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A piedi sul fiume per scoprire l'anima di Hanoi

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di Luca Pelagatti

E' vero: fa caldo, il marciapiede appollaiato a venti metri sull'acqua fangosa e rossastra sembra sempre sul punto di sprofondare, i motorini, dannazione a cui non ci si rassegna così come all'umidità da palude, vi sfiorano. E uno sciame di taxisti su due ruote vi assilla offrendo  passaggi non richiesti con una insistenza che farebbe perdere la pazienza anche al Buddha. Ma, nonostante tutto questo, ne vale la pena. E alla fine vi ritroverete stanchi e sudati. Ma felici.  Ecco perchè una volta assuefatti alla corrida tra i motorini, al traffico snervante e alla cadenzata condanna serale dello scroscio d'acqua del monsone, il ponte Long Sien, sullo sterminato fiume Rosso di Hanoi, lo si deve affrontare.  Con cautela come merita una rugginosa impalcatura costruita da Monsieur Eiffel (sì, proprio quello della torre) ma anche con lo sguardo divertito di chi pregusta una bella esperienza. Che un ponte, dalle altre parti del mondo, è solo un ponte.
 

Ma ad Hanoi, capitale timida del Vietnam, è anche qualcosa altro. Intanto per le dimensioni: che non è vero che non contano.  Il ponte è lungo un chilometro e seicento metri e già questo fa capire cosa scavalchi. Ma se in altre latitudini  la grandezza diventerebbe grandiosità d'ingegneria qui è diverso: quello che vi resterà in mente non sarà infatti  il ferro, il cemento o quelle pietre che non sono antiche ma vecchie. E quindi sbrecciate e senza garbo.  No, quello che si fissa nel ricordo è la vita che vi ronza sopra. Perfetta icona della vita del Vietnam di oggi che viaggia in motorino, veste il cappello a cono in paglia ma sogna la berlina Toyota e una giacca Armani. E va bene anche se è un falso sfacciato «made in Bangkok».  Incamminatevi quindi sul ponte al mattino, quando il sole a picco ancora non vi arrosserà troppo la nuca, e rimarrete tramortiti dal traffico. Ovviamente chiassosamente a due tempi.  Fino a una dozzina di anni fa, fino al Doi Moi, il «Grande rinnovamento» voluto dai burocrati del partito che sognavano la perestroika in salsa vietnamita, sarebbero state per lo più bici mentre ora sono bitorzolute motorette Honda che dalle nostre parti non vedrete mai. E il progresso, chiamiamolo così,  a livello di decibel si fa sentire. Sopra le due carreggiate, una per senso di marcia mentre in mezzo rosseggiano rotaie ossidate, imperversa un vigoroso  rigagnolo di scooter che qui rappresentano il mezzo di trasporto di tutte le famiglie. Nel senso che su un motorino ci stanno, è la prassi, papà, mamma e due bambini. E per nuclei molto prolifici si tratta solo di stringersi un po' di più. Tanto traffico, è ovvio, sarebbe una minaccia ovunque. In Vietnam è ancora peggio ma la precauzione, l'unica, è quella di suonare compulsivamente il clacson. Non serve a nulla, e quasi subito i nervi saltano, ma se ne domandate la ragione ad un vietnamita vi guarderà strano: come se chiedeste a uno di noi perchè chiudiamo la portiera prima di partire. Traffico, quindi. Poi  rumore. Ma anche, l'abbiamo detto, tanta vita.

Sul ponte c'è chi vende fette di durian, un frutto dalla gialla polpa molliccia e dal caratteristico afrore di piedi, e chi propone  noccioline, chi si attarda a fare colazione con ciotole di tagliolini di riso e chi, come chiassose frotte di scugnizzi rapidissimi, si tuffa nella corrente. Tutti, ma proprio tutti, vi guardano. Chiedendosi, è evidente, cosa accidente ci faccia  un sudato occidentale a piedi in un posto dove un vietnamita di buon senso non andrebbe mai.  Però, e qui sta il bello, si fanno anche guardare. E per capire il paese, visto che la lingua è un aneddoto cifrato, gli occhi sono forse l'unico senso che non mente. Dal ponte così vedrete la lenta danza delle barche strattonate dalla corrente e le movenze dinocolate dei bufali sulle rive, i bizzarri scafandri  di seta e cotone con cui le donne si imbozzolano (qui prendere il sole è un peccato imperdonabile) e le «mise» sedicenti occidentali di quelli che hanno clonato  la modernità vista sul web. Anche se la calza bianca è dura da abbandonare. Vedrete gli scooter viaggiare carichi come Tir, e se la merce sborda a destra e manca sta a voi schivarla, e vecchie incartapecorite, ma  elastiche sui talloni, con i pesi portati a bilanciere sulle spalle, come nelle iconografia tradizionale. Che qui non è folclore ma ancora realtà.

Arrivati sull'altra sponda fermatevi un attimo,  riprendete fiato e ripartite. Se però prima avrete la fortuna di incrociare un treno in transito stoppatevi a sbirciare  l'andamento lento della motrice, la folla incredibile ammassata negli scompartimenti. E le grate che, sui veri motivi i pareri sono  discordanti, stanno a proteggere i vetri.  Se ne avete la necessità bevetevi una birra, la autarchica «bia hoi», la birra più economica al mondo,  in una baracchetta lungo la strada e riprendete il viaggio. Sembra impossibile ma quando sarete rientrati sulla sponda «giusta» del grande fiume vi parrà di essere a casa. E  Hanoi vi sembrerà, finalmente, più vostra. A questo punto, solo ora, andate nel cuore della città. Un cuore d'acqua come è logico in un paese che, dall'aereo si capisce bene, è una sterminata risaia. Ma se il fiume Rosso scorre, l'acqua del lago Hoan Kiem, ovvero della spada ricostruita (il nome rievoca, bizzarra coincidenza, una leggenda che pare Excalibur) sta ferma. Immobile. Come la gente intorno.  Sul lungo ponte tutto scorre e la vita trotta. Intorno al lago invece ci si siede. Qualcuno amoreggia. Molti parlano. E all'alba cercano armonia nella danza rallentata del tai chi.  I più giovani invece aguzzano gli occhi cercando le mostruose tartarughe che ne abiterebbero i fondali. Vederle pare porti bene, e forse per questo,  vi stupirete di scorgerne tante anche voi. Ma forse qualcuno ha solo capito che per rendere felice la gente ci vuole poco e ha furbescamente  ripopolato il lago.

Sull'isoletta al centro poi, collegata con un idilliaco ponticello rosso, studentesse compunte fanno lezione di disegno dal vivo copiando la pagoda Tran Quoc.  Se cominciate a fissarle sarete come ipnotizzati dalla danza delle matite che indugiano a ombreggiare le lanterne. La città, la grande Hanoi, pensata per essere una capitale mignon da mezzo milione di anime e che oggi ha «sforato» da un po' i tre milioni intorno pulsa e vive, si affanna e cerca di imitare l'antipatica ex nemica Ho Chi Min city (che poi è, banalmente,  Saigon) ma qui intorno, sotto la quiete degli alberi, il ritmo si fa molto più blando, rilassato. Realmente vietnamita. Come lo sono profondamente le danze evanescenti delle marionette sull'acqua che vanno in scena a due passi da qui, al teatro Thang Long. Lasciate i pregiudizi a casa e preparatevi a qualche spruzzo, a ingenue storie di principesse rapite e a draghi che fanno la lotta a colpi di petardi. I bambini  impazziscono sempre, i bambinoni senza gli occhi a mandorla, spesso,  si divertono. Probabilmente poi sarà sera, una sera che qui, purtroppo, arriva presto. Dopo il tramonto le strade sono illuminate da pallidi lampioni, ben diversi dalle sguaiate ragnatele di luci di Saigon. Ma d'altra parte Hanoi, la pudica, si corica presto.

Chi voglia discopub e movida si prepari a sbadigliare. Non certo per la fame che, invece, il cibo qui merita l'applauso. No, è la vita notturna che latita nella capitale del Vietnam.  Per turisti e espatriati un paio di bar, sempre quelli, garantiscono banale  pop inglese, spine di «bia hoi» e cocktail improbabili. Mentre a cavallo della mezzanotte per strada, nonostante il ragliare dei motori a due tempi, regna il silenzio. Ma se la città si  spegne presto si alza anche di buon'ora. All'alba, intorno al lago e sulle rive del fiume Rosso, c'è chi gioca a badminton, chi  fa piegamenti con stile antico da cinegiornale Eiar e chi nel tai chi cerca la flessibilità del bambù. E' un intervallo breve e perfetto, silenzio e aria ancora fresca, sotto un cielo di solito zeppo di sudore e rumore. Tra poco, sul ponte Long Sien, la migrazione perenne di scooter riprenderà a ronzare, i vagoni del «treno della  Riunificazione» inizieranno il loro torpido viaggio di 41 ore verso il sud, verso Saigon e l'altro Vietnam. Voi, se potete, salite invece su un risciò. In un mondo di motorini chiassosi e pistoni, la quiete dei pedali che scivolano su tre ruote è un buon modo per augurarsi buongiorno.

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