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La più bella del mondo? Di sicuro un'italiana

La più bella del mondo? Di sicuro un'italiana
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Egregio signor Alfieri, un po' per la paura dell'aereo un po' per altri motivi non ho mai viaggiato all'estero. Ora mi piacerebbe cominciare. Non mi interessano molto i viaggi di mare o di natura o archeologici. Mi interessano le città. Mi dice quali sono le sue preferite, o almeno quali mi consiglia. Magari non solo le metropoli ma anche città piccole e particolari.
Paolo Zannoni di Parma

Una premessa. Per me le tre più belle città del mondo sono italiane. Nell’ordine, Roma, Venezia e Firenze. Per quanto riguarda l'estero, la più affascinante di tutte prima che cadesse il comunismo era Praga deserta e brumosa. Senza auto e senza caos.  Ora è cambiata molto. Mi hanno detto che  si è riempita di macchine, è diventata caotica, piena (troppo) di turisti. Chi ci andò allora è meglio che serbi il sogno intatto. Chi non c’è mai stato deve andarci per forza, per toccare con mano un bel pezzo di storia d’Europa, per vedere impareggiabili realizzazioni del genio umano, per conoscere il barocco più leggero, il gotico più avvolgente. 

Ma veniamo alle metropoli,  negli anni Ottanta erano tre le città che chi non era mai stato all’estero doveva vedere assolutamente: Parigi, Londra e New York. Oggi se ne aggiungono due: Shanghai  e Pechino,  quelle che ci indicano più di ogni altra dove il mondo sta andando. Parigi è sempre stata per gli italiani la prima da vedere. Un po’ perché nelle nostre scuole si insegnava il francese, un po’ perché era facile da raggiungere col treno oppure in macchina, in tempi in cui i voli aerei avevano costi proibitivi. Anche la mia storia di viaggiatore è cominciata lì e non dimenticherò mai l’emozione di vedere per la prima volta la Tour Eiffel, di salire per la prima volta su una metropolitana. Nel trenino sotterraneo mi sorprese il gran numero di africani seduti nei vagoni. A Parma,  non ce n’erano. O meglio, c’erano solo i pochi che frequentavano il collegio Giovanni XXIII, gestito dalle Missioni. A Parigi c’era pieno di algerini e tunisini. Mi sorpresi molto e non mi sfiorò neppure l’idea che nel giro di pochi anni, tutta l’Europa,  si sarebbe riempita di immigrati provenienti dal Sud e dall’Est del mondo. Non sapevo ancora che le grandi metropoli sono i laboratori dove si sperimenta il futuro dell’umanità.  Parigi era allora, ed è ancora,  la città mondana, dove alle bellezze dell’arte e dell’architettura si aggiungeva la dolcezza di vivere. Buoni cibi, belle donne, locali che hanno fatto la storia della rivista e dell’intrattenimento, l’ambiente Bohème di Montmartre, il quartiere degli scapigliati. Parigi è una metropoli che vive degli echi del passato. Gli echi della Rivoluzione e dell’Impero napoleonico, gli echi del Sessantotto, che è nato qui tra le strade del Quartiere Latino, gli echi dell’età delle colonie, gli echi del Gollismo. E’ una città languida.  La città mitizzata dai libri di Ernest Hemingway. La città dei pittori. La città dei musei.  Sempre attenta a conservare la patina degli anni, le buone tradizioni, le memorie più care, e poi capace di grandi guizzi verso il futuro. E allora ecco il Louvre, con tutti i capolavori del tempo che fu e nel mezzo del suo cortile una piramide avveniristica di ferro e di vetro disegnata da Ieoh Ming Pei, il più modernista degli architetti modernisti. Ecco il cuore antico della città, conservato con amore e rispetto, ma chiazzato dalle macchie rosse e gialle del Beaubourg, il centro culturale disegnato da Renzo Piano e Richard Rogers, per ospitare «il più nuovo» nel campo di tutte le arti: musica, cinema, pittura, teatro. Ma ad essere onesti chi vuole conoscere il nuovo nuovissimo, l’ultima moda o quella che verrà, non deve venire qui. Ci sono posti al mondo più «cool», più avanti. Parigi è una città sempre e comunque da vedere.  Il luogo dove si trovano le radici di tutto quello che vedremo nei prossimi decenni, ma solo le radici.
 

Londra è la capitale della Gran Bretagna. Un po’ poco. Londra è molto di più: è la città più cosmopolita del pianeta. La più aperta, la più colorata, la più accogliente, la meglio oraganizzata. Se il mondo avesse una capitale, questa sarebbe Londra. Del resto, capitale del mondo questa metropoli lo è già stata per tre secoli. Al tempo del grande impero britannico. L’India, l’America, mezza l’Africa, l’Australia, la Nuova Zelanda, larghe fette dei Caraibi, molti paesi di lingua araba, Malta, un bel po’ di isole sparse per tutto il pianeta, la Birmania, la Malesia, Singapore, Gibilterra, mezzo Canada, Aden: tutto questo e molto altro è stato nelle mani dell’Inghilterra. Dal regno di Elisabetta Prima fino alla salita al trono di Elisabetta Seconda Londra è stata il punto di riferimento globale. Il mercato che commerciava tutte le ricchezze, il porto da cui passavano tutte le merci, la caserma che regolava tutte le guerre, il luogo in cui si incrociavano tutte le razze.  Ora che le colonie non esistono più, ora che la ricchezza la governano in Oriente, la potenza militare abita a Washington, le navi attraccano in altri porti, Londra è sempre Londra. Di sicuro è la città che ha più cose da mostrare al turista. Un patrimonio culturale raccolto, coi soldi e con la forza, durante tre secoli di impero, che va dai fregi del Partenone, custoditi al British Museum,  ai capolavori del rinascimento italiano, in mostra alla National Gallery, alle tele degli impressionisti, appese alle pareti della Caurtauld Gallery, in Sommerset House. Ma la metropoli non è una nobile decaduta che guarda al passato. E’ una capitale viva e vitale. Dopo trent’anni di egemonia americana, negli anni Novanta del Novecento, l’arte contemporanea mondiale è stata guidata da Londra. Qui è nata l’ultima grande avanguardia della storia, quella degli Young British Artist, con Damien Hirts, Tracy Emin, Sara Lucas. Qui, sorgendo dalle ceneri di una centrale termoelettrica,  è nato il più importante museo del mondo dedicato al presente, La Tate Modern. Qui c’è il collezionista più «studiato» degli ultimi anni, quello che ha dettato le tendenze in ogni angolo della terra, Charles Saatchi. Il vulcanico magnate ha aperto al pubblico la più ricca collezione privata di arte contemporanea che esista. Si trova in King’s Road, nel quartiere di Chelsea. Nell’era-Blair, Londra ha corso come una pazza. E’ rimasta in vetta a tutte le classifiche planetarie: dall’architettura, con le creazioni di Norman Foster, allo sport, con le imprese del Chelsea, alla moda, con Paul Smith, alla cucina, con Marc Pier Marc, all’editoria, con Harry Potter.  Ora dopo il breve regno di Gordon Brown e l’avvento di David Cameron, sta un po’ rifiatando, soffre la concorrenza di Pechino e Shanghai, ma resta sempre un must, una città da vedere. Senza dubbio. Da solo il Museo della Scienza vale il viaggio. Anche il Museo di Storia naturale da solo vale il viaggio. Anche l’Albert and Victoria. Ma visto che si trovano tutti in Kensington, a un centinai di metri uno dall’altro, se il viaggio lo fate visitateli tutti e tre. Già che ci siete visitate pure i magazzini Harrod’s, Selfridges e Liberty; la National Gallery, il British Museum, la Tate Gallery (diversa dalla Modern), la Serpentine; Hyde park, il Barbican Center, il Parlamento, la grande ruota panoramica, Portobello, e… e si potrebbe andare avanti per ore tra giardini botanici, musei, luoghi dello shopping, teatri, gallerie, ristoranti, monumenti. Per vedere tutto ci vuole una vita intera. Ma forse non basta.

New York  dagli anni Trenta del secolo scorso è il simbolo della modernità. Nell’immaginario collettivo è la città dei grattacieli. La capitale morale dell’America. Il cinema, la televisione, la fotografia hanno fatto di lei la metropoli più conosciuta e desiderata. Per decenni il meglio dell’arte figurativa, della musica, del teatro, della moda ha abitato qui. La Quinta strada è di gran lunga la via più famosa del pianeta, non solo per lo shopping. Il Moma il museo d’arte contemporanea più celebre. Dire «ha un negozio in Quinta strada o un’opera esposta al Moma» significa per un sarto e per un artista essere nell’Olimpo. La prima volta che sono sbarcato a New York mi sembrava di essere fuori dallo spazio, magari in un film. Camminare dentro ai canyon disegnati dai grattacieli era un’esperienza metafisica. Ci sono voluti alcuni giorni per abituarmi a una città così straordinaria, a sentirla vera. Poi piano piano, passando da un negozio all’altro, da una galleria a un teatro, da un parco a un ponte, il sogno è diventato realtà. Ho scoperto che in quella immensa metropoli si possono trovare angoli di intimità, come la Frick Collection, un piccolo spazio espositivo: la casa di una famiglia di magnati del carbone e dell’acciaio di inizio Novecento, conservata intatta, con appesi alle pareti pochi quadri ma ben scelti. Piero della Francesca, Goya, Turner, Rembrandt, Velázquez, Vermeer.  Poi si esce e New York ti inghiotte di nuovo, col suo traffico, i suoi negozi, le sue mille tentazioni. Negli anni ho visto città che hanno saputo sopravanzare New York per modernità, frenesia di vita, ricerca del nuovo. Ma la Grande Mela resta un mito. Assolutamente da vedere.

Pechino e Shanghai sono, a mio giudizio, le new entry nella classifica delle metropoli straniere da vedere per forza. Entrambe hanno una radice molto antica e offrono monumenti plurisecolari come la Città proibita, nella capitale, e la Casa del mandarino Yu, nel porto del Sud. Ma la loro forza sta nel presente, che altro non è che la capacità di prefigurare il futuro. Il Pudong di Shanghai e il Quartiere Olimpico di Pechino sono senza dubbio le realizzazione architettoniche più ardite che si possano trovare oggi. Se mi chiedete in che ordine vedere le cinque città che ho scelto, posso stilare una personalissima classifica, che non si basa su nessun criterio oggettivo, ma solo sul mio gusto personale e discutibile. Prima, per me, è Londra. Seconda New York, terza Shanghai, quarta Pechino e quinta Parigi.  Ma sono certo che se rovescerete la classifica e per i vostri viaggi partirete dal fondo, ugualmente, non ve ne pentirete.

E tra le città meno famose? Io metto da sempre al primo posto una località del Nord Est brasiliano: Salvador Bahia. La città cantata da Jorge Amado. Una città in cui si vive come in un libro. Una città africana in Sud America ma anche una città portoghese in Sud America. L’architettura è quella, tutta pennellata di bianco e di azzurro, delle colonie lusitane, la popolazione è quella del continente nero. Non c’è un altro posto al mondo in cui si fonda così intensamente lo spirito di tre continenti. La lingua, le case, la scuola sono europee,  i passatempi e la religione sono africane, la terra è il Sud America. La cucina, straordinaria, raccoglie il meglio delle tre culture. I negri importati nelle piantagioni tropicali hanno nascosto la loro religione sotto le spoglie di quella cattolica, dando alla dea del mare il nome e il volto della Madonna, agli dei della terra i nomi e i volti dei santi. E così, una volta liberati gli africani, i terreiros dove si pratica il «condomblè» (un rito analogo e sovrapponibile al woodoo) sono diventati più numerosi delle chiese. Visitare un terriero, tra musiche assordanti, sacerdotesse in stato di trance, fedeli spiritati, è un’esperienza irripetibile. Da non fare a cuor leggero, ma dopo un’adeguata preparazione. Magari sui libri di Amado. Bahia offre altri gioielli. Per esempio le spiagge bianche e le palme di Itapoa e il carnevale. Il più bello di tutti. Non un carnevale organizzato come quello di Rio, ma il carnevale che nasce dalla strada. Dall’anima africana della gente. Pardon, dall’anima portoghese della gente. 

Al secondo posto tra le città che consiglio, c’è un’altra sudamericana, Cartagena, in Colombia lungo la costa del Mar del Caribe. Terza, di nuovo una metropoli, Chicago, affacciata sul lago Michigan, negli Stati Uniti. Il paradiso di chi ama l’architettura moderna. I più bei grattacieli del mondo ed anche i primi mai costruiti,  sono qui. Si cominciò nel 1871, dopo il terremoto che distrusse la città, già ricca per l’industria e i commerci, e non si è mai finito. Le prime sfide alle nuvole, sono state firmate da Louis Sullivan e Daniel Burnham, capiscuola dell’architettura a stelle e strisce, poi sono venuti Frank Lloyd Wright, Bertrand Goldberg, Tadao Ando, Yeoh Pei, Frank O. Ghery e dall’Europa Mies van der Rohe. Ognuno di loro ha lasciato un segno nel paesaggio della città, già straordinario per l’esistenza di alcuni grattacieli in stile neogotico, tra i pochi conservati in America. A Chicago, cosa che non è accaduta a New York, nessun vecchio edificio di pregio è stato abbattuto per far spazio ai nuovi. Inoltre in città si è affermata un’idea di museo a cielo aperto unica nel suo genere. Nelle piazze formate dagli Skyscrapers sono state installate gigantesche sculture che si riflettono e si moltiplicano nei vetri degli edifici. Una titanica realizzazione di Calder rimbalza su un palazzo disegnato da Mies van der Rohe; un cavallo di Picasso, più grande di quello di Troia, galoppa tra il vetro e il cemento, un monumentale mosaico di Chagall, le quattro stagioni, sfida la Skyline della first National Plaza. E da ultimo, il fagiolo, capolavoro di Anish Kapoor, se ne sta a lato del Millenium Park, per riflettere tutta Chicago come un grande specchio. Vale il viaggio da solo. Come quarta città da visitare segnalo Kyoto, che sta al Giappone come Firenze sta all’Italia. Un solo dato: ospita 17 siti protetti dall’Unesco. Quinte, a pari merito, San Pietroburgo in inverno e Cuzco. L’antica capitale Inca regala il sublime spettacolo delle architetture coloniali innestate sulle fondamenta dei palazzi precolombiani, la luce tersa delle Ande e il volo, alto, dei condor.

Luigi Alfieri
lalfieri@gazzettadiparma.net

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