.
Un basso profilo dunque per il luogo in cui a fine '800 ci si sarebbe potuti imbattere nello sconsolato Toulouse-Lautrec mentre arrancando si recava nella sua maison close preferita per immortalarne l’atmosfera in uno dei suoi dipinti. Se ci si mette a parlare di artisti parigini di salute cagionevole, sarebbe molto maleducato in questo articolo omettere Marcel Proust. Lo scrittore individuò nel Boulevard Haussmann il teatro della sua volontaria reclusione per redigere uno dei capolavori della letteratura mondiale di tutti i tempi: Alla ricerca del tempo perduto. Meno ortodosso rispetto a Marcel, ma allo stesso modo celebre ed amato, anche Charles Baudelaire trovò nell’isola di Saint-Louis la scenografia perfetta per indugiare nei vizi e nei piaceri dei poeti maledetti. E siccome la saggezza popolare sostiene che non ci sia due senza tre, la si può accontentare raccontando che anche Oscar Wilde seguì le loro orme, scegliendo la capitale francese come patria elettiva nei suoi ultimi anni di vita.
Per farla breve ed evitare di infastidire altri scrittori del passato, Parigi è stata un astro fulgido del passato mentre oggi si presenta decadente, maestosa e come se raccontasse il crepuscolo di un impero. Un crepuscolo però che non dà adito alla malinconia, ma uno di quelli che lascia elegantemente spazio al tepore e alla frescura della sera, con stelle che ancora si specchiano nella Senna, vera anima della città. Infatti accade che ogni Parigino che si rispetti si affolli con i suoi concittadini nel rito conviviale del "pique-niquer" (neologismo verbale nato per designare la passione per i pic niq) con i piedi a penzoloni sul fiume sul quai, la riva lastricata lungo il fiume e, con tanto di neologismo verbale - e a fianco dei numerosi turisti americani che cercano di improvvisare qualche bonjour, merci e peut être tra una parola e l’altra.
Ritrarre tutti i luoghi magici di questa città non è possibile, ma ciò che possiamo fare è rivelare cosa accade al visitatore l’ultimo giorno di permanenza nella capitale: allo stesso modo in cui non si può mai smettere di guardare la fiamma di una candela ardere, così il visitatore non può dimenticare Parigi una volta che il vento ha soffiato risucchiando la vita della fiamma. Il profumo di cera parigina incanterà per sempre le narici d’ogni visitatore.

 

 

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