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In New Mexico con Pat Garrett e Billy the Kid

In New Mexico con Pat Garrett e Billy the Kid
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di Luigi Alfieri

Chi ha passato una bella fetta di infanzia disteso sul divano a leggere le avventure di Tex Willer e Pecos Bill e pomeriggi indimenticabili al Supercinema Orfeo succhiando i film con  Gary Cooper e John Wayne; chi non si è perso una puntata dei Bonanza e Rintintin; chi ha imparato a memoria le canzoni di Bob Dylan e Johnny Cash; chi faceva duelli in cortile con le pistole a sei colpi dal calcio rosso di plastica pensando di essere il Piccolo Ranger; chi ha sognato di passare almeno una notte in una tenda Navajos e di ricevere la posta da un pony express; chi aveva in camera la gigantografia di Clint Eastwood e sa fischiare tutte le arie di Ennio Morricone, deve, almeno una volta nella vita, fare un viaggio in New Mexico.

A Taos, potrà entrare nella casa di Kit Carson, a Lincoln  conoscerà i luoghi dove vissero lo sceriffo Pat Garrett e il bandito Billy the Kid, al Coronado State Monument, potrà affittare un ronzino e cavalcare tra i cactus e le erbe grasse che costeggiano il Rio Grande. Potrà visitare le polverose città fantasma dove in pieno Ottocento si scatenò la corsa all'oro: Kingston,  Glenwood, Deming. Potrà entrare nel  saloon «The barber shop» di Hillsboro e leggere sul menù la storia del locale: «La cucina di questo ristorante era una sala da poker privata. I vecchi del paese raccontano che era facile vedere un giocatore uscire dalla porta, sparare a qualcuno, rientrare e ricominciare a giocare. Durante una di queste partite, il nostro bisnonno aveva perso tutti i suoi soldi e quando gli fu offerta l'opportunità di mettere in palio la moglie in una mano di gioco, lo fece e perse. Per riaverla dovette vendere tutti i tacchini di famiglia».

In New Mexico gli adulti, ritornati bambini, possono guadare il Pecos River, visitare il museo di Geronimo, mangiare una gigantesca bistecca con una montagna di patatine come facevano gli eroi delle strisce. Visitare i pueblos indiani; girare per negozi di seconda mano che ospitano camionate   di vaqueros sagomati dai rudi piedi dei cow boys. Sedersi all'ombra di spuntoni di roccia che sembrano usciti dalla matita di Aurelio Galeppini. Ma non ci si innamora  di questi posti solo sull'ala dei ricordi.

Intanto c'è la luce, unica e irripetibile. Una luce che  la combinazione tra altitudine e latitudine rende tersa, penetrante e al tempo stesso dolce e avvolgente. Una luce che ha attirato tra gli altipiani più meridionali degli States pittori come Bruce Nauman, Agnes Martin, Richard Tuttle, Sherry Levine e Georgia O'Keeffe. Proprio Georgia O'Keeffe ha rivelato al mondo un'altra bellezza del New Mexico: i  fiori, che l'artista ha caricato di carne e di erotismo, facendoli quasi vivi, umani. E a vederle, certe corolle della prateria,  sono proprio fatte di   sangue e di pelle, palpitanti e respiranti. Altri fiori, invece, sono piccoli  e aspri come minerali e colorano ettari di prateria di indaco, di giallo, di viola e di arancione. Sopra, cieli azzurri come la carta da zucchero dove corrono mandrie scatenate di nuvole bianche e nere. Corrono, i cirri, sulla dune del deserto di White Sands, candide come la neve appena caduta sul Soratte; corrono sulla grande foresta di Gila, dove le aquile si mescolano agli Humming birds,  versione americana del colibrì, creando un contrasto unico tra chi vola per ore senza mai muovere le ali e chi arriva a 50 battiti al secondo. Corrono sui canyon rossi e sassosi, sulle mesas alte e piatte, sulle   acuminate vette della sierra,  sulle teste degli indiani. 

Già, gli indiani del New Mexico. Sono cambiati in questi anni gli indiani: non sono più dei poveracci. Nelle loro riserve hanno aperto alberghi e casinò dove i dollari girano a fiumi. Le donne si sono messe a dipingere vasi, piatti, piccoli oggetti in argilla e li vendono a peso d'oro, come vendono a peso d'oro i gioielli fatti con l'argento e il turchese cavato nelle miniere dell'Arizona. Per entrare nei pueblos secolari  dove i pellerossa fingono  di abitare ancora, si paga il biglietto e per fotografare le antiche case di fango bisogna comprare un permesso. Tutto ha un prezzo nelle riserve che circondano i meravigliosi villaggi del Chaco Canyon, di Acoma, o di Gila Cliff. Non è più il tempo di scambiare le pelli con perline di vetro.

L'adobe  è l'altra grande bellezza del New Mexico. Un miscuglio di argilla, sabbia, acqua e paglia con cui vengono intonacate le case. E le case, poi, sono piccoli capolavori di architettura indigena. Basse, lunghe, piene di curve dolci, di leggere ondulazioni, calde nel colore ocra e ruggine che le disegna. L'ocra e il ruggine dell'adobe.
 Santa Fe, la piccola capitale dello stato, è la più bella réclame dell'architettura locale, ma  Las Cruces, Taos e la città vecchia di Albuquerque rivaleggiano in bellezza con lei. Taos , poi, è un gioiello a parte. La piccola Atene d'America.
Sull'altipiano che la circonda, nei primi anni del secolo l'ereditiera-mecenate Mabel Dodge riunì una prolifica comunità di scrittori e pittori. Pur di tenerlo aggrappato alle montagne rocciose, Mabel regalò a David Herbert Lawrence un ranch, con tanto di mucche e di cavalli. Dai tempi della Dodge  gli intellettuali non hanno più abbandonato la città e col loro buon gusto hanno impresso tra ville e giardini il marchio della bellezza compatibile con la storia e con l'ambiente.

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