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Vilnius, dove la notte ha fretta

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di Edoardo Malvenuti

Questa città è uno zoo. Di carta, di vernice, ci son bestie dappertutto. Adorano i vicoli: ci trovi buoi, renne stravaccate, persino due aironi a ciondolare su un cancello. Il più buffo è un pulcino, strabuzza gli occhi, scappa da un coltello volante. Beffe sparpagliate con sguaiata goliardia, ecco, persino organi inverecondi, e alati, fanno la posta su zampe di gallina. Sintomi, certo, ma di un mal d’arte diffuso. Non è un caso che questa minima capitale settentrionale abbia la sua Montmartre. Si chiama Užupis, «luogo oltre il fiume», oggi piuttosto un ruscello: la Vilnia. Un quartiere protetto da una statua d’angelo alla tromba, garantito da una costituzione. La si trova incisa all’imbocco di via Paupio, oppure a 3 litas alla Galleria, stanzone per esposizioni prospicente l’argine accidentato. Nel cortile, lago di fango, tronconi di materiale, e legno, e sasso, sono buttati alla rinfusa. Sono mezzi plasmati: teste abbozzate, braccia in potenza, aspettano in un limbo preumano che l’artista venga a liberarli. Offesi da un vento tagliente fissano le sculture finite all’interno, al caldo, l’invidia è tanta. Ma niente da fare, aspetteranno la primavera qui fuori: ora se ne stanno tutti dentro ad allestire una mostra fotografica, arte di stagione. La neve è ancora poca: non attacca, per adesso fa solo gran pasticci con la terra. Salire sulla collina di Užupis è una impresa di equilibrio e di silenzio: da fracassare con lo sfrigolio delle suole, dei passi sul sentiero. Una luce pallida e umida, lunare, si appiccica dappertutto, è lei a guidare il passo fino in cima. Lì si srotola una città di luci elettriche, di fari che scintillano nelle cupole, sulla torre di Gediminas il tricolore lituano è ben steso, è verde, è rosso, è giallo, è come sentirlo crepitare nel buio. Ecco che l’occhio s’appoggia sulla chiesa ortodossa di San Costantino e Michele, scivola su un orizzonte strabiliante: grandi meringhe verdi, capaci d’aria, sono le cupole. Fu costruita nel 1913 per il trecentesimo anniversario della casa dei Romanov, quando ancora la città si chiamava Vilna ed era parte dell’impero zarista. Oggi continua ad essere frequentata dalla folta comunità russa. È sabato: in un’aria fradicia d’incenso la funzione è in corso. Una voce trascina l’inchinarsi e il segnarsi ritmico dei fedeli: sono vecchi, straordinari nella loro compostezza. Le donne hanno i capelli raccolti in fazzoletti a campanella, annodati al meno peggio. Un uomo segue le letture con le labbra, nelle mani di cuoio stringe un cappello orlato di pelo. La voce della preghiera, lontana, monta da dietro l’iconostasi, scende per sciogliersi nel miraggio delle candele, poi di nuovo su, verso l’alto, verso Dio. Vilnius è densa di chiese, di fede. Sono ad ogni incrocio, in ogni piazza della Senamiestis, la città vecchia. Sono quasi tutte cattoliche, come gran parte della popolazione. La chiesa di Sant’Anna, a due passi dalla passeggiata che taglia il centro, Pilies gatve, ha perfezione di miniatura. I suoi mattoni rossi opachi sono d’un colore misterioso, via di mezzo tra sangue e cenere. È coronata da una ridda di guglie bambine, lo sforzo verso il cielo, però, è pacioso. Certo, qui come altrove la bellezza di Vilnius non ha nulla del monumento, edifici sacri e palazzi sembrano riposare comodi, lontani dal dar sfoggio di magnificenza. È una architettura in pantofole, di pace domestica: capitale a due piani. E se fosse solo un ghiribizzo, o una splendida illusine? Meglio allontanarsi dal ciottolato centrale, dalle vetrine di luce gommosa, scintillanti d’ambra baltica, e ci si scontra con l’incarnato sovietico. Palazzoni come arnie di cemento, marci e umidi, d’infrangibili linee rette. È ancora un vizio questa periferia, chi la vede lo avverte, sempre da lontano, non c’è pace qui: bestemmie, scatole per uomini, profili spogli, è bellezza disfatta . 
Oltre le costruzioni, in Lituania, c’è un secondo momento necessario: la natura. Già dall’alto, fuori le nuvole, il verde dei boschi si perde oltre lo sguardo: è barba ispida, cresciuta negli inverni infiniti, sono foreste senza briglie, già selvagge. Attraversare il paese verso nord è beccheggiare nel pancione caldo di un treno che corre tra gli abeti. Diretti a èiauliai, attraverso una distesa di ghiaccio, primo presentimento dell’immensità Sovietica. Cristallina nei versi dei poeti, qui fiera ed immonda bara di tanti partigiani lituani, poco più che ragazzini. Morti a migliaia in questi boschi: erano gli anni sessanta, combattevano la fame, il freddo, il regime di Mosca. Noi siamo ben isolati nelle comodità del dentro: semi nascosti da tendine in plastica ricamata, arancione fumé, i passi in corridoio smorzati da lunghi tappeti rossi. Di aspro, niente. Oggi, solo punge il gelo della stazione d’arrivo, è il guaito del nord. La collina delle croci è fuori città: un rettifilo di dieci chilometri e una fermata in mezzo al nulla. Daumantu. Si segue una laterale persa nei campi, ed eccola. Da lontano non rende l’idea, bisogna esserci in mezzo. Qualcuno giura: «sono centomila croci». Di certo sono un selva fittissima, di ogni dimensione, tutte a sgomitare sulla costa di questo scuro terrapieno. I sovietici hanno provato a estirparle come erbacce, bruciato il legno, fuso il metallo, senza successo: qui la disinfestazione chimica della fede ha fallito. Sono rimaste come lame nel fianco del regime, resistite alla ruspe, straripate come una piena dopo il crollo dell’URSS. Protette dall’UNESCO hanno ricevuto nel 1993 la benedizione di Giovanni Paolo II in occasione della sua visita in Lituania. Sono meta di pellegrinaggi quotidiani: chiunque porta e lascia una preghiera di legno. Improvvisamente il vento si fa più insistente, fischia tra i fusti sottili, scivola sulle migliaia di corpi di Cristo: una nuvola si scosta, un sole avaro si lascia sfuggire un ultimo raggio di sole. Centinaia di ombre si allungano sulla neve, è un attimo, poi il cielo si richiude, torna pietra pesante. Sopra la punta degli alberi stanno le ultime frange di nubi, chiare verso la terra, poi l’incendio del tramonto del nord. Arriva di primo pomeriggio e si prende tutto l’orizzonte: ne fa una lisca di pesce di pini sempre verdi, che a quell’ora, visti controluce, sono profili neri. La notte arriva svelta, ha fretta di restar sola: la vedi respirare, lucida come il vetro.

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