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KL, la Tigre della Malesia

KL, la Tigre della Malesia
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Dici Malesia e la fantasia - che banalità - ti porta a Sandokan. Poi arrivi a Kuala Lumpur e capisci che è vero, sempre di tigri si parla. Ma non più di quella ottocentesca, romanticamente incarnata dal pirata dagli occhi di brace. Ma di quella concitata e insonne che ti avvolge e ti travolge con le sue zanne di vetro, acciaio e cemento. E il suo ruggito è il rombo della monorotaia che pare galleggiare tra i grattacieli, verticale guanto di sfida delle tigri dell'est che nel giro di pochi anni hanno cambiato le regole del mondo. E che sono tutt’altro che pronte a rallentare la loro corsa.

Non male per quello che 200 anni fa era giusto un villaggio di minatori sbocciato, si fa per dire, alla confluenza di due fiumiciattoli: il loro incrocio dava vita ad un estuario fangoso e proprio questo significa il nome in malese della città: Kuala Lumpur. Da allora tutto è cambiato. I torrenti sono ancora, se possibile, più rassegnati, rinchiusi in prigioni di cemento e il nome stesso della città si è contratto: ora nel parlato globale è diventato KL, un onore destinato solo alle capitali di blasone planetario come LA e NYC. E se servisse una prova, una soltanto, che di capitale si tratta, non occorre dire altro. Perché KL, la frenetica, non è solo la prima città dello Stato Federale della Malesia ma pura quintessenza di quelle tigri con gli occhi a mandorla che graffiano le economie globalizzate. E chi sbarchi qui cercando esotismo salgariano capirà al volo di avere sbagliato meta. Certo, forse Shangai avrà palazzi più troneggianti e una popolazione più sterminata e il Burj Khalifa di Dubai si slancia più in alto verso il blu. Ma qui non ci sono sono solo cubi di cristallo allineati verso l'alto, non c'è solo la tracotante fierezza gemella delle Petronas Tower e della loro coorte verticale di cubi di vetri. Kuala Lumpur è questo ma anche molto altro: è un esperimento di convivenza e di sviluppo, un modello forse stravagante e chiassoso, un tentativo di fare camminare insieme l'oggi e il domani. Un luogo, certo non banale, ove i tavolini in plastica carichi di gamberi e pepe di Jakan Anar, la Disneyland dei sapori speziati, stanno a dieci minuti di distanza dalle boutique del centro commerciale Suria Shopping Complex. Dite a caso il nome di una griffe: sicuramente c’è.

Ma ci sono anche le sfilze di Rolex made in chissà dove delle botteghe di Jalan Petaling e il caleidoscopio dei batik in perenne offerta speciale nel Central Market; i banchi di vegetali multicolori colonizzati dal durian, il frutto che puzza, e i pub simil londinesi dove sciami di impiegati in cravatta e badge d’ordinanza sbocconcellano zuppe speziate nelle vie delle banche del potere. Perché le tigri orientali dei tempi nostri è con questo che lottano: con artigli di finanza e zanne di economia. Ma questa città, lo si è detto, non dimentica la sua storia e non cede al rischio di essere solo virtuale scommessa di borsa. E spesso dietro un angolo di una strada, o dall’alto, nella asettica atmosfera della sua monorotaia che sfiora le insegne che non si spengono mai, si scorge una casa tradizionale o uno scorcio di un tempio hindu. Il fumo dell’incenso sale e si mescola al profumo delle corone di fiori da offrire alle dea madre. Ecco perché, per questa capacità di farsi scoprire con un percorso personale, KL è da visitare senza un itinerario preciso: certo, la spianata di verde di Merdeka Square è imperdibile se si vuole immaginare cosa fosse la città prima della indipendenza e della modernità ma dopo, vagando tra svincoli tortuosi e sovrappassi più ripidi di scalate, il resto del tempo lo potrete passare facendovi condurre dal caso. O dal profumo di una bancarella di noodles. Kuala Lumpur, per parte sua, tanto continua a vivere e darsi da fare. Lo si comprende ammirando affascinati il vorticoso affannarsi nei cantieri dove sorgono i grattacieli di domani: anche a notte colano come eruzioni di lava le infinite gettate di cemento che saranno la base delle nuove torri. Gli occhi e la bocca di quelle maschere di futuro sono i fori attraverso sui passeranno scale e ascensori. Gli stessi veloci elevatori che portano in cima all’Atmosphere 360, il ristorante rotante a 282 metri da terra dove riempirsi la bocca e gli occhi. La città a perdita d’occhio brulica sotto di voi. Provate a trovare traccia dei vecchi fiumi e del loro fangoso estuario. Non li vedrete. Vedrete ovunque, in compenso, luci, vita, volti indaffarati, scommesse e progetti. Quindi futuro. Ovvero il vero volto di KL, la tigre della Malesia.

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