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Brasile, la calata degli dei sulla notte di Rio

Brasile, la calata degli dei sulla notte di Rio
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Un ministro che rincorre un cronista per farsi intervistare è una faccenda po' buffa. Almeno è all'opposto di quel che accade di solito. Dovevo raccontare di una acciaieria mezza brasiliana e mezza italiana. Avevo tutti i particolari, l'articolo era chiuso. Non volevo imbellettarlo con gli autoapplausi di un potente. Così sgattaiolai via per Copacabana. E m'infilai nell'Avenida Atlantica, dove da tre giorni mi incuriosiva un via vai di piattini sotto una gran pianta di mimosa. Signore di ogni età (le più addobbate di bianco e celeste, ma anche in bikini oppure in severo tailleur) ponevano vivande alzando poi in preghiera occhi e braccia verso la pianta, evidentemente venerata. Se appena si allontanavano, una torma di gatti irrispettosi spazzavano  via tutto.
NOSTALGIE AFRICANE 
Fu una di quelle signore a invitarmi a un “terreiro”, che è una specie di tempietto dell'Umbanda, uno di quei culti che in Brasile, e altrove, mescolano devote nostalgie africane, richiami locali, liturgie cattoliche e seduzioni dello spiritismo. “In questa mimosa dimorano buone divinità”, mi spiegò. “Venga questa sera ci conoscerà meglio”.
La signora, come seppi al “terreiro”, era una “mae de santos”, un madre di santi. Come sacerdotessa, si era travestita da Wanda Osiris, e si muoveva da padrona di casa, tra cartapeste assiro-carioca. “Quali santi?”. “Gli orixa, i “servitori perfetti”, in continuo viaggio tra cielo e terra”. Entrare in trance, per lei e le sue assistenti, era lo strumento per arrivare al colorato Olimpo, e magari portarsi giù, in corpo,  qualche divinità.
Meno il “deus grande”, cioè Oxalà, cioè ancora Gesù, e Yemalà, l'Immacolata Concezione, la Madre delle acque. Non c'è tecnica spiritistica o preghiera o accidente magico che possa farli incarnare nei devoti. Mi aggiunsero: “ Di Dio non si può fare che flebili accenni. Dio è gradevole come le patate dolci, ma intoccabile come il vento”.
CATALOGO DI SANTI
Dal cielo scesero ad incarnarsi i santi dell'Umbanda. E al “terreiro” mi aiutarono a farne un catalogo. La “Stella del mare”, per esempio, la compassionevole patrona dei naviganti: la stessa divinità che aiutò gli schiavi a sopravvivere alle tribolazioni patite nelle navi negriere. Poi Oxossi,  un Robin Hood in sembianza di san Sebastiano. Un tempo difensore dei cacciatori (le frecce malamente partite se le prendeva addosso lui), oggi in frenetico servizio di assistenza per gli incidenti di più attuale casistica.
San Giorgio è invocato con il nome di Ogum. Le sue legioni combattono le “cattive inclinazioni dell'animo”. Dal coltivare indecenti propositi per la vicina di casa all'intrigarsi in evasioni di tasse e in falsi in bilancio. Incontra   draghi anche nel “terreiro”. Ed ecco, immaginai, il santo cavaliere piroettare come Nureyev sopra il dragaccio, poi lavorare di lancia nella bocca del mostro con l'impegno di un dentista.
Xango, che si presenta di colore marroncino, è il corrispondente di San Geronimo. Traffica con il fuoco,  il tuono, le saette. Impugna con una mano l'ascia della giustizia e con l'altra un fulmine. Yofa allude a San Benedetto. Un vecchio con la pipa. Vestito di nero e di bianco.
GAMBE SCAMBIATE
Gli Ibejs, mi istruirono, sono associati a Cosma e Damiano, protettori di avventure mediche. Anche nelle leggende cristiane si accenna a una confusione dei volonterosi fratelli. Una gamba attaccata di notte a un diafano e incidentato giovanotto di Roma risultò poi, alla luce del sole, quanto mai nera: era stata presa dal corpo inanimato di un povero africano. Mi raccontarono che molti anni addietro qualche intagliatore di statuette, nel confezionare questi Ibejs, cioè appunto Cosma e Damiano in versione umbanda, si buttò a ricalcare la faccia del chirurgo allora più famoso del mondo, per i suoi primi trapianti di cuore, Christian Barnard.
Assieme agli orixas, calarono dal cielo, i caboclos, venerandi guerrieri dai nomi western. Freccia Bianca, Sette Stelle, Pietra Rossa. Santi della foresta diventati metropolitani.
E i “pretos velhos”, i vecchietti neri. Vederli incarnati nei fedeli in trance era uno spettacolo supremo. Facevano finta di  incespicare, parlavano da sdentati. Esponevano la loro dolce saggezza con timidi preamboli. Sono, credo, le umane radici africane dei neri brasiliani che popolano l'Umbanda. I “pretos velhos” sono la divina Africa sospesa sul Brasile. Assicurano ai brasiliani neri (ai brasiliani poveri) l'Aluanda, cioè la Terra Promessa.
Il rito dell'Umbanda cominciò con un applauso. Non agli dei che si attendevano. Ma ad Exù, il diavolo che intrigava sulla porta del “terreiro”. Maligno sì, ma abbastanza accomodante  da ritirarsi e badare ai fatti suoi, se appena lo si gioca con qualche offerta, magari anche spilorcia, o appunto con qualche applauso di ruffianeria.
DEI COME PARACADUTISTI
La calata degli dei, si capiva, era un momento cruciale. Gli spiriti, non appena incarnati, si riconoscevano e si abbracciavano. Come paracadutisti dopo un atterraggio avventuroso. E c'era una enorme promozione sociale per i medium, diventati per l'occasione “cavalli degli dei” e divinità loro stessi. Ecco lo spazzino diventare l'Arcangelo Michele. Ecco la domestica a ore ospitare nelle sue membra Sant'Anna (la “nonna di Dio”, come dicevano con una spericolata scorciatoia teologica).
I “santi” erano avvicinati con confidenza. Distribuivano consigli, assoluzioni, ricette. Il rito parlava di “passes”, cioè passaporti mistici. Per venir fuori dai regni infausti della Colpa, del Rimorso, della Malattia. Anche da guai ridicoli. C'era una vecchietta che si era fatta dare da un orixa (non ricordo il nome) una prescrizione contro il mal di gola. I “passes” sono passaporti con spropositate gamme di funzioni, dall'aspirina alla santità.
Quella sera la cerimonia aveva avuto  un intoppo. Un orixa (mi era stato spiegato) non aveva gradito di essersi calato nel “terreiro” nelle vesti di un    devoto troppo ridanciano. Aveva segnalato di preferire una persona più seria tra i danzatori in trance che si dimenavano nella stanza. Più seria? Qualcuno aveva sollevato dubbi, quando si era capito che la “persona più seria” era una mulatta di ragguardevoli fattezze.
Sul finire dei riti (ma era quasi l'alba) credetti mio dovere accennare alla richiesta di quale somma sarebbe stata gradita per avermi ospitato. La “mae” che mi aveva introdotto mi fece un bel discorso per dirmi che il suo “terreiro” non era per turisti e che non occorreva quindi un “biglietto per lo spettacolo”.
FIORI A COPACABANA
Mi scusai e lei, per trarmi d'impaccio, mi disse che se proprio volevo fare una cosa carina avrei potuto portare, quando avessi voluto, un piattino di vivande ai piedi di quella mimosa. Aggiunse che potevo sbizzarrirmi nello scegliere il cibo, ma che non avrei dovuto dimenticarmi di porre al centro una dorata pizzetta, completa di acciughe. Non osai chiedere se questa predilezione, vagamente napoletana, era della venerata pianta o della combriccola dei gatti.
Copacabana aveva già il sole sulla sabbia. I primi bagnanti zampettavano verso l'acqua: Rio, all'apparenza (ma, certo soltanto all'apparenza), ha milioni di abitanti indaffarrati soprattutto ad andare e venire dalle spiagge. Dal “terreiro”, le donne vestite di bianco e d'azzurro e poche altre varianti si erano messe a camminare, cantando, verso il mare. Si erano inginocchiate e avevano gettato fiori sull'andirivieni dell'acqua. Un piccolo gruppo. Non come il 31 dicembre  quando una folla immensa viene a gettare nell'oceano le sue colorate offerte.
Ero tornato alla mimosa. Ma avevo visto anche altri mini-santuari. Alcuni in coabitazione con pompe di benzina, altri con edicole di giornali. In una stazione di autobus era stato apparecchiato un altarino. Candele, statuine, offerte. Su, nel bosco di Tijuana, a ridosso di Rio, una pietra luccicava di lumini. Le statue erano affollate come nei comizi d'un tempo.
 

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