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Nel cuore del Sahara le cattedrali del silenzio

Nel cuore del Sahara le cattedrali del silenzio
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di Roberto Longoni

La duna è  un muro d'ombra sotto il sole basso sull'Acacus.  Vista da sotto, è un imponente sipario di velluto tra due quinte di roccia. «Dobbiamo arrivare lassù?» chiede qualcuno. I tuareg rispondono con   «Insciallah» accompagnati da sorrisi. Si capisce che per loro è un gioco da ragazzi. La sosta dura giusto il tempo di prendere misure e slancio. Poi, via con una prima tirata allo spasimo. Si arranca, si sprofonda, si sbanda su quella montagna fatta di polvere, ma alla fine il  Land Cruiser di Balek, il capo carovana, mette le ruote anteriori al di là del crinale sabbioso della duna di Awis: gli altri lo affiancano. Ci si ferma quasi in bilico.  Il cuore in gola, dapprima si getta uno sguardo alla ripa di fronte, memori di quella   appena scalata. E presto il timore cede alla meraviglia. Verso la luce del tramonto morbidi mantelli di sabbia rossa s'infilano tra creste di pietra nera come lava, profili di teste di cavallo, una piramide perfetta, pinnacoli, castelli e cupole. Poche decine di chilometri oltre, la storia colonialista ha avuto la presunzione di tracciare una frontiera seguendo meridiani: di qua il Fezzan libico, di là l'Algeria, con il suo Tassili n'Ajjer. Ma qui è il vero confine, l'unico riconosciuto fino in fondo anche dai tuareg, nomadi per contratto con madre terra, abili a seguire il sole, le stelle e il vento come gli antichi marinai. Fino a qui l'Acacus  schiude corridoi; oltre diventa un labirinto sempre più a picco, una fortezza inviolabile attorno a uno dei tesori segreti del Sahara. Solo natura. Dove sembra che il vento abbia fretta di cancellare anche le orme dell'uomo dalla sabbia.

Al centro dello scatolone di sabbia
Il suono ruvido delle ruote sull'asfalto è un lontano ricordo, quando ci si affaccia sull'orlo della grande duna di Awis. I tuareg che guidano i fuoristrada con la stessa perizia con cui domano i dromedari hanno sgonfiato le gomme dopo due ore di corsa verso ovest da Germa. Fino ad allora, il deserto aveva quasi giocato a nascondersi. Con le luci della città e di un luna park a salutare l'arrivo serale a Sebha, a oltre un'ora di volo a sud di Tripoli. Effetti speciali nel «bel mezzo del nulla». Poi, di corsa lungo una strada che sembra un residuato coloniale, ancora verso meridione. Buche da dribblare; posti di blocco superati mostrando fogli che i poliziotti nemmeno leggono per la fretta di stringere la mano dell'autista.

I Garamanti
E infine Germa, ai margini della storia, accanto alle rovine dell'antica Garama, la capitale dei Garamanti, il popolo che abitava il Fezzan, la Libia del sudovest al aprì rotte ai commerci transahariani, dall'Africa nera al Mediterraneo. Una società matriarcale che aveva il comune senso del pudore dettato dalla promiscuità: il prestigio di  una donna era direttamente proporzionale al numero degli amanti. I figli erano della madre fino all'adolescenza, quando l'assemblea tribale stabiliva la paternità sulla base delle somiglianze dei tratti.  Gente fiera che punzecchiò il margine meridionale dell'impero romano, fino a quando ventimila legionari condotti dal proconsole Lucio Cornelio Balbo marciarono per 3000 chilometri nel deserto, cogliendo di sorpresa chi aveva fatto dell'agguato l'arma vincente. Da allora, rifornendola tra l'altro di  belve, elefanti e schiavi etiopi, i Garamanti diventarono (con qualche scossone bellico) validi partner commerciali di Roma. Alti ed eleganti nelle vesti variopinte, neri di pelle, fini nei lineamenti e nei modi, i tuareg sono figli di questo mitico popolo.

Il tè nel deserto
 Da Germa sono due ore di strada monotona tra la falesia del Messak Settafet e una sottile fascia di palme e arbusti. E' la lunga oasi di Jal, dove un tempo scorreva un fiume. Poi, all'inizio dello sterrato, le valvole delle ruote, sibilando, hanno annunciato che da lì in poi si sarebbe fatto sul serio. E sono iniziate le corse tra gli archi di roccia, le guglie e le statue scolpite dal vento, giganti dalle caviglie sottili, sparute acacie, piante che depongono a terra piccole «bocce».  Il sole s'infila in fretta nello  scrigno di roccia dell'Acacus, sprofonda in un cielo gonfio di sabbie. Le guide a turno s'inginocchiano rivolte alla Mecca. L'acqua è sul fuoco acceso dopo aver trovato sterpi chissà dove. Deve bollire tre volte, il tè verde. Deve zampillare come una sorgente dall'alto della teiera schiumando nei bicchieri. Tre volte va bevuto. «Il primo è amaro come la morte, il secondo duro come la vita, il terzo dolce come l'amore». Arrivi a quel terzo concentrato di linfa   di saggezza, e come per una cotta d'amore non t'addormenti più. Intanto, tra un tè e l'altro, spunta un sacchetto di datteri. «Non meno di tre, meglio sette» dicono le guide. Ecco, anche la cena potrebbe essere servita, mentre si fa scuro. Si riparte per il campo tendato di Dar Auis: i tuareg viaggiano a fari spenti, «fiutando» una pista a  noi invisibile anche di giorno.

L'età dell'abbondanza
Ma c’è una pista della storia che solo i diari di pietra permettono di risalire. Ricorda un Sahara florido, una verde savana attraversata dai fiumi e popolata dai grandi mammiferi, abitata da antichi cacciatori, che ritraevano gli animali del loro mondo. Qui potrebbero affondare le radici della civiltà egizia: quando il deserto si fece troppo inospitale, si emigrò verso l’immensa «oasi» del Nilo. Portando con sé le tecniche dell’imbalsamazione e dell’arte visiva. A più riprese nel Fezzan si scoprono graffiti o pitture rupestri: c’è chi ne ha contati almeno centomila. A osservarli si stacca il biglietto per un viaggio di ritorno fino a diecimila anni fa. Intanto, si passa tra montagne austere, aguzze o dalla cima piatta, con i fuoristrada che risalgono non più la corrente dei fiumi, ma del tempo. In una rientranza tra le rocce, quattro buoi dipinti di rosso. Più in là, le incisioni: la giraffa, l’ippopotamo, il fenek, gli elefanti, una donna che partorisce. Tratti che da naturali si fanno metafisici, quasi formule magiche per l'«oltre». E poi di nuovo pitture in ocra rossa: una scena di guerra, popolata da uomini con le lance, un carro. Un’anticipazione di Mathendush, la scogliera affacciata sul «fiume» Barjini (in secca quasi sempre, ma dalle piene improvvise e rovinose): un «documentario rupestre» che ha inciso elefanti, giraffe, coccodrilli... I gatti mammoni, rampanti sulla roccia più alta, dominano la scena e la piana sterminata.

Dal Messak al Murzuk
L’uomo, fatto di polvere, segnava la sua storia sulle scogliere che il vento polverizzava. Perché qui tutto è sabbia a un diverso stadio di consistenza: un’illusione i palloni di roccia, i pinnacoli, i funghi in equilibrio precario, le falesie, le grotte. Prima o poi saranno scomposti in granelli, per tornare nell’immensa clessidra del deserto. E’ alle dune primordiali (o finali) del Murzuk che si arriva dopo un altro giorno di viaggio, attraverso l’erg dell’Uan Kaza e il reg scuro del Taita. Erg regno della sabbia, reg delle pietre. Il limite di velocità qua e là è imposto dal fondo di sassi aguzzi. Si superano laghi prosciugati, disseminati di frecce, punte di lance di selce e macine primitive, scarnificati accampamenti dell’età della pietra: chissà come, galleggiano sulla polvere spessa dei millenni. Sull’altopiano del Messak si fila in ordine sparso, seminando scie di comete bianche, inseguendo miraggi e fate morgane. Si «vedono» distese d'acqua sovrastate da dune, sulle quali altra «acqua» e altre dune sono stese come su un orizzonte parallelo. Si attraversa un sogno, per  imboccare il passaggio obbligato per il mondo delle sabbie. Le ruote sgonfie dei Land Cruiser ora è come se galleggiassero su un morbido e spesso tappeto. Il Murzuk è immenso, immense le sue effimere cime. Il vento ci gioca come un bambino che costruisce castelli su una spiaggia senza fine. Tutto cambia, senza dare punti di riferimento. La vista delle dune eccita i tuareg, che s’esibiscono in un su e giù alla ricerca di nuovi passaggi. Il gps, che forse devono avere per legge, è chiuso nel cruscotto dei loro fuoristrada. Non ne hanno bisogno. Balek apre la carovana. Mustapha, l’artista del volante, la chiude, seguendo piste tutte sue. Il sole basso arrossa il grande mare di sabbia del Murzuk: si piantano le tende, si accende il fuoco.  Una duna alta 150 metri sopra il campo impone l'ascesa: si sale di venti centimetri per scendere di dieci a ogni passo. Intanto, cala la sera e le stelle sembrano a portata di mano nell'aria asciutta. I tuareg attorno al falò battono sul tamburo di una tanica vuota. Canticchiano «Io vagabondo» dei Nomadi. Affinità elettiva. Poi il silenzio si fa assoluto. E nel suo fondo sterminato sembra di sentire la voce di Dio.

.NOTIZIE UTILI
Un viaggio (per forza organizzato) nel Fezzan, una delle regioni più spettacolari del Sahara, può essere considerato per tutti.  Da qualche anno qui si trovano un albergo di standard europeo (unico nella regione) con  28 confortevoli camere con bagno, acqua calda e ventilatore e un campo tendato fisso (il primo del Sahara) nell’Auis, nel parco dell’Acacus (patrimonio Unesco) e le dune di Uan Kaza, con 30 ampie tende a due posti dotate di ogni comfort (pavimento, mobili, luce elettrica, letti con materassi e piumoni, salottino esterno, bagno e doccia con acqua calda, morning tea, ristorante con frigo, telefono satellitare, tenda beduina per i falò serali). Entrambe le strutture sono a gestione italiana.
Gli operatori
Hotelplan (tel. 02 72 13 61, www.hotelplan.italia.it), I Viaggi di Maurizio Levi (tel. 02 34 93 45 28, www.deserti-viaggilevi.it) e Viaggi dell’Elefante (tel. 06 60 51 30 00, www.viaggidellelefante.it), specialisti della Libia,  propongono un viaggio di 8 giorni che facendo base all’albergo Dar Germa e al campo tendato di Dar Auis  tocca tutti i luoghi più salienti del Fezzan, oltre a dedicare mezza giornata di  visita alla capitale Tripoli e una a Leptis Magna, l’opulenta città romana tra le più ampie e meglio conservate del Mediterraneo, in grado di competere per grandiosità con Roma. Voli di linea Libyan Airlines da Milano e Roma, trasferimenti e escursioni in fuoristrada con guide di lingua italiana da 1.850 euro in pensione completa. Partenze settimanali fino a fine aprile 2011.

 

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