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New York, New York ovvero: vivere in un film

Sulla Fifth Avenue, nei bar, nei musei d'arte moderna, a Central Park, al Greenwich Village: la memoria cinematografica è più forte della realtà

New York, New York ovvero: vivere in un film
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Di tutti i luoghi comuni il più entusiasmante da constatare è senz'altro questo: «A New York ti sembra sempre di essere in un film». Vero. Per esempio nei musei di arte moderna.

Un passo dentro e sei già in mezzo a una fauna da operina di Woody Allen.

Al Moma, certo, o anche al Guggenheim. Ma soprattutto al Whitney, nella nuova sede di Gansevoort Street, progettata da Renzo Piano, o anche alla Neue sulla Quinta Strada. Gallerie un po' defilate, molto raffinate, specialmente la seconda, ma ricche di capolavori coinvolgenti come di visitatori ancora più affascinanti da osservare.

Eccentricità vera, non pretesa. Una Annie Hall lì la trovi sempre tra rasserenanti coppie di anziani che si tengono per mano davanti a un Picasso, gruppetti di amiche ottantenni bellissime che da giovani probabilmente furono sfolgoranti, studenti assorti più competenti che hipster, studentesse rapite da Klimt, Kokoshka o Schiele che paiono loro stesse uscite da una tela di inizio Novecento.

Alla Frick Collection, poi, magione di lusso lungo la Fifth Avenue con vista su Central Park, nelle sale maestosamente e clamorosamente rigurgitanti di pezzi d'arte, si avanza tra i fantasmi di Daniel Day Lewis e Michelle Pfeiffer nell'«Età dell'innocenza» firmata Martin Scorsese (di cui è troppo facile rievocare «New York, New York». O anche «Taxi Driver»: non c'è altra abbondanza che di yellow cab, in città).

Poi esci e a downtown capita che all'improvviso, con la rapidità esasperata di una sequenza da action movie, una strada venga bloccata da una decina di mezzi e una cinquantina di poliziotti in assetto di emergenza che mandano via tutti, passanti e automobilisti. Difficilmente si capisce cosa sia successo e di quale gravità sia l'accaduto, ma se per fortuna non sei coinvolto è un attimo ripensare a scene girate da Sidney Lumet, la nevrosi metropolitana di «Quel pomeriggio di un giorno da cani» o le albe livide del «Principe della città».

Chelsea di sera è una delle zone più alla moda: molta beautiful people versante giovanile si riversa fuori dai taxi davanti al The Standard, hotel di diverse star sì, ma anche lounge esclusivissima ai piani più alti nonché bar e ristorante a piano terra, The Standard Grill, ad altissima densità di discepole di Kate Middleton o della Carrie Bradshaw di «Sex and the City».

Molti degli esemplari maschi sotto i 35 hanno le sembianze adatte per ben figurare tra le «Mille luci di New York» e infatti come nel film (e nel libro di McInerney da cui è tratto) sono tanti i giovani leoni della borsa o degli studi legali che allungano banconote al neohippy di colore che vende cocaina sul marciapiede.

Al Greenwich Village, sezione SoHo, piccoli «negozietti graziosi» non possono che aver fatto da teatro a commedie sciroppose tipo «C'è posta per te» con Tom Hanks e Meg Ryan (a proposito: impossibile non sollevare lo sguardo sull'Empire State Building e altrettanto impossibile non rivedere loro due in cima nella sequenza finale di «Insonnia d'amore». Se non l'avete visto, vi verrà in mente almeno «King Kong»).

In Washington Square le residenze austere stile londinese sono quelle in cui si consumò d'amore Olivia De Havilland nell'«Ereditiera» di William Wyler. Tornando nel cuore di Manhattan, cosa dire del Plaza, un tempo hotel celeberrimo (in una delle sue suite si agitò Walter Matthau, il film di Herbert Ross è datato 1971) e oggi caseggiato extralusso (con ambasciate all'interno)? I più romantici si ricorderanno dello struggente addio fra Robert Redford e Barbra Streisand in «Come eravamo», girato proprio davanti alla fontana del piazzale. E quella coppietta che sta litigando nel parco di fronte? Lui sembra Redford (ancora), lei Jane Fonda. Entrambi sono a piedi nudi.

Madison Avenue: troppo semplice dire «Mad Men» che poi non c'entra perché è una serie tv. Piuttosto, farsi un «Martini» da Bemelmans, il bar dell'hotel Carlyle, sarà come stare gomito a gomito con Jack Lemmon sconsolato e sbronzo nell'«Appartamento» di Billy Wilder insieme a Shirley Mac Laine.

Insomma, lasciare New York come canta Michael Stipe non è facile (ma anche arrivarci è un lavoraccio con i controlli a catena cui bisogna sottoporsi appena atterrati al Kennedy). Perché non delude mai e toglie il fiato sempre. Anche se Holly Golightly, l'unica che avreste veramente voluto incontrare, nessuno riuscirà a incontrarla mai più.

DA VEDERE

L'IMPERDIBILE HIGH LINE
La High Line è un parco lineare di New York realizzato su una sezione in disuso della ferrovia sopraelevata chiamata West Side Line facente parte della più ampia New York Central Railroad. Detto così, non sembra del tutto invitante: invece è diventato in pochissimo tempo uno dei luoghi imprescindibili per chi va a visitare New York. E' una passeggiata fra i grattacieli e le farfalle, fra le piante, i fiori e i gelatai fino alla 10th Avenue Overlook, una gradinata che permette di osservare il traffico sottostante, per poi costeggiare l'Hudson. Una vera meraviglia. Tutto a piedi, naturalmente. Punto di partenza: l’ingresso su Gansevoort Street.


LA GALLERIA WHITNEY MUSEUM
Il Whitney Museum of American Art ha riaperto i battenti nella nuovissima sede, spaziosa e affascinante, firmata Renzo Piano, una struttura a sbalzo che garantisce oltre 4500 mq di spazio espositivo. Al Whitney Museum of American Art sono custoditi il «Circus» di Alexander Calder, l’«Early Sunday Morning» di Edward Hopper, il «Green Coca-Cola Bottles» di Andy Warhol, tutte opere emblematiche e leggendarie.

IL LOCALE MOZZAFIATO 230 FIFTH
E' uno dei rooftop bar (si può anche cenare) più ricercati da chi vuole sentirsi mozzare il respiro. Già la Penthouse Lounge, in inverno, offre una straordinaria visuale su Manhattan. Ma il Garden al piano superiore, di sera, con l’Empire State Building e gli altri grattacieli che gli fanno da corona sembrano una fantastica scenografia hollywoodiana. Al di sotto dei 21 anni non è possibile l’ingresso, nemmeno al pomeriggio. Più sofisticati, sempre nella categoria rooftop, Le Bain at The Standard High Line, Pod 39, The Heath & Gallow Green.

IL «PERICOLO» BERGDORF & GOODMAN
Ecco il luogo che gli uomini dovrebbero temere di più: magazzino di lusso che più di lusso non si può, vanta - fra migliaia di altre cose «very expensive» - un reparto scarpe grande come un aeroporto con tutti ma proprio tutti i marchi di alta gamma. Perciò anche se le vostre mogli, compagne, fidanzate giurano di essere ormai oltre le firme, le griffe e tutte le mode e ripetono di preferire i negozietti di SoHo o Chelsea, non cascateci: prima o poi vorranno fare una visitina al tempio più costoso della Quinta Strada. Rifiutate di accompagnarle perché una volta entrati non ne uscirete senza aver dovuto fare un regalo che anche se piccolo avrà un costo grande.

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