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Messico, Chiapas e nuvole

Messico, Chiapas e nuvole
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Chiara De Carli
L’Habanero è il peperoncino più piccante al mondo. Polposo, sodo, colorato, è invitante come una bacca di campagna. Mangiarne uno crudo è un’esperienza che toglie il fiato. Questo frutto, delle dimensioni di un pollice, è la metafora dell’essenza del Messico: accattivante e vivace ma anche orgoglioso e combattivo. Via dalla capitale, una striscia di asfalto porta al Chiapas: cuore del Paese che non sogna gli Stati Uniti. Attraversa colline di smeraldo e abissi di roccia. Già si intuisce un paesaggio da assaporare con il cuore ancora prima che con gli occhi. Carlos Fuentes scriveva «non si può raccontare il Messico. Si deve credere nel Messico. Con passione, con rabbia, con totale abbandono». A ragione. Intervallata da villaggi da film di John Ford, la strada scorre sotto le gomme di pullman per turisti e di sgangherati camioncini, sotto gli zoccoli degli asini carichi di stoffe e le scarpe dei fedeli in processione, mentre le lancette dell’orologio ruotano al contrario e il tempo torna indietro. Chiapa de Corzo è la prima sorpresa: cittadina coloniale sulle rive del fiume Grijlva. Case bianchissime, un simpatico mercatino di souvenir, colori sgargianti ovunque e visi sorridenti. L’anticipazione di ciò che si troverà proseguendo nel viaggio. Da qui la gola del Sumidero dista pochi minuti di macchina. Spingersi lungo il fiume sulle barche dà la sensazione di essere nel luogo che ha ispirato il film «Jurassic park»: intatto e selvaggio, potrebbe anche sbucare un dinosauro. Il periodo migliore per visitarlo è la stagione delle piogge: la vegetazione è lussurreggiante, cascate gonfie d’acqua esplodono da pareti alte anche mille metri, i coccodrilli galleggiano placidamente attendendo che pesci sbadati diventino il pasto del giorno, le scimmie penzolano dai rami incuriosite dal movimento sul fiume. In Chiapas, a rubare il cuore è San Cristobal De Las Casas con la sua rilassante leggerezza: una città in cui perdersi nelle stradine acciottolate tra edifici bassi e variopinti o nel mercato permanente, in attesa che, verso sera, la piazza prenda vita e il calar del sole colori di rosa la facciata della cattedrale. San Cristobal è il centro di una delle regioni indigene tradizionali ed è circondata da numerosi villaggi come San Juan Chamula e Zinancantan. Qui l’attaccamento alle tradizioni è fortissimo. La religione cristiana si adatta ai riti che affondano le loro radici nella notte dei tempi. Non è difficile notare, nelle chiese, statue rivolte verso il muro: sono Santi «in castigo» per non aver risposto alle richieste della popolazione, spesso ancora disposta a compiere sacrifici animali per ottenere una grazia. Dentro alla chiesa di San Juan Bautista i «curanderos», gli stregoni locali, pregano assieme ai fedeli, sul pavimento ricoperto di profumati aghi di pino e illuminato da centinaia di candele colorate, dando loro da bere una grappa di mais e bibite gassate «che allontanano il maligno». Le donne che la mattina vanno al lavoro in autobus a San Cristobal e rientrano la sera sono malviste. Dà fastidio l’atteggiamento indipendente e la società fatica ad accettarle. Nessuno le ha ancora volute chiedere in moglie ed i loro trent'anni sembrano ormai condannarle alla solitudine. Con lo stipendio hanno potuto comprare una casa, prerogativa degli uomini, ma non riescono a lasciare la gonna di pelo lungo che le identifica come membri della tribù: più moderne delle loro madri ma attaccate alle usanze locali come ad un salvagente nel mare in burrasca. Più ci si addentra nel Paese, più la natura nasconde e protegge le meraviglie che custodisce. Come le cascate di Agua Azul, dove i bambini del posto si tuffano, anche vestiti, per rinfrescarsi dalla calura costante, o sguazzano sporcandosi di fango nella stagione delle piogge. O la città Maya di Palenque, un po' più in là, che sorge in una valle a cui si accede attraverso un fitto bosco. Da cinquemila anni vive indisturbata tra mura di alberi e tende di liane. Lontana dalla tecnologia, in un luogo protetto dai giaguari e dove internet e i cellulari non hanno accesso. Abbandonata attorno all’anno 800. La vegetazione ha rivestito strade, mura e costruzioni, celandola a sguardi indiscreti per quasi mille anni. Oggi diversi palazzi sono stati svelati e salire fino in cima al Tempio della Croce o al Palacio, lascia stupefatti. Come può essere stata realizzata una città da uomini che non conoscevano neppure l’uso della ruota? Ed è il Tempio delle Iscrizioni a suggerire una risposta. Al suo interno ha custodito per millenni una lastra che raffigura un uomo, sdraiato come un astronauta dei giorni nostri, che sembra impugnare leve di guida. E, sotto di lui, fumo e fiamme stuzzicano ancora oggi la fantasia verso una teoria suggestiva che, una volta a Palenque, non sembra nemmeno così bizzarra. Saranno stati davvero gli extraterrestri a costruirla?
 

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