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Uzbekistan, il fascino sottile delle steppe

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di Aldo Tagliaferro

Julia è in bilico. In bilico tra due mondi: di là c'è l'Occidente che scintilla di tentazioni, magari decadenti ma ricche di fascino. Di qua c'è la steppa nel cuore dell'Asia, che apre le braccia, piatta e sommessa, a un Paese in cerca di identità perché ne ha troppe. Di là c'è il miraggio di uno stipendio che non si fermi ai 250 dollari di un insegnante universitario di Tashkent, di qua ci sono gli affetti, gli amici, secoli di storia di cui andare fieri, almeno a tratti. Julia ha trent'anni, l'Uzbekistan post-sovietico sì e no venti. Stanno crescendo insieme, ma la frizione tra la frenesia dei nostri tempi e la calma millenaria della steppa è forte. Ed è uno degli aspetti più affascinanti dell'Uzbekistan. Perché chi parte per ripercorrere la via della seta cerca le suggestioni dei minareti, lo splendore delle madrasse e le vestigia di Tamerlano, ma quando li ha scoperti - e ammirati - si fa ammaliare da un Paese antico e moderno, ricco (di materie prime) e povero (di industria e infrastrutture), multiforme (per razze e colori) e monotono (la steppa sembra infinita),  musulmano ma non praticante, maschilista eppure matriarcale, rilucente di moschee e sudicio di fango.  Ecco, il fascino antico di Samarcanda e delle spezie si stempera nella varietà che la tavolozza di colori umani mescola tutti i giorni da queste parti, creando ogni volta una tinta nuova, una sfumatura inedita e la sensazione strana che tutto cambi per restare in realtà uguale.
La storia e la gente
Era il 1924 quando l'Urss tirò linee di confine troppo dritte per essere vere. Nasceva l'Uzbekistan, con ingredienti scelti un po' a caso: tagiki, turkmeni, kazaki, un po' di russi, gli impronunciabili karakalpakstani. Non che prima fosse stata un'oasi di pace: imperi nomadi, il regno dei Sasanidi, l'ascesa dell'Islam, le scorribande mongole di Gengis Khan, l'epopea di Tamerlano, i grandi khanati e infine i russi segnano la storia nervosa e turbolenta di queste terre. E la cosa più incredibile è che negli occhi buoni della gente, nelle improvvise file di denti d'oro (vanto kitsch difficile da scalfire), nelle porte delle case che si aprono allo straniero che bussa non si percepisce mai ostilità. Tutti sorridono, tutti offrono un the: devono averne avuto abbastanza di battaglie e imperi. Forse nella Valle di Fergana, ai confini con l'Afghanistan dove il mercato torbido della rivolta islamica cerca adepti, le cose sono un po' diverse, ma non è lì che il turista cerca emozioni.
Solo Tashkent, la popolosa capitale con stimmate architettoniche sovietiche rese più dolorose dalla ricostruzione dopo il terremoto del 1966, brulica di auto:  migliaia di piccole Chevrolet Matiz (qui la ex Daewoo ha uno stabilimento) si mescolano alle vetuste Zigulì di fabbricazione sovietica. L'Uzbekistan, altrimenti, ha i ritmi dolci dettati dalla steppa, si infiamma semmai nei bazar chiassosi e colorati, retaggio levantino ben più invadente di un'eredità islamica annacquata non solo dagli anni sovietici. Il velo qui era caduto già alla fine dell'Ottocento.
Vite parallele
Facendo due conti, si capisce in fretta che non basta fare il medico per campare (lo stipendio copre sì e no l'affitto e una Matiz costa 11mila dollari) e allora si scoprono maestri che fanno i tassisti, dentisti che si riciclano come massaggiatori, insomma una vita parallela che “l'impero” vestito da  repubblica di Islam Karimov (messo lì già dai sovietici...) tollera perché non ci sono mezzi per governare diversamente un Paese che ha un Pil pro-capite di appena 2250 dollari l'anno. Ecco allora altri paradossi: la figlia del presidente - la ricca e capricciosa Gulnara - organizza concerti a prezzi esorbitanti per i pochi eletti che se li possono permettere. Sting, Morricone e Ramazzotti - tanto per citare gli esempi più clamorosi - suonano a Tashkent mentre Amnesty International spedisce l'Uzbekistan in fondo alla classifica del rispetto dei diritti umani.
Luci e ombre si susseguono senza sosta, le auto stanno insieme con lo spago ma nei voli interni si viaggia su nuovissimi Airbus: in soffitta i Tupolev, resta solo qualche bi-elica Ilyushin  a memoria della gloriosa aviazione comunista. Viaggiare in aereo è comodo ed economico, sicuramente il mezzo migliore considerato lo stato delle strade del Paese, anche se i trasferimenti nella steppa e i transiti nei villaggi sono esperienze indimenticabili e dal  fascino struggente. I controlli negli aeroporti sono rigorosi, l'uso dei telefonini in volo abbastanza spericolato, ma da qualche parte lo spirito ribelle dei guerrieri timuridi deve pur venire fuori...
Samarcanda
Il fascino archeologico - materia di qualsiasi guida sull'Uzbekistan - è cosa nota. Samarcanda è il nome più evocativo, ma non necessariamente la meta più suggestiva: assolutamente da vedere il sestante inventato da Ulug Bek (nipote di Tamerlano) e la meravigliosa necropoli Shah-i-Zinda, che si mescola curiosamente a un cimitero sovietico con enormi ritratti marmorei di plurimedagliati, tutti somiglianti a Breznev. Tappa di rito in piazza Registan, la summa delle madrasse e moschee islamiche che legano - con le maioliche turchine - il cielo terso dell'Asia alle tinte ocra della terra, un elemento di continuità che ritroviamo a Buchara e Khiva. Il bazar  a ridosso del suggestivo mausoleo di Bibi Khanym, moglie di Tamerlano,  è un'esplosione di odori, sapori, colori, grida e risate. Irresistibile. Soprattutto il pane caldo.
Ecco, a proposito di cibo: si mangia di tutto, molta carne (costa quattro volte meno del formaggio) con una massiccia presenza di montone; verdure e spezie non mancano mai, la varietà di  zuppe è infinita. La cucina è varia, seducente, forse alla lunga invadente per l'agrodolce sempre in agguato. Evitate il vino, veramente terribile, bevete solo acqua in bottiglia, perché se è vero che non servono vaccinazioni la prudenza è più che consigliata, soprattutto nelle zone rurali. L'acqua è un bene prezioso, e il governo ha pensato bene di venderla alla Nestlè, che oggi è proprietaria di tutte le fonti del Paese e insieme a Tetra-Pak ha più di uno stabilimento. Ma sono ancora pochi i capitali stranieri che arrivano in  Uzbekistan: un Paese ricchissimo di materie prime (cotone e gas su tutte) è stato sfruttato nei decenni sovietici come serbatoio per l'Urss, ricevendo poi in cambio i prodotti finiti, ma senza mai sviluppare un'industria propria. Che tuttora latita. Le università funzionano (sono 23, c'è anche un corso in collaborazione con il Politecnico di Torino) e sfornano ingegneri, ma poi vanno quasi tutti a lavorare in Russia o in Kazakstan: le loro rimesse sono una delle fonti di entrata più importanti del Paese e hanno reso ancora più centrale il ruolo delle donne in casa, dove comandano anche se chiamano il marito “padrone” e gli danno del lei. Il senso dell'umorismo, evidentemente, non manca alle uzbeke. Che ti snocciolano sempre un proverbio  per ogni occasione. Un esempio? La donna al volante è come una scimmia con una granata in mano: non si sa dove la lancerà.
Fascino
Per un turista è facile familiarizzare, può capitare di essere invitati a una festa di matrimonio solo perché si passa di lì! Già, i turisti: si accomodavano per lo più in enormi hotel sovietici in periferia, di una tristezza che solo una lampadina da 25 watt può raccontare, ma stanno sorgendo nuovissimi alberghi a ridosso delle zone centrali. A Khiva per esempio una antica madrassa è stata riconvertita in hotel, un autentico gioiellino a prezzi per noi quasi ridicoli.
Buchara, che sorge in un'oasi ed era un punto di incrocio strategico per le vie carovaniere, è una sorpresa continua, Shakrisabz è il luogo più vero, la città natale di Tamerlano dove le vestigia del suo Palazzo hanno il fascino silenzioso della rovina, Khiva - al confine occidentale con il Turkmenistan - per 300 anni mercato di schiavi, è una bomboniera che custodisce tesori preziosi. Qui, scalando i ripidi gradini dei minareti  e poi perdendosi nei meandri della città antica si torna indietro nel tempo, e si capisce perché l'Uzbekistan si aggrappa oggi a Tamerlano, vissuto in un passato remoto vecchio di sette secoli, e non nomina mai l'Unione  Sovietica, che fino all'altro ieri aveva unito il Paese a modo suo, imponendo la lingua russa che i giovani non vogliono più studiare. Forse il sogno di Julia è a occidente, ma l'orgoglio è tutto qui, nelle conquiste antiche di Tamerlano.
 

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