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Mainhattan: il grattacielo più alti d'Europa

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Luigi Alfieri
lalfieri@gazzettadiparma.net

La chiamano Mainhattan, perché si affaccia sul fiume Main e ha una linea di grattacieli (quasi) degna di New York. Quantomeno la skyline più impressionante d’Europa. Francoforte è una città dai contrasti forti. Da una parte l’antico del duomo e della piazza del comune, dall’altra i colossi di vetro e acciaio del quartiere finanziario. A dire il vero, gli abitanti della città avrebbero fatto a meno dei giganti che fanno solletico al cielo: sono nati nei buchi aperti dalle bombe   lanciate dagli alleati durante la seconda guerra mondiale. Sollecitano ricordi  spiacevoli. La vecchia Francoforte è stata distrutta per tre quarti e alla fine del conflitto, tornata la ricchezza,   i grattacieli sono spuntati come funghi. Molti superano i duecento metri, quello disegnato da sir Norman Foster, i duecentocinquanta. Niente se paragonati a quelli cinesi o a quelli degli Emirati arabi. Giganti se confrontati con i palazzi di Milano e Parigi.
La caratteristica di Francoforte è la ricchezza sfacciata. Qui hanno sede (proprio nei palazzi di vetro e acciaio) le più grandi banche di Germania e la Banca Centrale Europea, guidata da un’italiano che da queste parti conta molto, Mario Draghi. Francoforte vanta anche il più importante aeroporto d’Europa, cinquanta milioni di viaggiatori all’anno, e la più grande stazione ferroviaria, trecento milioni di utenti in dodici mesi.   La gente arriva per fare affari, ma, soprattutto, arriva  per raggiungere, in aereo, duecento destinazioni Lufthansa sparse per tutto il globo. Pochi si fermano a visitare la città, e fanno male.
Nella capitale dell’Assia ci sono una ventina di musei, e dodici sono sistemati l’uno di fianco all’altro lungo il corso del Main. Tra tutti ce n'è uno che senza dubbio si può classificare tra i migliori del mondo: si chiama Städel Museum e custodisce opere da fare invidia agli Uffizi, a Brera, alla National Gallery di Londra, al Metropolitan di New York, all’Hermitage di San Pietroburgo, all’Alte Pinakotekhe  di Vienna.  Il signor Johann Friedrich Städel  all’inizio dell’Ottocento era uno degli uomini più ricchi del mondo e in vita raccolse centinaia di capolavori dell'antichità. Alla sua morte lasciò quadri e denaro in misura immensa alla comunità di Francoforte, che, con la rendita, continua ancora oggi ad arricchire le   collezioni della pinacoteca.  Qui si trovano a grappoli i Rembrandt e i Rubens, gli italiani del Rinascimento, Verrocchio, Botticelli, Bellini, Tiziano, Pontormo; tutti i grandi fiamminghi, partendo da Van Eyck e Van der Weyden, poi Poussin, Millet, Courbet, Vermeer, e cento altri maestri antichi, tra i quali fa bella mostra di sé un Parmigianino degli esordi, che tanto bene starebbe in Pilotta.
Ma non finisce qui. Il museo ha collezionato senza risparmio di mezzi, tutti i grandi artisti dell’Ottocento e del Novecento. Qualche nome? Manet, Monet, Renoir,  Chagall, Segantini, Picasso, Giacometti, tutti gli espressionisti tedeschi, Bacon. Fare una lista completa è impossibile: il catalogo dello Städel è fatto di tre volumi. Per una visita accurata non bastano tre giorni. Per vedere tutti i musei della città non è sufficiente una settimana. A Francoforte, poi, ci sono una   cattedrale del Duecento (Kaiserdom) dove venivano incoronati gli imperatori tedeschi, la piazza del municipio (Römerberg), tanti palazzi neoclassici, un quartiere del sesso (red quartier) frequentatissimo (purtroppo più dei musei). Soprattutto, esiste una tradizione gastronomica di rilievo: contrariamente al resto della Germania, qui non domina la birra, ma l’apple wine, il vino di mela, che   si beve col classico stinco di maiale o con i würstel (ce n'è un tipo, bianco, piccolo, aromatizzato alle erbe, da acquolina in bocca). Se l'apple wine vi sembra troppo «brusco» in sostituzione ci sono gli ottimi vini della Mosella. Ma attenzione: se non è venerdì, alle dieci tutti a casa. Le serate, a  Francoforte, finiscono presto.

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