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Cipressi pensosi e gessi longobardi

Cipressi pensosi e gessi longobardi
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di Luigi Alfieri
lalfieri@gazzettadiparma.net
 I cipressi pensosi di Aquileia sono i guardiani di una storia gloriosa. Di una città che c'era, ma non c'è più; che era la quarta più importante dell'impero romano: la capitale della «decima regio», Venetia et Histria. Il punto di partenza delle legioni destinate alla Pannonia, all'Illiria,  alla Dacia, al Ponto lontano. Il porto più importante dell'alto Adriatico. Allo sciogliersi dell'impero, col diffondersi del cristianesimo, Aquileia è diventata un centro religioso di prim'ordine, sede del più importante Patriarcato dell'Italia settentrionale. Ora, di tanta gloria, restano gli scavi archeologici romani, un po' di marmi e colonne e la superba basilica dei santi Ermacora e Fortunato, un vanto della cristianità artistica. Tra gli uni e gli altri, le file  dei cipressi che si allungano verso il cielo. Camminare lungo la «via sacra», che unisce il porto alla basilica, tra teorie di alberi appuntiti come spade, capitelli, marmi con iscrizioni latine, il cielo turchino, i monti della Carnia cinerini all'orizzonte, il salmastro dell'Adriatico nell'aria, è  come sgranchirsi le gambe in un De Chirico degli anni buoni. Nella grande chiesa paleocristiana la sorpresa più bella: il pavimento è uno dei più ricchi mosaici romani conservati in occidente, secondo solo a quello della Villa del Casale a Piazza Armerina, Sicilia. Nell'impero agonizzante del quarto secolo dopo Cristo, i patrizi di Aquileia hanno voluto impresso nel suolo il «monumento» che avrebbe reso immortale la fama della città. Dall'alto dei ponti di cristallo sistemati nelle navate, si scorgono scene di pesca, la lotta tra il gallo e la tartaruga, il buon pastore col gregge mistico, le immagini delle quattro stagioni, i volti dei benefattori del tempio.
Come la basilica  è imponente e maestosa, così il tempietto longobardo di Cividale, a una manciata di chilometri di distanza, è piccolo e discreto. Eppure la capacità di commuovere, di stupire, di appagare gli occhi e la mente è altrettanto intensa. Se Aquileia era un bastione della romanità, Cividale è stata la capitale del primo ducato longobardo. I guerrieri di Gisulfo, scavalcate le Alpi, conclusero qui la loro prima corsa verso ovest. Mentre Aquileia scendeva, Cividale saliva. La sede del  patriarcato venne trasportata all'ombra della corte longobarda. Sulle rive del Natisone, con in faccia le Alpi Carniche e le Giulie, i duchi posero la piccola chiesa che oggi l'Unesco ha dichiarato patrimonio dell'umanità. Ci è arrivata quasi intatta dai secoli. La volta a botte conserva dipinti bizantineggianti, le pareti sono decorate con stucchi candidi. Nessuno ha saputo usare questo materiale con la perizia dei longobardi, che ne hanno tratto fregi e bassorilievi stupefacenti (siamo nell'ottavo secolo dopo Cristo, un'epoca in cui molti credono che l'arte fosse morta) e in nessun posto se ne trovano di simili. Il bianco gelido delle figure dei santi racconta la fede dell'alto medioevo con una capacità figurativa sorprendente. Il tempo che ha condannato alla decadenza e alla rovina Aquileia, non ha risparmiato Cividale, scalzata nella scala del potere e della ricchezza da una «città nova». Nel 1248, il vescovo Bertoldo spostò la sede del patriarcato  a Udine. Nel cuore della nuova capitale religiosa sorse il duomo romanico, purtroppo molto rimaneggiato nei secoli, affiancato da un battistero ottagonale con fonte  esagonale, che oggi, collegato alla cappella di San Nicolò, regala ai visitatore emozioni uniche. Per esempio, un capolavoro della scultura gotica del lombardo-veneto: l'arca del beato Bertrando, sostenuta da sei figure di sante leggere come un fiocco di neve e il ciclo di affreschi di Vitale da Bologna, che gareggiano in freschezza coi capolavori che Cimabue ha sparso nel centro-Italia. Nel Quattrocento Udine è passata sotto il controllo della Repubblica di Venezia e la Serenissima ha lasciato il suo marchio nel cuore della città. Piazza della Libertà, con le sue architetture in stile gotico-orientale, coi suoi portici, gli archi e le sculture è un angolo di Laguna in terraferma. Un campo senza gondole,  protetto dall'alto dalla mole imponente del castello, che se ne è stato appollaiato sul colle per secoli a vigilare sulla sicurezza di Udine e della Repubblica. Poi c'è Palmanova, la città fortezza voluta da Venezia nel 1593. Le sue mura selvagge, alte 18 metri e infestate dai rovi e dai cespugli, disegnano una stella con al centro una piazza-bomboniera che ingentilisce l'immagine di un presidio militare portentoso. Come un garofano nell'asola di un'armatura. Una grande ellisse segnata da colonne e statue secentesche e al centro la sagoma gentile del duomo. Con un viaggetto di cento chilometri attraverso quattro città si ripassano duemila anni di storia. La storia di una terra di confine, trampolino di lancio per le conquiste dei popoli italici, punto d'arrivo per i conquistatori stranieri. Si lascia questo angolo di Friuli con nelle orecchie il fragore delle armature dei soldati delle legioni romane in marcia verso il Danubio, l'armonia dei canti gregoriani che salgono verso il cielo, le urla di conquista dei longobardi che scendono  verso la città eterna, il vociare dei mercanti veneziani sotto il porticato di San Giovanni a Udine. E' il suono di una fetta d'Italia, una delle tante fette di Italia che tutto il mondo invidia. Uno dei cento e più luoghi che fanno del nostro Paese il più bello al mondo.

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