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Bangkok, sangue e preghiere

Bangkok, sangue e preghiere
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Edoardo Malvenuti

Eccitati per il sangue. Quando sgocciola dalle narici sulla plastica del ring. Le tribune accompagnano ogni colpo con un ululato: l’aria è carica d’elettricità statica, di smorfie, di un inarticolato mimare di pugni. Chi combatte s’avvinghia, affonda gomitate, ginocchiate. Al rallentatore va più o meno così: la faccia si deforma, volano schizzi di sudore nell’abbaglio dei fari. Ma dal vero manca il tempo di sospensione. S’abbassa la guardia, e uno, due, tre diretti inchiodano alle corde. L’arbitro si mette in mezzo. Intanto, altri accappatoi sgomitano nella calca.

Finito un incontro, ne comincia un altro: è l’arena Lumpinee di Bangkok, il tempio mondiale della muay thai – o boxe tailandese. Più di uno sport è identità d’un Paese, cerimonia celebrata nell’arena. Si apre con una danza, un preghiera viso a viso tra allenatore ed atleta. Poi la campana. A scandire il tempo delle riprese, la tecnica studiata dei colpi. Sinuosi, unti, duri come sassi. Prima la furia, poi ancora saluto e inchino ad avversario, allenatore, pubblico. Tutt’intorno, intanto, è un altro spettacolo isterico. Col suo paradosso scritto a vernice sul cemento delle tribune: vietato il gioco d’azzardo. Ma è fin troppo palese che il proibito è ufficiale e codificato: secondo una sintassi precisa di segni, di scommesse chiuse nei pugni, nei palmi, nel dorso o nel taglio delle mani. Gli occhi si cercano, gli allibratori gestiscono una cintura di cellulari che portano legati in vita. Riferiscono in diretta sull’andamento dell’incontro a chi, dall’altro capo del filo, si muove per grosse puntate. Questioni da centinaia di migliaia di bath sul rosso, sul blu. E in questa roulette ad ogni colpo si rinnovano le quote.

La folla è isterica, partecipa, sbuffa, grida. Chiuso l’incontro, corrono le banconote. E già qualcuno rilancia sui pugili a venire. In prospettiva l’agitazione dell’arena Lumpinee è solo una miniatura, il grosso sta nella città di fuori. In questa capitale fiammante del Sud-est Asia. Che vista di notte dalla cinque corsie della superstrada che l’attraversa riempie bene la descrizione che ne fa Houellebecq nel suo romanzo «Piattaforma»: un imponente e vagamente spaventoso groviglio di neon e grattacieli, di vetro e cemento assemblati secondo un ordine asettico e scintillante. Metropoli ad alta gradazione tecnologica, Bangkok, avvera un’altra città, invisibile stavolta, uscita dalla penna di Calvino: Maurilia. «La metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quello che era». Quando le sue strade erano ingolfate di carrozzelle spinte a pedali, e la gente vestiva il tradizionale copricapo dei campi. Oggi è un altro mondo, fatto di metropolitane sopraelevate sempre ingolfate di pendolari incantati dai propri telefoni cellulari. Per cercare qualcosa di sciamannato, e onestamente in disordine, serve spostarsi al mercato Chatuchak. Edizione asiatica della londinese Camden Town, è tutto un bordello d’oggetti e di cibo. Qui si comprano con vantaggio vinili, vestiti nuovi, usati, anticaglie e preziosi. Nell’umidità irrespirabile dei suoi padiglioni si incontra anche un buono spaccato della gioventù thailandese. È curioso vedere come punk, hipster, universitari e giovani monaci buddisti possano dividersi bene questi spazi. Gli ultimi, rasati e vestiti del tradizionale abito arancione, godono di un grande rispetto sociale.

Perché a dispetto di una intensa rincorsa alla modernità, l’antica religiosità thailandese non perde terreno. Nei vagoni della metro così come nelle sale d’aspetto delle stazioni ferroviarie ci sono posti riservati ai monaci, e ancora nella capitale si trovano tantissimi templi buddisti dove si vive una spiritualità silenziosa, che in un certo modo contrasta – completa? – il baccano di questa città. Di questi il Wat Pho ha qualcosa di irripetibile. Per bellezza e dimensioni. I sui cancelli sono guardati a vista da statue di giganti di pietra scolpiti in stile cinese. Nel cortile spiccano quattro Phra Maha Chedi, imponenti pagode decorate con motivi floreali realizzati in ceramica cinese. Ma più stupefacente di tutto è la statua del Buddha sdraiato. Un colosso di quarantasei metri rivestito d’oro con occhi e piedi decorati in madreperla.

Dentro la grande sala camminare a piedi nudi attutisce il rumore dei passi, la quiete è rotta solamente dal rumore delle monete che cascano in una schiera di vasi metallici. Sono almeno una quarantina, prendono il lungo di una parete della sala. Una moneta in tutti i vasi vale un desiderio. La ritualità di un tempio ha una sua grammatica codificata: fatta di parole, di mantra e di penne magiche. Sono i lunghi aghi con i quali i monaci disegnano sulla pelle i sak yant, o tatuaggi sacri. In tanti li portano per protezione o buon auspicio. Parole e disegni vengono calcati sotto la pelle con una lunga asta di metallo appuntita. I colpi sono secchi, ritmati. L’esecuzione veloce. Chi viene tatuato stringe i denti, si torce in un doloroso fastidio. L’esecuzione gli è costata solo una offerta al tempio. Si chiude la camicia. Il silenzio torna denso come l’inchiostro fermo nella ciotola. Spesso, nero.  Però Bangkok  non è la Thailandia. E per scoprirlo basta prendere un treno. Che parte alle tre, puntuale, per il nord.
 

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