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Terra Santa. Nelle grotte dei pastori di Betlemme

Terra Santa. Nelle grotte dei pastori di Betlemme
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Bruno Rossi

Racconto qualcosa della Betlemme di prima che fosse incartocciata nel muro israeliano, nella barriera di cemento armato alta come una casa di due piani. Gerusalemme è lontana meno di dieci chilometri. Una ventina di minuti d'auto allora. Non ora, con le siepi di mitra dei controlli.

UNA PAGNOTTA DI PIETRE
La  basilica della Natività ha in gloriosa abbondanza tutte quelle cose solenni che ci si aspetta d’incontrare in un tempio cristiano. Ma le tiene nascoste dentro una enorme, informe pagnotta di pietre. Anche la facciata: per quanto si cerchi attorno, non ci si imbatte nemmeno in un ingressino da parrocchia campagnola. La gran pagnotta ha soltanto un buco. E da lì i pellegrini entrano ed escono, uno alla volta. Un buco da niente. Per passarci, anche un pellegrino d’un metro e mezzo deve abbassare la testa.
Davanti alla basilica (dove avevo appuntamento con un francescano spagnolo) avevo fatto un minimo catalogo del viavai dei pellegrini. Era entrata una colonna di vecchie americane affaticate dal tour, ma indomite: impugnavano candele come mazze da baseball. Una giovanotta locale era in gonna lunga, rossa, velluti e veli, e un cappellino a cono, da fata: dimenticata in Terra santa, si sarebbe detto, da qualche crociato duecentesco. Due monache ortodosse, piccolissime e tonde, sembrarono rotolare nel buco della basilica come babusche di legno. Poi un’altra giovanotta, in edizione metallara, fresca di barbiere, aveva incrociato una comitiva veneta con le sporte di plastica già gonfie di ricordini. Ed ecco  il mio francescano. Si chiamava (spero si possa ancora dire: si chiama) Teofilo Subijana ed era in antico innamoramento dei dintorni di Betlemme. Dove difatti mi aveva portato: in una collina che un cartello chiama Khirbet Siar el-Ghanam. Il «campo dei pastori». Quel campo che a dicembre ci costruiamo in casa, in dissennato paesaggio, con la cartapesta, il muschio, la ghiaietta, gli alberelli in filo di ferro. E la prima sorprendente scoperta era stata che le nostre ingegnerie dicembrine non sono affatto così dissennate. Perché le grotte e i prati e le stradine di qui sono nell’esatto standard dei presepi. Nell’itinerario avevo incontrato perfino la lavandaia che stende i panni, il venditore di robette fritte, l’artigiano sulla porta di casa. E i pastori, naturalmente. Uno, vecchissimo, con il sottanone e la kufia palestinesi, si era lasciato mettere dentro una grotta, quieto come una statuetta. In posa per il fotografo che era con me, Gianni Gelmi.

UN REGALO AI MAGI
È da questo campo che avevo cominciato a dar conto di un viaggio breve nella geografia di Gesù. Betlemme, Nazareth, Cafarnao, qualcosa di Gerusalemme. Qui riassumo: oggi soltanto  qualche nota sulle colline dove Gesù è nato, la settimana prossima altre su dove è stato ucciso. Era stato un viaggio anche dentro parole: di archeologi, di studiosi, di pellegrini. Di gente che in questa geografia ha la ventura di vivere. E pagine senza il timbro dell’ortodossia. Per esempio, i «Vangeli apocrifi dell’infanzia». Ci sono pagine  che hanno un divertente racconto sulla visita dei magi. Mostrano Giuseppe che esce da una stanza (una stalla, magari) di Betlemme  per far posto ai re, ma è curioso, naturalmente, di sapere che cosa vengono a combinare quei personaggi. Glielo dice, a spizzichi, un tale che riesce, meglio di lui, a sbirciare dalla porta. «Baciano i piedi al bambino». «Aprono dei pacchetti». E Giuseppe: «Che c’è dentro?». «Oro, incenso, mirra». «E adesso?». «Adesso Maria cerca qualcosa per contraccambiare. Gli dà un pannolino di Gesù». Il francescano curava le grotte, meglio di salottini, ma in devota discrezione. Sentimento messo in martirizzante prova a ogni arrivo di pellegrini. Le torme grattavano le pareti delle grotte («per cavarne un ricordino»); mettevano nelle sporte i fiori («be’, anche piante intere di gerani»), si firmavano e si datavano sulle rocce. E celebravano merende sul tutto. Pur se un cartello chiedeva in timidezza: “Per favore, i vostri picnic non fateli qui”. Negli «apocrifi» si legge che i formaggi e le erbe erano i regali portati a Betlemme. Delicatezze, in contrasto con la reputazione pessima (dicono alcuni studi) che questi pecorai (non certo i pastori delle Scritture) avevano a Gerusalemme, tra la gente di schizzinoso zelo. Li si catalogava per «tangheri», «ladri di natura». Si discuteva se fosse lecito bastonarli anche di sabato. Come non ricordare che questi «ladri di natura» vanno verso Betlemme a salutare una vita che finirà, sul Calvario, tra due «ladroni»?

LA STELLA D'ARGENTO
 Nella grotta incastonata nella basilica scendeva da lampade basse una luce rosata da primo mattino del mondo. Mi ero guardato attorno. Qualcuno s’inginocchiava accanto  a una stella d’argento. Una ragazza si era seduta ai piedi dell’altare che un poco nasconde la mangiatoia. I più erano indaffarati tra i clic. La stella è a quattordici punte, attorno a un minimo cerchio, dove si crede che Nostro Signore, lì, proprio lì, abbia iniziato quella vita da uomo segnata, come per tutti, dalle frontiere della nascita  e della morte. Un frate, con la faccia da Gandhi, la faccia da vecchio babbo, diceva in un soffio il suo credo: “Da lì partono tutte le strade, di tutti i secoli, di tutte le vite”. E tuttavia, anche in quella luce si sono abbarbicate le spine del Maligno se un giorno la stella è stata rubata e i greci-ortodossi, gli armeni, i cattolici si sono messi, con rabbia demente, a incolparsi gli uni gli altri. E le lampade, introducendo la parola blasfema di padroni, sono state divise: sei ai greci ortodossi, cinque agli armeni, quattro ai cattolici. Fuori, nelle botteghe di Betlemme la scena della grotta era ripetuta con il legno degli ulivi che stanno qui attorno. Il presepio si insinuava dentro piatti, posacenere, portachiavi, sottobicchieri. Bottigliette dichiaravano di contenere acqua del Giordano. E si vendevano sacchetti gonfi di «terra santa». Ma ecco che tra Marie e Bambini, qua e là, spuntavano sorprendenti statuette di fanciulle al bagno.

VENERE TRA I PASTORI
Un blitz erotico-commerciale? Per la verità, i bottegai potevano trovare qualche giustificazione nella storia. In epoca Adriano (sull’anno 135) i funzionari imperiali fecero piantare un «boschetto sacro» a Betlemme dedicato a Tammuz, versione orientale dell’amante di Venere. Una strategia per scoraggiare i primissimi pellegrini. Ma sbagliata: il bosco servì ottimamente come segnale per ritrovare la grotta, una volta volati via gli anni pagani. E costruirvi, nei secoli, i templi cristiani.  I picconi degli archeologi si sono poi messi a frugare. Sono entrati tra le merlature crociate, più sotto sono arrivati ai marmi voluti dall'imperatore Giustiniano, e giù alle fondamenta comandate da Costantino. Sino ad arrivare a tombe del secondo secolo di cristiani che avevano voluto l'ultimo sonno accanto ai luoghi venerati. Un lavoro (quello degli archeologi) come un ciclopico sfogliar di carciofi, ogni foglia una muratura di secoli, da superare per arrivare al cuore di questa storia, alla grotta della Natività: il pavimento povero, da stalla, e la mangiatoia scavata nella roccia. Fuori, nelle botteghe per i turisti (moltissime, prima del muro) una scritta confortava chi acquistava presepi: «Siete nella capitale del Natale». Ma ecco che dalla Galilea si erano fatti sentire due storici («dilettanti», confessavano), Arye Dressler e Nitza Betser. Protestavano: «La Betlemme vera è la nostra. Betlemme Haglilli». E mostravano a conferma un versetto di Giosuè e un giro di catacombe. «Una contestazione da ridere», mi aveva assicurato il professor James Fleming, che insegnava geografia biblica all’Istituto ecumenico di Tantur, appena fuori Gerusalemme. Fleming, in personale ecumenismo, andava in sinagoga il sabato e in chiesa la domenica. Si era  trapiantato dalla California.  Di lui si era parlato per via di certi calcoli che  arretrano di molto la Natività. Me li aveva spiegati: ma per ripeterli dovrei coprire questa pagina. Nella formula entrano Giove e Saturno in tale congiunzione da far brillare l’illusione di una sola straordinaria stella, il passaggio della cometa Halley, una iscrizione di Emilio Secondo, gli andirivieni tra Roma e Vicino Oriente del legato Quirino. Alla fine del calcolo si vede il presepio formarsi dodici anni prima della nostra era. Oggi, se i suoi conteggi non hanno sbavature, saremmo nel 2023.

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