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Wipptal, il paradiso dello sci alpinismo

Un piccolo Eden subito dopo il Brennero. Scalare le montagne immacolate con le pelli di foca. Nel silenzio

Wipptal, il paradiso dello sci alpinismo
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Strisciare, non sollevare. Che serva a scendere o a salire, lo sci deve sempre fare la stessa cosa: stare attaccato al suolo. Michael Rutter lo spiega assicurando le pelli di foca alla punta e alla coda dei suoi attrezzi del mestiere.
«Si risparmiano energie, così» dice il maestro specializzato in fuoripista. Buono a sapersi: le forze serviranno tutte, per raggiungere la vetta. Dove gli impianti non arrivano.
Basta poco, per cancellare dallo sguardo il viadotto dell'autostrada del Brennero che corre alto sulla fondovalle della Wipptal. E ancora meno per dimenticare il nastro d'asfalto e la carraia innevata e cosparsa di pietrisco che passa e va, oltre le funivie del Bergeralm. Presto, il pulmino infila il silenzio di una laterale. Zona di confine, appena oltre il Brennero, questa. Ma anche una lunga e sovrapposta frontiera tra il mondo che va a motore (o a fune) e quello che si affida a muscoli e polmoni. E al cuore: quello di chi vive la natura senza farsi fiaccare da eccessi di comodità. Qui c'è solo l'imbarazzo della scelta, per chi ama sudarsela, la discesa sulla neve.
La meta è il Nösslachjoch. «Escursione facile» esclama Michael. Tre chilometri di salita, per 850 metri di dislivello, per i 2.231 della cima. Si attraversa un bosco sempre più rado, fino a quando il pendio si apre del tutto.
Si sale per scendere, immaginandosi i tagli ampi sulla neve vergine, battuta per qualche rara traccia da pochi pionieri. Ma si sale anche per stare il più possibile lassù, a godersi la vista della Schmirntal, della Valsertlail, il luccichio di ghiaccio dell'anfiteatro della Gschnitztal. Non stupisce che una quarantina d'anni fa, si scelse di girare qui il film «L'ultima valle» con Omar Sharif. Finiti i ciac, la valle non sembra cambiata molto da allora.
La zona è ricca di neve. Che in alcune valli rimane fino alla primavera inoltrata, quando si fa ancora più «polverosa».
E' la caratteristica di un'altra escursione: quella che da Padaun (dove si trova un rifugio che merita la sosta, soprattutto a escursione compiuta, per evitare di portar su altro peso, oltre a quello dello zaino) porta al Vennspitze. Il percorso si snoda sul pendio nordoccidentale del monte, fino ai 2.390 metri della vetta. L'ascesa è un continuo alternarsi di pendenze e falsopiani. Facile anche questo percorso, tranne l'ultimo tratto.
Alla croce della cima si giunge costeggiando un reticolato teso su una sorta di crinale. Due ore e mezza ci son volute, per arrivare quassù.
L'ultimo muro sembra voler respingere. E invece la fatica serve solo ad apprezzare ancora di più la vista dalla vetta. Tutt'attorno, si stendono pendii ricamati dalle esse allungate degli scialpinisti più arditi. Sotto, da dove si è appena saliti, quelle alle quali affiancare le proprie. Oltre qualche crinale, l'Italia. Verso il fondo della valle, appare anche uno scorcio dell'autostrada. Lontanissima. Ci si sente come delle aquile, appollaiate sul mondo degli uomini.

 

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