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Per le strade di Immanuel Kant

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di Edoardo Malvenuti

La macchina corre lungo l’autostrada, dentro, l’autoradio sputa un successo di Bob Marley. Il caldo dell’abitacolo assopisce, le prime luci di Kaliningrad si rompono in raggi sul parabrezza: è l’arancione dei lampioni piantati alla rinfusa. I palazzi in periferia sono ripetizione automatica: tanti volumi sparpagliati che covano finestre illuminate poveramente. La ballata giamaicana continua, ma le note proprio non si accordano al silenzio del cemento. A questo vento gelido che fischia di sera. Questa è Russia, nel cuore dell’Europa. L’enclave di Kaliningrad (l'antica Königsberg) è l’avamposto di Mosca stretto tra Polonia e Lituania. Un milione di abitanti, un grumo di terra più piccolo dell’Emila-Romagna. 
Avvicinarsi a piazza Ploshchad Pobedy, piazza della vittoria, l’ampio slargo centrale della città è un crescere di disordinate e pacchiane luci al neon. Un'accozzaglia di caratteri cirillici lampeggia sui marciapiedi. Lì, ragazze su tacchi vertiginosi si affrettano dentro lustri centri commerciali. Di fronte al cinema ragazzini in divisa hip-hop si agitano in una danza disarticolata. A scatti.  La macchina svolta sul Leninski Prospect, l’arteria che taglia in due il centro città. Qui, in un ampio slargo vicino allo zoo cittadino sta il monumento al cosmonauta sovietico Aleksej Leonov, il primo uomo a lasciare la sua capsula spaziale per galleggiare senza peso nello spazio. Un podio arcuato, una silhouette nera in equilibrio, un cerchio in cielo. Con un gesto della mano indica il cosmo navigato. Ma una leggenda vuole che la statua stia in realtà salutando i prigionieri del carcere numero nove. E che ogni notte lo faccia con una mano diversa.
 
Della città che prende il nome dal braccio destro di Stalin, Mikhail Kalinin, Leonov è certo l’uomo più illustre. Ma l’uomo che ha segnato la storia di questa città è un altro, ed il suo nome sta inciso in caratteri latini. Pare che Immanuel Kant non si sia quasi mai allontanato da questo luogo, che allora si chiamava Königsberg ed era capitale dello Stato di Prussia. Di quell’abitato oggi resta in piede solo un pugno di case basse e la grande cattedrale sull’isola di Kneipof. Qui, attaccato come una costola alla presbiterio, il mausoleo dove è sepolto il filosofo du fine Settecento è una gabbia di marmo rosa chiuso da un cancello in ferro battuto. Rigidamente geometrico, l’uniformità della pietra è rotta soltanto da un nome e due date. Più bizzoso della sua ultima dimora Kant in vita aveva mille manie. Le racconta l’autore inglese Thomas de Quincey nella sua opera «Gli ultimi giorni di Immanuel Kant». Dall’ossessione di respirare solo con il naso alla necessità di buio totale per addormentarsi. Poi la passeggiata delle cinque. Il filosofo tedesco amava camminare in città, e certo gli sarà capitato di allungare il passo di fianco ai mattoni spessi dell’antico castello. Quello che oggi non c’è più. Smantellato durante gli anni del regime comunista per edificare l’imponete casa del soviet. Questo è un gigantesco edificio nato morto: il partito perse interesse nel progetto non ancora terminato alla metà degli anni ottanta. Da allora la struttura aspetta vuota, considerata non più sicura dal punto di vista strutturale. 
A guardarla dal ponte che corre sopra l’isola della cattedrale la casa del soviet sembra l’istantanea di un capitolo chiuso. Come i manifesti elettorali di Zyuganov, il leader del partito comunista della Federazione Russa che sorride ingessato sullo sfondo di una retorica da falce e martello. Ecco, ci sono incroci dove questa città lascia spaesati. Schegge di storia che corrono a velocità differenti si incastrano le une dentro le altre. Macchine di grossa cilindrata dai vetri scuri alzano la polvere su anziane signore, le babushke russe di letteraria memoria, incaramellate in foulard a fiori che siedono sul ciglio della strada. Sono lì a vendere sottaceti e pesci su marciapiedi spaccati che galleggiano nel fango. Riprendiamo la macchia, ed è Yulia, una ventenne studente di giornalismo all’università Kant, la breccia dentro una generazione di giovani russi sempre connessi ad internet e pronti a raccontarti della loro città in un inglese chiaro, dal suono spigoloso. «Non si può andarsene senza avere visto il mare». 
Il Baltico in questo caso, gonfio d’aringhe e di onde che si schiantano contro la banchina di Svetlogorsk. Qui una tempesta ha strappato i gradini che dal lungomare scendono in spiaggia. Ora sono assi di cemento armato sparpagliate sulla sabbia oltre il molo. Poco più avanti da una piccola funivia per bambini pendono cabine dai colori spenti. Una giostra vuota che dondola al vento. Il mare borbotta, il sole si corica, è già ora di rientrare. Ma Yulia ha ragione: questo paese cresciuto come una incrostazione sul bordo del mare lascia un segno. È un senso di perdita amaro, più evidente in inverno. E chiacchierando sulla via del ritorno scopro che Kaliningrad è la capitale mondiale dell’ambra. Che esiste una cava gigantesca dove la resina preziosa è estratta, tagliata e lucidata. Ma in città resta un business invisibile: gran parte è venduta di contrabbando. In tre giorni si può solo sfiorare l’idea di un Paese. Ma il visto che incollano al confine di Mamonovo non regala un’ora di più. L’inchiostro sbavato di un timbro chiude la porta di questa terra in bilico tra Russia e Vecchio Continente. Kaliningrad: l’enclave stretta nel suo recinto d’orologio: due ore più lontana dall’Europa, un'ora più vicino di Mosca.

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