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Val d'Ultimo - Una lenza lanciata in paradiso

Val d'Ultimo - Una lenza lanciata in paradiso
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di Roberto Longoni

La fine della val d'Ultimo. O meglio, la fine della strada, perché oltre ci sono sentieri, laghi, pascoli di un verde scintillante tra il sole e le nuvole e un sipario di roccia grigia dove la neve cade anche d'estate. Ma l'asfalto si ferma qui, al bordo del lago della Fontana Bianca, a 1.872 metri. Aria sottile, sotto la vetta della Sternai (3.441 metri), boschi fitti e scampanio di mucche al pascolo.  Una trasparenza d'acqua che pare di riuscire perfino a leggere un'espressione svogliata sul muso delle trote immobili sotto la superficie. Da un'ora almeno le mosche artificiali vanno su e giù sul pelo dell'acqua, senza che nessun pesce abbia abboccato. Non una fario né un'iridea né un salmerino dal ventre fiammato di rosso. Alla fine, c'è chi appoggia la canna e baratta la salopette impermeabile con un paio di scarponi da trekking. Il sentiero parte dalla riva del lago e promette meraviglie.

 Val d'Ultimo, ultima Thule delle Alpi. Bastano pochi tagli in obliquo dell'asfalto tra i vigneti e i meleti sopra Merano, bastano pochi tornanti perentori, per lasciar tutto alle spalle. Quassù, il mondo - il poco che ci arriva, perché il turismo di massa è sconosciuto da queste parti - cammina in punta di piedi: tra masi secolari ricoperti da scandole e larici millenari (a Santa Gertrude, poco sopra Valburga, ne sono sopravvissuti tre: enormi; facevano già ombra sul pendio lungo il torrente prima della nascita di Cristo), prati curati come in un quadro di Heidi. Guidati da Thomas Gerstgrasser, proprietario dell'Arosea Hotel di Valburga, si va in punta di piedi anche sul sentiero che scala il monte dal lago. Un paesaggio verticale, di pietre e muschi, fiori e radici che sembrano sculture.

 Sarà perché il fiato serve a sostenere il passo, sarà per il senso di quasi smarrimento in mezzo a tanta natura, ma chi cammina tra questi monti  tiene la voce bassa. E' lo sguardo ad alzarsi, un'emozione dopo l'altra, dopo che la salita ha portato a un pianoro attraversato da ruscelli. In lontananza, su un'imponente  quinta di roccia biancheggiano cascate.  Si costeggia il lago dei Pescatori, dall'acqua così trasparente che le sue trote sembrano sospese  nel nulla. Poi, il sentiero s'affaccia a picco sul lago Fontana Bianca. Laggiù, la musica è cambiata.  Bastava andare qualche metro più in là, per trovare trote e salmerini da adrenalina. 

 Da quella riva ci provavano fin dal mattino due che devono essersi slogati il braccio a furia di cercare di lanciare la loro mosca secca sempre più in là, verso il centro del lago. Poi, qualcuno ha innestato una ninfa e si è limitato a farla scivolare dolcemente nella corrente alla foce del ruscello. Anche a lui poco dopo faceva male  il braccio: non per i lanci, ma per i recuperi. In un paio d'ore, una trentina di pesci (tutti  liberati con la massima attenzione) era stata tirata fuori dall'acqua. Tra loro, una marmorata di una quarantina di centimetri. Inutile provarci ancora. E' venuto il momento di andare a pescare canederli alla tavola del vicino rifugio, accompagnati dal suono della fisarmonica del proprietario, che interpreta vecchie canzoni tirolesi. Con calma, un occhio al verde dei prati e l'altro al grigio etereo dell'Alpe di Siusi oltre il fondo della valle, si scende di nuovo a Valpurga e al suo lago. Qui, gli specialisti dello spinning (pesca consentita solo nei laghi «bassi» e in brevi tratti di fiume), con i loro cucchiaini grossi e ondulanti, hanno vissuto ore di catture, di duelli brevi e intensi con iridee combattenti, alle quali si è poi concessa la vita oltre all'onore delle armi.

 Si  risale il torrente impetuoso fino a un piccolo sbarramento. Oltre, la corrente rallenta e s'allarga per una sessantina di metri: l'acqua sarà alta al massimo un metro e mezzo. Uno scorcio d'eden. E' metà pomeriggio, e la mosca secca è di nuovo snobbata dagli abitanti del fiume. Così, Oliver Schwienbacher, la guida di pesca con la mosca, alla fine del terminale innesta una ninfa screziata di rosso. Al secondo passaggio, la lenza va per conto proprio. C'è appena il tempo di dare la ferrata, che ci si ritrova in balia di un  «bestione» dalle idee chiare: punta verso lo sbarramento, per cercare una via di fuga nella rapida. Si lavora di frizione e di «freno», opponendo il nervo del cimino alla foga della grossa fario.  Ma alla fine è lei ad averla vinta: strappa il nylon e vola  giù nella spuma della corrente. Sparisce nel suo fiume, protetta dall'acqua limpida e piena di vita, che  attraversa questo mondo ultimo, fuori dal mondo.
 

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