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Malindi, la «capitale» degli italiani

Malindi, la «capitale» degli italiani
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Malindi è ormai da decenni considerata la «capitale italiana» in Kenya. Qui, la presenza di nostri connazionali è massiccia anche se negli anni la città si è costruita la nomea di «rifugio dorato» per chi, nel Belpaese, aveva avuto problemi con la giustizia.

Non solo. C'è anche la piaga del turismo sessuale da sconfiggere e per questo il governo kenyota ha avviato una campagna aggressiva per debellare questo fenomeno. Non è difficile trovare, ad esempio, giganteschi cartelli a lato delle strade che riproducono la foto di un giovane o di una giovane con alle spalle un paio di manette.
Dal punto di vista architettonico, le costruzioni arabe si mescolano con testimonianze della dominazione portoghese, tra cui il palazzo che accoglie il museo storico, il cimitero lusitano e il monumento a Vasco da Gama Pillar, dedicato all’esploratore che sbarcò a Malindi nel 1498 e ormai simbolo della cittadina.
Fare shopping è facile. Basta sdraiarsi sulla silversand (spiaggia dalla sabbia argentata) e la «merce» arriva da sé.
I beach boys, gli instancabili venditori ambulanti, infatti, sentono ovunque odore d’affari. Inutile, il proposito di non farsi indurre in tentazione: dai piccoli ippopotami in marmo agli oggetti in stile makonde (bellissimi lavori di legno intagliato della Tanzania, generalmente di ebano, raffiguranti gruppi di spiriti intrecciati, che nei mercati per turisti vengono spesso copiati in legno di palissandro annerito), dalla bigiotteria di ogni genere alle ceste di sisal fino a scudi e tamburi, i prezzi sono trattabili se si chiede Punguza kidogo (un pò di sconto). A volte, la presenza di questi venditori ambulanti è decisamente «invasiva» e di questo si è accorto anche il governo che ha deciso di avviare una campagna per indurre i «beach boys» ad organizzarsi a livello imprenditoriale. E così, fra breve, la vendita in spiaggia sarà scoraggiata e i venditori verranno raggruppati in strutture ad hoc dove il turista potrà acquistare oggetti di artigianato locale.
Ma anche i negozi non mancano. Lungo la «Lamu Road» si incontrano boutique, laboratori, negozietti e bancarelle Masai per ogni gusto e portafoglio. 
 Pochi i veri must: un cd di «Jambo, jambo bwana» (la canzoncina che ogni turista che arriva in Kenya sarà costretto ad imparare a memoria), un Kanga (pareo lungo femminile stampato, in cotone) o Kikoi (perizoma maschile di tessitura più pesante) da Shakir e un cappello per safari da Mustafah. Come comunicare? Hakuna Matata! Nessun problema. Quasi tutti, oltre alla loro lingua nativa, lo swahili e l’inglese, parlano anche l’italiano. Come spostarsi in città? Pole pole (piano piano) a piedi o in tuk-tuk, il motociclo Piaggio a tre ruote adattato a taxi. Dopo l’assaggio della Malindi commerciale, non resta che gustarsi il «contorno». Meglio se verso nord, costeggiando maestosi baobab e coloratissime buganvillee, incontrando panorami contrastanti che fervono di attività, fatti di campi e fattorie, capanne di legno e di lamiere ondulate, autobus affollati e camioncini, biciclette sovraccariche e strade percorse da capre, polli e bambini. 
Fino ad arrivare alle immense e selvagge spiagge che presentano altri colori, paesaggi e profondità del cielo. Oppure galoppando fino al fiume Sabaki per ammirare fenicotteri e ippopotami, sfrecciando in «quad» sulle distese di sabbia bianca o, ancora, rilassandosi su un campo da golf con vista mare. A coronare questi momenti indimenticabili è, infine, la zingarata all’africana sulla spiaggia dorata «Che Shalle», così chiamata per le sue minuscole pagliuzze color oro che l’hanno resa famosa. 
Qui non sorgono né case né hotel. Il menù è locale, curioso e ghiotto:  Maji ya madafu (l’acqua del cocco non ancora maturo), Mkate na siagi (pane e burro salato), Samosas (frittelle ripiene di verdure), aragoste e gamberi freschi alla griglia, accompagnati da Kienyeji or Irio (purè di patate, mais, fagioli o piselli e foglie di zucca) e Mchele (riso bollito) o Chapati (piadina soffice). Completano il tutto, naturalmente, Nanasi (ananas), Embe (manghi) e Ndizi (banane). 

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