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A Bilbao la carpa più bella del mondo

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Luigi Alfieri
lalfieri@gazzettadiparma.net
Frank O. Gehry ha trasformato il gioco di un bimbo nel monumento più fotografato della terra. Quando era alto un soldo di cacio, acchiappava le carpe nel bagno di casa (stavano lì in attesa di finire nel forno) e passava il tempo accarezzando le loro scaglie. Trovava quella sensazione tattile divina. Divenuto uno degli architetti più osannati del mondo, ha deciso di ricoprire di scaglie, come se fosse una carpa, il Museo Ghuggenheim di Bilbao. Ma il Guggenheim non è solo un pesce, è anche una duna del deserto. Le sue linee sono dolci come quelle di una bocca che si apre in un sorriso e il suo colore cambia col cambiare della luce del giorno, come la sabbia nel Sahara. All’alba è rosa, nel meriggio d’argento, al tramonto arancione. Non ci si stanca mai di guardarlo. E’ troppo bello, troppo avanti. Un capolavoro dell’arte, un miracolo della scienza. «In tutto l’edificio - spiega la voce dell’archistar nell’audioguida - non troverete una sola linea diritta, sono tutte curve, come un pesce che si muove». Per farlo stare in piedi è stato necessario inventare un software potentissimo capace di effettuare calcoli mai applicati prima alla costruzione di un edificio. Per dare l’«effetto carpa» è stato necessario ricorrere a sottili lamine di titanio, prese a prestito dall’industria aeronautica. Ne è uscito un gigante alto 55 metri, lungo 130, che occupa un’area di 32.500 metri quadrati; non si regge su nessuna colonna e grazie alla matita del suo creatore sembra piccolo come una pulce e leggero come una piuma. Un’astronave pronta al decollo. Inaugurato nel 1997, il museo è subito diventato un’icona del nuovo millennio, incoronando Bilbao come la capitale europea dell’architettura. Sbaglia chi crede che la «prima donna» del Paese Basco sia tutta concentrata nel Guggenheim. Negli ultimi anni la città ha inaugurato una serie di gioielli da fare invidia a Londra, Chicago, Pechino e New York. Un aeroporto e un ponte di Santiago Calatrava, due grattacieli di Arata Isozaki, il Palazzo di Cristallo di Juan Coll-Barreu e Daniel Gutiérrez Zarza, il centro sportivo-culturale Alhòndiga di Philippe Stark, cui ha dato un contributo eccezionale un parmigiano del sasso, Lorenzo Baraldi. Lo scenografo cinematografico di casa nostra, figlio del grande maestro di pugilato Odino Baraldi, ha realizzato le 40 meravigliose colonne su cui si regge tutto l’edificio, un compendio delle grandi culture architettoniche del mondo. La convivenza tra queste star non è stata facile e la municipalità di Bilbao, accanto a tanti onori e lodi, ha avuto i suoi problemi. Santiago Calatrava ha voluto fare un ponte troppo bello, pavimentato di cristallo per renderlo ancora più leggero, etereo, veleggiante, all’altezza del suo nomignolo: Zubizuri. Il fatto è che con le prime piogge indigeni e turisti hanno cominciato a scivolare sullo Zubizuri. Chi   ha rischiato di lasciarci una gamba, chi una caviglia, chi si è cadidato a un bernoccolo sulla nuca. Così il completamento della grande piazza su cui si affaccia il ponte l'hanno fatto costruire al giapponese Isozaki:  ha tirato su due grattacieli, che con Zubizuri si armonizzano perfettamente. Come il burro coi tortelli d'erbetta. Forse le due archistar, dopo questo episodio, non si parleranno più, ma le loro opere dialogano con facilità usando la stessa lingua: quella del sublime. Nota di cronaca: la pavimentazione di cristallo voluta da Calatrava è stata coperta da un tappeto di gomma, che un po' appesantisce l’opera, ma salva molti arti. Nessuna polemica, solo lodi, per il recupero che Philippe Stark ha fatto di un deposito di vini e liquori di inizio Novecento, l’Alhondiga, un edificio in mattoni rossi un po' liberty un po' modernista. Trasformandolo in centro ricreativo e culturale il super designer ne ha voluto fare il simbolo dell’architettura di tutti i tempi e di tutti i luoghi, piazzando al pian terreno le quaranta colonne di Baraldi. Si va dall’omaggio all’anima egizia, a quella greca e romana, dall’inchino all’iconografia araba, all’elogio dell’arte del fumetto, dal richiamo al floreale al volo nel postmoderno. Un mappamondo della bellezza, una macchina del tempo architettonico, messa in piedi, con ironia, grazia, creatività. Sopra le colonne di Baraldi, Stark ha piazzato un ambiente metafisico straordinario, disseminando l’attico dell’Alhondiga, di archi di mattone rosso a tutto sesto allungato. Sembra un quadro di Sironi, o del Carrà prima maniera, o, per essere banali, del miglior De Chirico. Ma quando ti aspetti la comparsa delle «Muse inquietanti», dietro l’arco spunta un cielo azzurro con due nuvolette bianche. E’ Magritte che benedice Stark. In un mondo senza tempo e senza spazio. Il mondo in cui si incontrano i geni dell’umanità, i cuori sensibili che disegnando cercano di spiegare la vita all’uomo. Alcuni di questi dialoghi tra anime belle si possono ascoltare attorno al Guggenheim Museum. Uno come Jeff Koons non poteva sottrarsi al confronto con Frank O.Gehry. Così ha piazzato davanti all’ingresso del museo il suo capolavoro assoluto: un cagnone gigante di mille colori. Bello da impazzire, puffo e buffo. Quando ti avvicini scopri il trucco, si tratta di una scultura fatta di fiori, un'aiuola verticale: sì, perché si dice che a Bilbao ci siano i giardinieri più bravi del mondo (si dice anche a Salsomaggiore) e Koons ha voluto fare un omaggio a loro. Ma ha anche voluto dire a Frank: «Tu hai costruito un monumento più duraturo del bronzo, perché è di titanio. Io ti ricordo che la bellezza dura lo spazio di un mattino, come i fiori della mia scultura, che appassiscono al sole. E come la mia scultura rinasce nuova ogni giorno grazie alla mano abile dei giardinieri, la bellezza ritorna ogni giorno tra noi». Più subdola la sfida che a cento metri di distanza lancia Anish Kapoor, con le sue cento palle riflettenti, ognuna delle quali cattura e rilancia l’immagine del museo. «Hai faticato una vita per costruire il tuo pesce. Io in pochi ore ne faccio cento. E dico che la loro bellezza è più sensuale ed intrigante della tua carpa, anche se non le sopravviverà». Tutta l’arte si gioca nella sfida tra la vita e la morte. Frank O. Gehry ha cercato con il titanio di vincere le leggi del tempo. Di creare un’opera immortale, ma già le prime scaglie si stanno staccando.
Per informazioni: www.bilbao.net

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