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Leopoli, crocevia di civiltà

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di Marco Masetti
Fu nel Chiostro di Sant'Uldarico della nostra città, che la voce calda e tenebrosa del poeta polacco Adam Zagajewski   solleticò la curiosità di conoscere Lviv, la sua città natale. Capitale dell’Ucraina Occidentale, Leopoli è chiamata anche la "città dei leoni" poiché deve il nome a Lev, figlio del principe Danilo Halytsky, fondatore della  piazza nel XIII secolo. Questa elegante città  nell’arco della sua storia prese anche il nome di Leopolis, dal latino, di Lwov, durante la dominazione polacca, di Lemberg, sotto l’impero austroungarico e di Lvov, quando l’Ucraina rientrava tra i territori dell’Unione Sovietica. Oggi è comunque preferibile chiamarla Lviv, essendo Leopoli una delle città più nazionaliste dell’Ucraina, che guardano con fiducia più verso l’Unione Europea che alla poco amata Russia. Lviv, non ancora toccata dal turismo di massa, è un’elegante città mitteleuropea, a misura d’uomo. Desiderosa di una crescita economica che stenta a decollare, presenta raffinate immagini cittadine e, nelle periferie,  immagini, per noi, di tempi passati. Qualche camion, autobus spesso datati e soprattutto vecchie automobili Lada, che riproducono i modelli Fiat 124 e 125, mentre, avvicinandosi alla città s'alternano auto più moderne, qualcuna   di lusso. Moto con sidecar trasportano   cose o persone. Lviv è comunque bella e piena di vita. Il periodo migliore per visitarla è il mese di maggio, quando il clima è più mite ed i castagni riempiono i viali dei loro bianchi grappoli fioriti. Il suo cuore è il corso Svobody, che  vuol dire libertà, animatissima passeggiata  che si snoda tra la grande statua del poeta patriottico Shevchenko ed il Teatro dell’Opera, con un’area centrale pedonale, alberi e panchine ai lati.  Nel centro, i giovani  fanno la vasca giorno e notte. Ai lati una fila unica di persone che arrivano a sedere anche sulla statua di Shevchenko. Qui, coppie di sposi giungono a fare le loro foto rituali, dicono porti bene. Verso il teatro, gruppi di anziani si sfidano a scacchi, un uomo vestito da cosacco attira i turisti, una pazza danza da sola, zingarelli chiedono l’elemosina, un cane tiene in bocca una piccola borsa, giovani e anziani suonano i loro strumenti per strada. Non si vedono troppi poliziotti in giro. Solo qualche militare dall’ampio cappello a tesa rigida. Verso sera, la presenza delle bottiglie di birra aumenta in modo impressionante. Non vi è giovane, uomo o donna, che non ne abbia una; allora, i più poveri, passano con ampie borse a raccoglierne i vuoti per andare ad incassare la modesta cauzione. Ma il contrasto è netto, poiché la gioventù è ben vestita. Le ragazze, sono nel complesso belle, alte e slanciate. Vestono alla moda come da noi, tacchi a spillo, minigonne, jeans a vita bassa, ombelico al vento e, spesso, sul lato B la D e G di Dolce e Gabbana. Ma l’apparenza non deve ingannare, il lavoro è precario, tanti disoccupati, gli stipendi medi attorno ad un decimo di quelli italiani. A rallegrare l’anima, uno dei ristoranti a lato del viale fa piano bar e la musica  riempie l’aria. Nei locali attorno alla piazza la gente si ferma a pranzo ed a cena.  La cucina è buona e per noi non costa tanto. Il bere è decisamente più originale. Gli uomini, puntano prevalentemente alla vodka, che viene servita a centilitri, e quando vogliono andare giù pesante alternano la vodka alla birra. Le donne spesso intervallano la vodka col succo di frutta o, al posto della vodka, bevono brandy. Poche si accontentano del solo succo di frutta. Altre, il brandy lo sorseggiano già prima ancora di ordinare il pasto. 

Il corso Svobody è il cuore della città, ma altri sono i punti d’interesse, come piazza Rynok, col municipio e tanti palazzi interessanti e se si ha il tempo di salire sul monte Zamkova o del castello alto, si ha uno spettacolare panorama  della città e dei suoi quartieri, dove, in piccoli mercati spontanei, donne sedute a terra vendono le poche verdure del proprio orto esposte su un telo. Poi, chioschi ricolmi di fiori, coloratissimi mazzi pronti o da preparare. Nelle giornate di festa ed ancor più nelle ricorrenze principali, colpisce vedere la gente fuori dalla chiesa cattolica, tant'è piena la navata: un tempo era quasi proibito. Da Lviv  sono passati in tanti: turchi, armeni, greci, tartari, italiani, russi, polacchi, ungheresi, tedeschi..., sia guerrieri che mercanti, per questo le religioni s'intrecciano ancora: cattolica, ortodossa dipendente dal Vaticano, ortodossa dipendente dalla chiesa russa, la chiesa armena; solo gli Ebrei sono stati annientati dalla storia nazista e sovietica e uguale sorte è toccata alle loro sinagoghe. Lviv, in sintesi, non è solo una bella città è soprattutto un’atmosfera. Si è all’intreccio delle civiltà, si può bere il caffè alla turca, alla viennese ed all’italiana. Non sembra di trovarsi in una città dell’ex Unione Sovietica, salvo che nelle periferie, ma piuttosto in Austria, Polonia, Italia, stili continentali e non, s'intrecciano, col barocco a prevalere. Nelle strade non mancano  quelli che improvvisano un banchetto per giocare soldi a carte, i venditori di zucchero filato, di palloncini, di dolci fatti in casa, i mercati d’antiquariato, dei prodotti artigianali, le bancarelle di libri vecchi. La fantasia è libera di muoversi.

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