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Indonesia - Nelle foreste del Borneo tra gli orangutan

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di Bruno Rossi

Tanjung Puting (Indonesia)

A  giudizio generale, Rini era bellina e gentile. Mi prese il bicchiere d’aranciata che avevo tra le mani, si concesse molti piccoli assaggi, ci ficcò dentro quattro dita e me lo restituì strizzando gli occhi con garbata indolenza.  La padrona di casa si limitò a dire: «Vuole un altro po’ di aranciata?».
Era davvero un tipino aggraziato, Rini. Ma bisogna pur dire che, anche se di cordiale mondanità, era un’oranga. Una giovane femmina di orangutan. E che la padrona di casa era una studentessa di origini lituane, mandata lì a fare ricerche su queste scimmie dalla maggiore università della California, Birutè Galdikas. E che eravamo in una capanna, messa a salotto, nel mezzo di una immensa (allora, almeno) foresta del Kalimantan, cioè nella porzione indonesiana dell'isola del Borneo.
Con noi, sedevano e mettevano voce (o stridolii) altri quattro orangutanini. Oltre al fotografo Dino Jarach, impegnato a spiegare in veneto al scimmiotto suo dirimpettaio che, spiacente, ma proprio non poteva lasciargli masticare un obiettivo. Si affacciò poi un'altra scimmia, ingrugnita, inquisitoria e, grazie al cielo, frettolosa. Tastò un libro, assaggiò un ombrello, ci guardò schifata e andò via.
Fummo informati che nei primi strati di foresta attorno alla capanna alloggiavano venti e più oranghi in costante rapporto con la signorina Birutè e in attesa (per niente smaniosa, a dire il vero) di traslocare in remoti anfratti di giungla dove, rudemente, le scimmie devono vivere da scimmie.
Tra la padrona di casa e i circostanti oranghi correvano complessi via vai pedagogici. Birutè era scolara dei selvatici. Andava nella giungla ad istruirsi su cos’è la «way of life» degli oranghi. Ed era a sua volta maestra degli scimmiotti che si trovava in casa e sull’aia. Li addestrava, per così dire, a disumanizzarsi. O (è forse più esatto) a riorangutanizzarsi.
Birutè Galdikas era allora una giovane donna , con una bellezza un tantino mesta e un coraggio parecchio insolito. Laureata  in antropologia a Los Angeles: la sua tesi, ovviamente sulla vita degli oranghi, era stata filata lì, nelle foreste del Borneo indonesiano. Dove gli oranghi non se la passano bene. I bracconieri cercano di acchiapparli: ammazzano le madri, ingabbiano i piccoli. Fette di foresta se le smangiucchiano ogni anno i contadini. E altre più grosse fette i taglialegna. È insomma la solita malinconia: gli oranghi sono nell’elenco di chi è sotto minaccia di estinzione.
Per salvarli, il governo indonesiano, diamogli merito, non si era accontentato di disegnare riserve e di farle rispettare. Stava cercando di scovare tutti gli oranghi addomesticati, nei circhi o negli zoo o chissà dove,  per rispedirli nella giungla. E il ritorno, almeno per quanto riguarda il Borneo centrale, aveva un’anticamera nella casa di Birutè. (Queste note hanno addosso qualche anno. La signorina si è poi sposata con un indonesiano. I suoi meriti di studiosa le hanno dato il titolo di “Angelo di Leaky”, il celebre antropologo che ha dissotterrato in Africa i resti di chi stava passando da stati scimmieschi alla dignità di primi uomini.)
SIGARI PER LE SCIMMIE
Torno con la memoria e le pagine di un taccuino ancora colorato dal fango e dalle erbe, a Tanjung Puting.  Le scimmie arrivavano cariche di abitudini, diciamo, umane. C’era chi non avrebbe voluto mangiare che minestrine. Un’oranga era assai dispiaciuta di non poter più soddisfare il suo vizietto serale: un bicchierino di rum. A me un altro scimmiotto aveva rubato un sigaro e si era arrabbiato moltissimo quando non aveva trovato nessuno che gliel’accendesse. 
Birutè ci spiegava: “Se un orango abituato a vivere con gli uomini fosse portato di colpo nella giungla, non riuscirebbe a sopravvivere. Queste scimmie hanno insomma bisogno di scuola. Imparare come arrampicarsi sugli alberi. Come scegliere i cibi nel menu selvatico della foresta. Come farsi un nido per la notte. Già, il problema del nido è forse il più difficile da risolvere per gli oranghi che arrivano qui inesperti». Anche a queste scimmie, come ai gorilla e agli scimpanzé, la natura ha assegnato la pazienza di fabbricarsi ogni sera un nido diverso, con foglie e rami. E se durante il giorno la pioggia esagera e non basta più tenersi in testa una frasca, come un ombrello, ecco gli oranghi rimettersi in fretta a fare ancora un nido provvisto di tetto.
Biruté riguardò per bene quel suo salotto di legno, con una cassa per tavolino: «Questa di adesso è una vita di lusso, se la confronto con i primi tempi», disse. Nei primi tempi, quando la capanna era un involtino di corteccia e non c’era verso di segnare un confine che dicesse qui ci stanno gli uomini e qui gli oranghi.
Non c’era niente, pare, che non fosse stato manipolato e addentato e succhiato e risputato da questi ospiti intraprendenti. I quali avevano un’arte lietamente crudele nello scombinare i ruoli alle cose. Mettevano i calzini dentro il caffè, portavano le zanzariere sugli alberi, facevano i nidi con i libri, mangiavano le candele, bevevano lo shampoo.
Organizzarsi (ovviamente) fu un esercizio sfibrante. Anche perché Tanjung Puting è soltanto un nome dentro quest’immensa insalata di giungla. Il paesotto più vicino, Kumai, è a otto ore di barca a motore. Niente strade. Sentieri tagliati col machete, in mezzo ad acquitrini che basta toccarli per trovarsi addosso le sanguisughe. In mezzo a piante che buttano fuori lamette arrugginite invece che foglie. E tutto il campionario solito di ogni giungla: dai serpenti ai coccodrilli.
In quel paesaggio andava a camminare ogni giorno la studentessa Birutè, col suo quadernino. Se avvistava un orango, cercava di seguirlo fino a sera, scrivendo con diligenza ogni più piccola cosa combinata dal bestione. Fino al dove e al come del nido serale. 
CAMMINANDO NELLA GIUNGLA
Il giorno dopo Birutè ci invitò a una tour d'istruzione nella giungla, che ebbe qualche preambolo vistoso, tanto per stupirci. Per esempio, ostentò una siepe di piante carnivore, golose di insetti. Le bocche verdi ci sfioravano coi loro dentini vegetali, in maniera che i nostri corpi tumultuosamente ci chiesero insensate informazioni: eravamo ben sicuri di non essere coleotteri? Più avanti la foresta si produsse in trucchi già noti alla Biancaneve di Disney, spenzolandoci sulle teste rametti in forma di serpenti. Poi, di colpo, diventò seria, buia, densa, acquatica. E perfino sexy in quella sua smodata bellezza verde e in quel suo odore di cipria, del tutto inatteso.
Birutè decifrava ogni cigolio. Ci mostrò due oranghi che facevano i Tarzan a cento e più metri sopra di noi e fu prodiga di informazioni, che fui io, questa volta, a segnarmi sul quadernino. Ne rileggo qualcuna.
Cibo. La mensa della foresta passa agli oranghi frutta, foglie, cortecce, germogli in un elenco che supera le 200 voci. 
Voce. Gli oranghi producono squittii, grugniti, gemiti vari. Se si arrabbiano mandano fuori un urlo rizza-capelli lungo parecchi minuti e udibile anche a un miglio.
Matrimonio. L’istituzione è monogamica ma non va avanti «vita natural durante». Alla nascita del figlio (nove mesi di gravidanza), il marito di solito si stufa e scompare. Ma finché resta in famiglia non tollera visite di estranei.
Aggressività. Quando salta fuori è appunto sempre per gelosia. Birutè ha visto qualche lotta. Gli oranghi si davano botte da orbi, cascavano dalle piante, correvano ancora a mordersi. Però, mai fino ad ammazzarsi. Con gli uomini: dalla diffidenza all'affetto.
Pericoli. Birutè disse: «No, soltanto qualche emozione». Ma poi saltò fuori che gli aerei oranghi hanno il vizio di gettare dalle altezze vertiginose degli alberi tronchi che spaccherebbero la testa a un bue.
L'UCCELLO-TELEFONO 
La sera, non ci fu bisogno di consultare l’orologio. C’è un uccelletto che alle sei in punto fa un trillo in tutto identico a una sveglia. La giungla, del resto, quando il sole si fa da parte, butta fuori una quantità di rumori perfettamente urbani. C’è uno scarafaggio-clacson, per fare un esempio. E un passerotto Telecom: ha dei tuu-tuu-tuu tali e quali un telefono occupato. Un altro insetto imita la sirena antifurto. E c’è chi fa zzzzz nella giusta dose d’un sottofondo da televisione.
Tornati alla capanna, un ultimo impegno. Togliersi dalla pelle una ventina di sanguisughe che si erano insinuate sotto i pantaloni e la maglietta.
Giorni dopo, il ritorno. Ancora otto ore di barca a motore. Dalla vegetazione sbucavano scimmie chiacchierine e dispettose, che ci gettavano frutta badando di colpirci in testa. Erano quelle scimmie pinocchiette: con un gran naso a penzoloni sul muso, come del resto avverte il nome, Nasiche. Con l’avanzare della sera la giungla si era illuminata. Di lucciole. Ma tanto grandi che  sembrava di viaggiare in una foresta di  alberi di Natale.
 

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