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Irlanda del Nord, colori e profumi

Irlanda del Nord, colori e profumi
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di Luigi Alfieri

A fine maggio nelle contee irlandesi scoppia la fioritura delle ginestre. Tutto è giallo: le montagne, le scogliere, i bordi delle strade, i giardini, le siepi e i muretti che delimitano lo spazio per il pascolo di pecore, mucche e cavalli.  Nell'aria si spande il profumo dolce dei fiori, nei cieli cobalto corrono nubi bianche impazzite. Sulle scogliere si sente il brontolio del mare, che sale dalla spuma alle rocce. In tutta l'Irlanda: quella repubblicana del Sud e quella Unionista del Nord, unite dal paesaggio e dalla cultura ma divise dalla politica,  dalla religione, dalla stupidità degli uomini. 
A volte, le unità di misura raccontano qualcosa di più della distanza tra una città e l'altra. A volte le unità di misura identificano un Paese. Simboleggiano una cultura, un'idea politica, una fede. Fin che sotto ai cartelli stradali i dati sono riferiti ai chilometri, vuol dire che ci si trova nella Repubblica d'Irlanda, un paese indipendente e cattolico. Quando compaiono le indicazioni in miglia vuol dire che siamo in Irlanda del Nord, un paese che appartiene alla Gran Bretagna, dove regna  Elisabetta I e la maggioranza della popolazione è protestante. Tra i due fratelli celtici, porzioni della stessa isola, non ci sono confini né barriere doganali. La differenza la fa l'unità di misura. E la moneta: sterline a Nord, Euro a Sud. Peccato che per liberarsi di miglia e sterline i patrioti irlandesi abbiano dovuto combattere per secoli, diventando indipendenti solo nel 1921, al termina di sanguinose  lotte secolari. Peccato che nella fetta settentrionale dell'isola, ci sia una forte minoranza cattolica (i Nazionalisti) che  vuole l'indipendenza dalla Gran Bretagna e che vuole misurare le strade in metri, pagando le cose in euro.  Ma gli unionisti, protestanti e filo inglesi, non ne vogliono sapere.  E  a causa di questi contrasti, a fine anni Sessanta, nel Nord, tra Belfast e Londonderry, è scoppiata una guerra civile strisciante (qua sull'isola si dice «Troubles», disordini) durata un trentennio e costata  tanto dolore che basta a riempire un mare. 
Tra l'Italia e l'Irlanda del Nord non ci sono voli diretti. Bisogna atterrare a Dublino, nella Repubblica. Si punta a settentrione e dopo 150 chilometri  ecco le miglia britanniche. Non ci sono dogane, non cambia nulla, ancora ginestre, ancora un profumo dolce e stordente nell'aria, ancora pascoli verdi, rovine di castelli normanni, scogliere a picco, ancora case di pietra grigia, colline ricamate di siepi, campi da golf coi tappeti che sembrano  tavoli da biliardo, boschetti di rododendri che si mescolano con le azalee giganti aggiungendo macchie lilla al giallo dominante e nuovi profumi a un'aria già ricca di aromi. Sulle colline, tanti  rettangolini verdi bordati di muri di sasso e ginestre.  E' sempre  lo stesso, incantevole,  panorama sino a che si arriva all'estremo Nord dell'isola. Su su, al Giant's Causeway.   Un luogo scolpito e dipinto dal mare e dal vento.
Giant's Causeway non è solo una delle più belle scogliere della terra, non è solo il nido che ospita le gigantesche colonne di basalto, alcune alte fino a 160 metri, create 60 milioni di anni fa da un'eruzione vulcanica, Giant's Causeway è un paradiso per chi ama i fiori e le piante, per chi gioisce sedendosi su una roccia a guardare il tempo che passa al ritmo del  salire e scendere dalla marea. Calando dalle fattorie lungo i sentieri tracciati sui bordi delle rocce, spuntano mazzetti di fiori di ogni genere. Aggrappate alle crode, come cozze allo scoglio, macchie azzurre, arancio, lilla, blu, ancora giallo e bianco. Un trionfo floreale, con centinaia di specie che vivono una vicina all'altra. Una mistura di profumi che lottano per sopravvivere all'aspro salmastro del mare, alle punture dello iodio.  Mentre giù in fondo, quando l'acqua si ritira spinta dalle mani invisibili della luna, spuntano alghe purpuree, verdi, marroni, che arricchiscono lo spettro di colori creato dai fiori.  Alla Giant's Causeway gli occhi, strattonati da tutte le parti, non sanno più dove posarsi.
 
Il whiskey è la seconda gloria  della fetta d'Irlanda che circonda le Giant's Causway. A pochi chilometri dalla scogliera  si trova la più antica distilleria legale del mondo: la «Old Bushmills distillery», fondata nel 1609. Fino a quell'anno il whiskey veniva prodotto solo tra le pareti di casa, di nascosto dalle autorità. Basta entrare tra le mura dell'opificio e si scoprono i segreti di un elisir magico. Alla Bushmills, in un paio di ore si impara tutto: dalla produzione al consumo. Lezione numero uno: il whisky è una roba scozzese, il whiskey (attenzione alla e) quello sì che è irlandese, mentre il bourbon è americano. Lezione numero due: il sacro liquido esce dal processo di distillazione del colore dell'acqua. Si imbrunisce in varie tonalità a seconda del tipo di botte in cui viene conservato. Mai botti vergini ma contenitori che hanno già ospitato vino di porto, Sherry, bourbon. Ad ogni «antenato» corrispondono colori e sapori diversi. Lezione numero tre (semplificata al massimo): i whiskey che si ottengono mescolando più tipi di malto (blended) sono meno raffinati, quelli che si ottengono da tipi di malto ricavati dallo stesso cereale (pure malt) sono di qualità intermedia, quelli che si ottengono da un unico malto (single malt) sono il top della qualità. Lezione numero quattro: il whiskey non si beve mai col ghiaccio, fatta eccezione per i bourbon e i blended meno pregiati. Perché? il freddo uccide gli aromi più delicati. Lezione numero cinque: come si degusta il whiskey e come lo si beve in casa degli esperti. Si versa nel bicchiere; una prima sorsata rapida. Una seconda sorsata più persitente. Poi si aggiunge al distillato un goccio di acqua a temperatura ambiente. Alla terza sorsata emergono tutti gli aromi, anche i più nascosti. Allora, se siete capaci, potete sentire, vaniglia cannella, cuoio... Alla Bushmills le lezioni sono pratiche, si affronta una mezza dozzina di bicchieri diversi e il rischio è di uscire un po' brilli. Indimenticabile il profumo che si aspira nella distilleria. Da fare invidia a quello delle ginestre.
 
Belfast è un ricordo in bianco e nero.  In un paese tutto a colori questa città, nella memoria, è legata alla televisione di un tempo. A quei telegiornali dei primi anni Settanta che si aprivano sempre con gli scontri tra nazionalisti e unionisti, con le proteste della pasionaria cattolica Bernadette Devlin, con le bombe dell'Ira e il fuoco dei paracadutisti inglesi sulla folla. Macchine incendiate, vetrine infrante. Idranti. Tutto rigorosamente in bianco e nero, col commento di Sandro Paternostro da Londra.  E questo inferno è andato avanti per trent'anni, finché il presidente americano Bill Clinton non ha convinto i cattolici capeggiati da Gerry Adams e i presbiteriani guidati da Ian Pesley a stringersi la mano e a seppellire l'ascia di guerra. Oggi Belfast ha ripreso i suoi colori, è una città dove la gente è tornata a vivere,  le strade, un tempo deserte dopo il calar del sole, brulicano di gente fino a tarda ora, nei pub ci si diverte, nuovi locali spuntano come funghi, nascono imprese commerciali. Si sta bene. Seduti a un tavolo nel ristorante all'aperto, in un sabato di sole e di piccole nubi che scorrazzano nel cielo, ci si guarda intorno e non si riesce a collegare questa città allegra  con quella dei vecchi Tg. Non si può credere che i Nord Irlandesi abbiano buttato via trent'anni della propria vita  combattendosi con cattiveria e perfidia, a colpi di bombe vigliacche, agguati, fucilate su gente inerme. Per capire il vecchio Ulster bisogna trovare un tassista disposto a portare i visitatori a «Falls Street»  covo dei cattolici più accesi, o a «Shankill road», dove vivono gli ultrà unionisti. Qui, sulle facciate delle case e sui muri di recinzione, si trovano ancora i  murales che testimoniano decenni di partigianeria e di odio. Emblemi gotici di formazioni armate, uomini incappucciati, fucili mitragliatori,  volti di «martiri» della lotta «religiosa», frasi tronfie e minacciose. Qualche insulto. E non basta una scrollata di spalle per dimenticare.
 
Oggi Belfast  non vuole più essere la città dei «Troubles» ma, magari, una capitale della gastronomia europea. Ricca a fine Ottocento grazie alle sue industrie, in decadenza nel ventesimo secolo, ora, dopo essere stata la capitale mondiale del lino (e in periferia ci sono ancora le vecchie fabbriche di tessuto ormai in malora), dopo essere stata  la sede dei prestigiosi cantieri «Harland & Woulfe», da cui sono uscite navi come il Titanic, punta ad essere un buon approdo per i turisti a caccia di un fine settimana speciale. Così  alla visita dei suoi ridondanti edifici vittoriani in marmo e mattoni rossi, all'escursione in barca ai cantieri del Titanic,  alla visita guidata dei pub storici, all'immersione nel variopinto  labirinto di Sain Georges Market, allo shopping in Victoria Square, si affianca l'offerta raffinata dei ristoranti. Primo tra tutti il «James Street South Restaurant». Un locale che sta sempre sui giornali per la sua cucina semplice ed elegante, fatta di grandi ingredienti trattati con rispetto, con un giusto rapporto tra tradizione e innovazione e - cosa che non guasta - tra prezzo e qualità. Ma il James non è un fiore nel deserto, ci sono tanti altri locali a Belfast, dove si mangia bene e, soprattutto, si sta bene. Poi, per tirare le ore piccole, ci sono i pub con la musica dal vivo e certe birre fresche e saporite che tengono viva la voglia di godere la notte.
 Il monastero di Nendrum è una tappa obbligata per chi si trova a Belfast. La strada per arrivarci costeggia il lungo fiordo di Strangford Lough: stretta tra acqua e colline offre paesaggi mozzafiato. Castelli in rovina, boschetti, piante secolari isolate nei campi, distese di narcisi e giacinti, vecchi mulini, il fondo del mare liberato dalla bassa marea e, in capo all'istmo, dopo chilometri di delizie, il monastero di Nendrum, che come tutte le grandi opere religiose, si trova in un posto magico, fermo nel tempo, quasi surreale. Un'isola, una collina dolce che vigila su prati e lagune, poche pietre che lasciano immaginare quello che era il monastero e Mister Patton, la guida locale. Sono questi gli ingredienti di una visita indimenticabile. Patton, aiutato dal paesaggio, dalla bellezza della luce del mattino, dall'energie che sgorga dalla terra, dalla leggerezza dell'aria, tiene un'indimentabile lezione sulla vita nei monasteri irlandesi,  sui rapporti tra potere della chiesa e potere laico. Poco importa sapere se Nendrum fu fondato nel quinto o nel sesto secolo, poco importa sapere se lo volle Saint Machaoi o San Patrizio, Patton spiega l'importanza dei monasteri nella storia dell'umanità, le grandezze e le miserie della Chiesa e degli uomini. Tra piante di azalea, rododendri e ginestre. Sulla testa un cielo che più azzurro non si può.
 
Armagh è un'altra tappa fondamentale nel tour della parte occidentale dell'Irlanda del Nord. Non solo perché è la capitale spirituale dell'intera Irlanda (Repubblica compresa), sede del primate della chiesa cattolica e della massima autorità della chiesa presbiteriana, ma anche, e soprattutto, perché ospita una delle più antiche biblioteche pubbliche del Regno Unito. Fondata nel 1771 dall'arcivescovo Robinson, è un piccolo gioiello ospitato in un bell'edificio in stile georgiano. Piccola e raccolta, ancora tappezzata dalle sue boiseries originali, ospita la prima edizione dei «Viaggi di Gulliver» e diversi manoscritti di Jonathan Swift, antichi codici miniati, incunaboli, edizioni rare,  dipinti e acquerelli della tardo settecentesca collezione Beresford. Ma con un po' di fortuna, arrivando all'ora giusta, i bibliotecari vi offrono un thè, coi pasticcini locali e i biscotti secchi, da sorbire immersi nel profumo di legno stagionato, carte e inchiostri, nel silenzio raccolto che scende dai secoli. Tanto per non dimenticare che il Nord dell'Irlanda è un fetta di Inghilterra.
 
 
 
 

 

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  • mary

    15 Giugno @ 17.45

    L'Irlanda e' una terra meravigliosa. l'ho visitata tutta 3 anni orsono. peccato che esista ancora tanto odio fra gli uomini: il muro divisorio fra protestanti e cattolici ,purtroppo e' tuttora una triste realta'.

    Rispondi

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