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Kenya, il sogno a occhi aperti

Kenya, il sogno a occhi aperti
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di Mara Varoli

Nella rift valley ai piedi del Kilimanjaro, un ragazzo che lavora al mercato  indossa sandali di copertone, ma sogna un giorno di indossare le scarpette da calcio e la maglia del Parma, come Mariga, il suo idolo. Vuole sapere come'è l'Italia e come si fa a diventare un campione. Perché Oruky, questo il suo nome, «viaggia» con la fantasia attraverso i racconti di chi passa di lì e compra una coperta di lana o un braccialetto masai.
In Kenya ci sono 70 gruppi tribali e anche se la gente si è spostata nelle città, l'appartenenza alla tribù diventa un simbolo, un secondo nome, che viene tramandato di padre in figlio. Anche nei circuiti più battuti dai turisti, quelli che da Nairobi arrivano fino a Mombasa, passando per il Meru, l'Amboseli e lo Tsavo East National Park, la gente non indossa gli stessi colori e non crede nello stesso Dio.


Cristiani, musulmani, hinduisti e animisti convivono pacificamente al   ritmo «cavacha» delle percussioni, che animano le feste nei giardini pubblici delle metropoli. Proprio come nel parco della Vittoria a Nairobi, dove tre milioni e mezzo di persone si ritrovano nei giorni di festa.
Nairobi è una città da vedere. E non solo per i quartieri del centro, per i grattaceli e per il National Museum. Nairobi: come la maggior parte delle città africane, si posa su due gradini la city e la bidonville, fra montagne di rifiuti e sacchi pieni di foglie secche, da bruciare quando arriva la stagione delle piogge. Nei sobborghi, l'Africa appare   ancora diversa: si passa dal centro di recupero di elefanti orfani al centro per la riproduzione delle giraffe fino a Manor Girafs, una lodge del 1930 dove alla mattina, quando è servita la colazione, questi eleganti mammiferi dal collo lungo rubano i dolci dal piatto. E' questa, la regione delle case senza tempo, legate alle leggende africane e ai bianchi che le hanno create. Karen Blixen è una di queste: un'aristocratica danese che dalle piantagioni di caffé è passata alla letteratura. Di lei, rimane il Karen Blixen Museum, la fattoria dove la famosa scrittrice visse tra il 1914 e il 1931. Una fattoria in stile coloniale, protetta da un parco africano, popolato da uccelli con i colori più vari. Un museo che ancora vive, alla memoria di chi ha amato prima di molti altri una terra non sua. Ma Nairobi, per molti, è solo uno scalo, per dimenticare i forti contrasti del terzo mondo. Uno scalo dal quale partire per il primo safari: destinazione Meru.


A un'ora di volo, su un piccolo  aeroplano, il Meru Park si rivela con le sue meraviglie: diversi habitat dove elefanti, leoni, zebre e mandrie di bufali vivono, tra le boscaglie e le palme dum, in una riserva salvata dal bracconaggio. Ma è l'avifauna che cattura l'attenzione del turista: a cominciare dai nidi perfetti del passero tessitore, che addobbano a festa i grossi alberi africani. E poi, struzzi, il falco metallico, l'elegantissima otarda e l'airone guardabuoi, inseparabile dai bufali. In Africa c'è un detto: «Non scappare mai da un bufalo, dopo averlo ferito, perché questo ti rincorrerà per giorni e giorni finché si sarà vendicato». Il safari del Meru Park appassiona con le sue piccole storie e con i suoi attori non protagonisti: perché lo spettatore si trova davanti uno scenario pieno di vita, dove tutti fanno la loro parte: i veloci francolini, il falco giocoliere fino ai leoni, nella cui zona ancora oggi è possibile vedere la tomba di Elsa, la stessa del film «Nata Libera». E dove anche il rinoceronte, ormai in via d'estinzione, trova pane per i suoi denti. Al safari naturalistico non si può rinunciare, anche se il viaggio con la jeep è lungo. Ma quando si arriva all'Amboseli National Park e la Rift valley si mostra in tutta la sua bellezza, tutto il resto non conta più: soprattutto, quando l'Africa, saluta il nuovo giorno, il silenzio e la luce rossa dell'orizzonte assorbono ogni pensiero. Alle spalle del Kilimanjaro, con i suoi seimila metri, l'immensa pianura non appartiene solo al giovane Daniel, il capo masai, ma anche ai branchi di elefanti, alle gru coronate, alla volpe dalle orecchie di pipistrello e agli gnu che combattono per conquistare la femmina più giovane. Una sfida che ricorda la danza tribale, prima della caccia: uomini che, dopo aver mangiato carne, latte e sangue, saltano in cerchio per dimostrare la forza del guerriero. Ma i leoni oggi non si abbattono più e anche i masai hanno imparato a vivere di turismo.


Ti fermano sulla strada sterrata che porta allo Tsavo National Park per vendere maschere, collanine e zebre scolpite in legno. La strada è lunga: ore e ore sulla jeep, attraverso il bush e attraverso zone dove la lava millenaria si è depositata per sempre.
 Terra nera e rossa, fino a Mombasa, la città da vivere. Nel porto principale dell'Africa orientale, l'odore della periferia avvolge il turista come una seconda pelle: un odore forte, sensuale, che per giorni non svanisce. Lo stesso odore del cibo cotto sui fuochi accesi ai bordi delle strade che si mescola al gas di scarico delle vecchie automobili e dei pullman carichi di gente. Una città che molti superano a occhi chiusi, con la fretta di arrivare a Diani, la lunga spiaggia bianca. Ma l'Africa è tutta da fotografare e ogni momento sembra unico, irripetibile, come un abbraccio che cancella i dolori. La sensazione è grande, quando si attraversa l'estuario su una barca, per arrivare alla città vecchia, là dove nelle antiche case portoghesi abitano solo gli arabi, i più ricchi della città. Intorno, la periferia e la gente che cammina e cammina, tutto il giorno, davanti agli ambulanti che, accovacciati per terra, vendono bibite e frutta, insieme a tutta la famiglia. Ma il colore della periferia cambia quando in un batter d'occhio dalla merce venduta sui carretti di legno si passa ai negozi di scarpe, pane e carne del centro.  Due classi diverse, due comunità che vivono gomito a gomito, senza mezze misure.


Da una parte i benestanti, dall'altra il popolo che alla sera prende il battello per tornare   a casa dopo  una giornata di lavoro. Un fiume di persone che a macchie sale sul ferry boat verso l'altra costa e verso Diani. Un angolo di natura che il Kenya guarda come la sua più grande risorsa economica: un tesoro da proteggere e da accudire. Ai kenioti, il turismo dà la possibilità di credere nel domani. Ma non sempre con il turismo si rimane a galla. E i fatti di questi ultimi mesi hanno messo a dura prova l'economia del Kenya. Proteste e fuochi sulle strade, contro l'egoismo politico e contro un governo che ha fatto ben poco per il popolo, così come accade in tutta l'Africa. Disordini che hanno bloccato completamente il turismo, tra l'altro nella stagione più «calda». Disordini che però, come assicurano gli italiani che vivono in Kenya, non sono stati così devastanti come hanno riportato i media internazionali. Notizie esagerate, quindi, che hanno paralizzato questo Paese per mesi. Ma adesso è tutto finito e tedeschi, svizzeri, francesi e americani sono ritornati a Diani, là dove si sente solo il rumore del mare. E dove la luce dell'alba, prima argentata poi dorata, illumina le barche ancorate vicino alla riva. Su questa lunga spiaggia bianca, incorniciata dalle palme, dove il turista trova resort di lusso e una familiarità che sorprende. Da Diani Beach è difficile ripartire, perché è il luogo dei sogni ad occhi aperti,   sogni come quelli di Oruky con le sue ciabatte.

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