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Sierra Leone, la terra che profuma di mango

Sierra Leone, la terra che profuma di mango
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di Luigi Alfieri
lalfieri@gazzettadiparma.net
Non è un paese per turisti. Piuttosto è un paese per viaggiatori scafati, gente che vuole conoscere l'Africa vera fuori dai documentari. Niente felini  in corsa nella savana, niente ippopotami immersi nella fanghiglia, niente laghi tinti di rosa dai flamingos, niente resort di lusso, niente paesaggi da cartolina. La Sierra Leone è l'Africa povera. Ma povera davvero. I colonizzatori inglesi la chiamavano «la tomba dell'uomo bianco». Paludi, colline, colline, paludi. Nelle paludi la zanzara della malaria, sulle colline i serpenti. A chiudere il cerchio la gamma completa delle malattie tropicali e un clima che peggio non si può. Sei mesi di pioggia, da maggio a novembre e  altri sei mesi di sole assassino con un'umidità insopportabile. Si suda dall'alba al tramonto e dal tramonto all'alba. 24 ore su 24. La pelle non è mai asciutta, le T-shirt  sempre madide, l'acqua non basta mai. La corrente dei fiumi è limpida, ma  se ci si immerge,  è probabile che qualche micro organismo  entri  nella carne e si infili nelle vene, pronto a uccidere con lentezza. Questa è l'Africa vera. Quella dove la morte è una realtà sempre presente, sempre vicina. Se uno si ammala non ci sono né medici né medicine  per curarlo. In genere si muore bambini, arrivare a quarant'anni è  cosa di pochi. Tutto è talmente legato al presente che nelle lingue tribali non esiste la possibilità di declinare i verbi al passato o al futuro. Si vive ora, ieri non c'è più, domani non si sa se ci sarà. Perché crearsi delle scorte alimentari? Perché costruire delle case vere? Perché mandare i figli a scuola? Perché fare manutenzione delle povere cose del villaggio?

L'Africa vera si fa queste domande e il  viaggiatore bianco guarda, ascolta e non capisce. Vede i pali della  luce senza fili, le rotaie senza traversine  e  senza treni,  le strade senza asfalto, le città senza fogne, i torrenti senza passerelle e, a forza di non capire, si arrabbia. Maledice il caldo, l'umidità, il sudore, la polvere rossa che sale dalle strade e si appiccica sulla faccia; impreca contro le lenzuola sempre bagnate, contro l'acqua del rubinetto puzzolente, contro il panorama sempre uguale - collina, palude, palude, collina -, contro i muezzin che urlano e lo svegliano nel chiarore livido dell'alba, contro le punture degli insetti, le scosse dei pick-up. Si chiede cosa ci fa in una baracca dalle pareti sottili, sotto un tetto di lamiera, senza condizionatore, peggio senza ventilatore, peggio senza luce. In Sierra Leone non c'è la rete di distribuzione dell'energia elettrica e quando tacciono i generatori è buio per tutti e per tutta la notte. E' il momento più brutto del viaggio: ma quando la delusione e lo sconforto sono al massimo già è scattata la trappola. Il viaggiatore bianco sta sognando il ritorno a casa eppure qualcosa si  muove dentro la sua mente e il suo cuore, qualcosa di strano. Qualcosa che si mescola con la rabbia e la delusione e ne lenisce gli effetti. Una piccola scintilla di simpatia, che, di sicuro, diventerà un grande fuoco. Perché finisce sempre allo stesso modo: chi sbarca in Sierra Leone, chi entra nei suoi villaggi, chi attraversa le sue paludi, chi scavalca le sue colline, chi incontra la sua gente, poco alla volta, se ne innamora. Senza capire perché.

Sarà per i mango, che maturano in marzo e spandono intorno un profumo dolce e intenso. Sarà per i cieli che sono azzurri come pietre rare. Sarà per le notti che non sono mai buie fino in fondo perché le attraversa il velo candido della luce africana. Una luce che lascia trasparire  le sagome delle piante, i tetti delle capanne, i profili delle colline. Saranno il giallo, il blu cobalto, l'arancione, il rosso e il verde che colorano i vestiti delle donne, le camicie degli uomini, le lenzuola dei letti, le tovaglie. Sarà che quando entri coi missionari nei villaggi - non i villaggi per turisti che si trovano in Kenya e in Tanzania, ma i villaggi veri - la gente canta, balla, suona soffiando dentro gigantesche canne di bambù che emettono note «sintetiche», sorride, è serena. Già la gente qui è serena. Vivono in paesi senza acqua,    senza luce, senza scuole, con poco cibo, case di fango secco, ma sono sereni. Senza radio, senza televisione, senza Internet, senza giornali, ma in sintonia con la natura. Non hanno bisogno di niente e non hanno paura di niente, soprattutto non hanno paura della morte. Non conoscono lo stress, l'ansia del domani. Si svegliano senza il terrore della corsa a ostacoli che li aspetta lì fuori. «Vede - spiega Giorgio Biguzzi, vescovo di Makeni, in sierra Leone dal 1975 - gli europei sono schiavi del tempo, gli africani lo dominano»

Per loro un giorno prima o un giorno dopo non importa nulla, decine di chilometri a piedi nella savana non sono niente, aspettare o farsi aspettare è una quisquilia perché in Africa, quella vera, non c'è passato e non c'è futuro. C'è il sole, c'è la palude, c'è il profumo della polvere che sale al cielo dopo un temporale,  ci sono le colline che ondeggiano all'orizzonte prima verdi e poi azzurre, ci sono i tramonti di fuoco e le albe tenere.  Le donne si muovono agili e solenni come pantere. I bimbi hanno occhi di cerbiatto. Gli uccelli al mattino suonano flauti vellutati. Di questa terra senza appuntamenti ci si innamora. Nelle missioni, sotto le palme, c'è un angolo, il primo «bagnato» dalla luce del sole che nasce, cosparso di poche, povere croci: è qui che vogliono essere sepolti «i santi della savana» dopo la morte. Non vogliono tornare in Europa in mezzo al tempo e alle cose.

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  • giorgio

    06 Aprile @ 15.43

    complimenti davvero per l'articolo. Rispecchia fedelmente quello che è la SIERRA LEONE oggi.Sono stato piu' volte in sierra leone ospite dei padri saveriani insieme ad amici per aiutarli a realizzare dei progetti e confermo che chi va in sierra leone si innamora della sierra leone. complimenti ancora cordiali saluti giorgio

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