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Isole Eolie, un mare di monti

Isole Eolie, un mare di monti
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Roberto Longoni
Terra», confermano i piedi, poggiando sulla riva di Salina. Terra, già, ma il passo ondeggia ancora, come se il mare scuotesse anche le fondamenta dell’isola. Il barcaiolo l’aveva detto a Panarea: meglio rientrare subito. Il cielo annunciava burrasca, ma Stromboli era a portata di sguardo, un triangolo perfetto come disegnato da un dio bambino. Impossibile resistere al suo richiamo. Così, lasciate le stradine percorse dagli Ape, le tentazioni degli aperitivi e delle granite, le ville bianche e le cascate di bouganville dell’isola meno eoliana tra tutte, alla fine del giorno si era al cospetto del vulcano inquieto. Zaino in spalla, bastoncini in pugno: Prometei scortati da guide si arrampicano verso la sua vetta dall’alba al tramonto. Una processione estrema più che un trekking. Un senso di sacralità pagana che s’avverte anche sulle stradine in basso, tra le case che il gigante tollera solo perché ai suoi piedi stanno come inginocchiate. Viene da andare con passo leggero, da moderare i toni al suo cospetto. Iddu va rispettato, Iddu potrebbe innervosirsi. S’incendiava l’orizzonte e arrossava il fianco nascosto della piramide scura. Massi incandescenti erano scagliati verso il cielo, per rotolare lungo la Sciara del fuoco. Dalla barca si osservava uno spettacolo da inizio del mondo, mentre il mare preparava la sua piccola fine del mondo. Onde sempre più alte, una dopo l’altra,  messe in mezzo sulla rotta per Salina. Due ore di traversata. Con il comandante che ogni quarto d’ora ripeteva “siamo quasi arrivati” e l’equipaggio che un po’ si preoccupava e un po’ sorrideva per i continentali sballottati, sempre più pallidi.

Terra, infine: toccata con sollievo e senso di gratitudine, riportati alle giuste dimensioni. Qui la natura è grande e detta le sue regole, qui l’uomo è ospite. Se infuria la burrasca non si va né si arriva: traghetti sospesi, la Sicilia lontana come Marte. Ma è comunque una fortuna, questo obbligo improvviso a guardarsi attorno, dopo giorni di movimento tra Lipari (la “capitale” delle Eolie) e il suo museo che potrebbe essere dedicato a Omero, le case affacciate sul mare, i pescatori pronti a raccontare storie di tonni straordinari mentre riparano le reti all’ombra della chiesa di San Giuseppe. Poi, oltre faraglioni e grotte, Vulcano - due parti collegate da un istmo - con i suoi fianchi tondi e fumanti, i bagni nel fango o nell’acqua cristallina, un’isola dove puoi immergerti nel paradiso e un attimo dopo in una dolcezza dall’aspetto infernale. E poi Filicudi selvaggia, lontana e silenziosa. Appena meno di Alicudi, da percorrere a piedi o a dorso di mulo, tra gli olivi, i fichi d’India, la macchia mediterranea e pietre che profumano di sole. Ora, le onde che assediano Salina sono quasi una fortuna. I fianchi ripidi del vulcano, da mute quinte dietro il porto delle partenze per le bellezze delle altre Eolie, si fanno scale per il cielo. Da ammirare e percorrere con il passo lento e trasognato di Massimo Troisi, che qui girò il suo ultimo film, «Il postino». Giù a Pollara, sul mare, accanto a una riva sottile sotto un’alta falesia chiara, c’è la casa dove abitò il poeta nella finzione cinematografica.

Un paesaggio da attraversare e da gustare, perché questa è terra di mare, ma anche di sapori. Miniera delle pepite verdi dei capperi o delle uve da passire per la Malvasia delle Lipari, un vino che è un distillato di aromi profondi, chiamato «nettare degli dei» da Diodoro Siculo. Succo d'uva da bere a piccoli sorsi, per farsi inondare di sole il palato e la gola.  Il mare è nell’aria e negli occhi, ovunque si guardi. Ma visto dall’alto sembra quasi calmo, mentre Salina è  sempre più montagna. Su un sentiero ripido ma aperto a tutti (lo si percorre anche al chiaro di luna) si sale tra castagneti e alberi d’alto fusto fino alla cima del monte Fossa delle felci, alla sua pace assoluta. Da lassù guardando a sud compaiono la Sicilia, l’Etna. Splendidamente lontani. In mezzo, un mare di miti in burrasca e la pace di un  sogno.
 

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