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Sulle rotte di James Cook

Vivere in Nuova Caledonia. C'è il battito del cuore del Pacifico nelle isole che profumano di Francia

Sulle rotte di James Cook

Reportage: Nuova Caledonia

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Chissà cosa pensava quel giorno James Cook? Lui che si prese la briga di battezzare gli antipodi quando sbarcò su queste coste nel 1774 doveva avere le idee piuttosto confuse. E forse vinto dalla nostalgia per la Scozia lontana e dall’affetto per il fiordo di Loch Ness non trovò di meglio che chiamarle Nuova Caledonia. Ma qui non c’erano castelli spettrali ma capanne di palme intrecciate, niente falesie avvolte d’erica ma sabbia bianca e pesci colorati. Insomma, nulla di più lontano dal luogo comune delle brume anglosassoni. E forse per questo il navigatore demoralizzato pensò bene di salpare gli ormeggi e lasciarsi alle spalle uno degli ultimi luoghi dove una vacanza è ancora innanzitutto un viaggio. Un luogo isolato e misterioso che i francesi, voraci, si presero ben presto scrivendo “libertè egalitè fraternitè” sulle facciate delle caserme. Come se bastasse uno slogan su un muro per inventarsi una patria. Si, perché, nonostante la Marsigliese, questa è, e resta, una manciata di stravagante terra rossa in un cuore di blu pacifico. E i kanak, i nativi dalla pelle scura, lo sanno bene. Ogni tanto, per ribadirlo alzano la voce, chiedendo un referendum per stabilire la propria indipendenza. Che tuttavia - la fretta diventa un’esigenza assai trascurabile quando la piscina sotto casa è la seconda barriera corallina al mondo - continua a slittare a data da destinarsi.

Il risultato finale allora è un piatto esotico e saporito in salsa melanesiana che ti stupisce per i suoi gusti contrastanti. Che, strano a dirsi, insieme sono perfetti. Da una parte ci sono i profumi della Douce France, baguette sotto braccio e «expat« ammassati con indolenza nella capitale Noumeà, un mix fra Cote D’Azur e Beverly Hills, dove la prassi è giocare a bocce sulla riva e non rinunciare per nessuna ragione all’antipasto con il fois gras. Dall’altra gli aromi intensi dei villaggi kanak, fieri della loro consuetudine ancestrali e dove la corrente elettrica non arriva. Ma come spiega Jehudit Pwidja, chef a Lifou: «Ma a noi non serve, qui il cibo cresce sugli alberi e nuota nel mare. Cosa ci manca?». Difficile dargli torto quando basta allungare la mano per fare il pieno di frutta più dolce del miele. Anche se questa manciata di isole nascondono ben altre contraddizioni. Che, insieme al tuffo nella struggente poesia di questo mare, giustificano le oltre trenta ore di volo per raggiungerle. Una tra le più curiose te la regalano i caldochi, i nipoti dei primi coloni, che vivono come cow boy nella campagna dell’interno: vestono come cloni di John Wayne, indossano il cappellone texano, passano il tempo a transumare mandrie di armenti e nel tempo libero improvvisano rodei. Qui le reginette di bellezza invece che con il bikini sfilano con la camicia a scacchi come butteri. Oppure, sempre per rimanere in tema di cose che non ti aspetti, i tecnici in sahariana e satellitare che gestiscono le incombenti miniere di nickel che traforano le montagne della Grande Terre, l’isola centrale. Grazie a loro questo arcipelago è tra i primi tre produttori al mondo: ma bastano due curve e un tornante per dimenticare scavatori e trivelle e per rivedere i cervi attraversare la strada con l’aria perplessa di chi non conosce l’uomo. E su tutto il sapore polinesiano delle terre satelliti che sguazzano a poca distanza dalla capitale: sono l’isola dei Pini e le isole della Lealtà. Ancora una volta i nomi sembrano scelti un poco a caso. Ma sono dettagli che si dimenticano presto di fronte a queste sorprese ombreggiate non dalle palme ma dalle araucarie, stralunato marchio di fabbrica di questa terra. I pochi turisti ci arrivano per perdersi nel blu dei loro mari, popolati da squali di barriera, mante e coralli in tecnicolor. Tutto a portata di snorkeling: Mar rosso, Messico, Honduras sono cartoline sbiadite rispetto a ciò che ribolle la sotto. Sopra al mare invece la gente del luogo si sposta in aereo dalla livrea multicolore, è vero, ma lo fa a piedi nudi. Che cosa sono in fondo 20 minuti di volo e di modernità quando il resto del tempo scorre come secoli fa? A parte un pugno di hotel (giusto uno per isola: ma scordate discoteche e animazione), le (poche) case in muratura e lamiera sono magazzini perché se viene il tornado solo la capanna circolare, col fuoco in mezzo e il buco in cima al tetto di paglia, resiste alla sua follia. Il ritmo del giorno poi lo stabilisce il sorgere del sole e in un mondo così, pare naturale, le buone maniere sono essenziali: i kanak le chiamano «coutume» e guai a sottarsi al loro complesso rituale. Insomma, la vita è lenta e la cucina a base di legumi cotti sotto terra, purtroppo, insipida. Il piatto forte si chiama «bougna»: il segreto per gustarlo è avere parecchia fame. Ma le occasioni per alimentare l’appetito non mancano. L’isola di Ouvèa, ad esempio, regala 35 km di battigia bianco talco dove paparazzare gli squali mentre a Lifou e Maré altre due delle isola della Lealtà, stimolano anche i più pigri con le sorprese dei cenote d’acqua dolce nel mezzo foresta pluviale. Oppure, ancora meglio, è il caso di approcciare con garbo antico i kanak. Facilmente finirete per essere ospiti di un matrimonio: in media durano tre giorni e richiedono molte birre per brindare e un rigoroso rispetto della «coutume» per essere bene accolti. Ma alla fine, sorpresi di avere tanto sorriso, vi avvicinerete al senso più profondo della parola armonia. D’altra parte è chiaro che questo è un luogo strano: Napoleone III ci mandò al confino i galeotti. L'imperatore pensava di punirli: loro invece ringraziarono. E non tornarono mai più.

 

 

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