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Cactus nel blu. L'altra faccia dei Caraibi

Cactus nel blu. L'altra faccia dei Caraibi
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di Luca Pelagatti
lpelagatti@gazzettadiparma.net

Mettetevi nei panni di Alonso de Ojeda che nel 1499 si spiaggiò qui, alla guida dei soliti voraci predoni spagnoli. Invece che palazzi d’oro e pietre preziose da arraffare al volo mise il piede sulle spine dei kadushi, gli enormi cactus modello «ombre rosse» che qui sono fitti come fili d'erba e fece la conoscenza con gli Arawak, mansueti e spiantati indios, a cui ben presto voltò le spalle. «Sono un conquistador e qui non c'è nulla da conquistare. Restateci voi su quest’isola inutile», pare abbia sibilato l’indignato hidalgo riprendendo il largo. Senza immaginare che qualche secolo dopo, nello stesso punto, dalle ciclopiche navi da crociera, sarebbero sciamate matrone del Vermont e dell'Ontario attratte da altro oro. Magari d’importazione ma, questo è quello che conta davvero, duty free. Ovvio,  tempi e  costumi sono molto cambiati. Ma  la sorpresa dell'inviato della regina di Spagna è forse la stessa che prova  oggi chi sbarchi ad Aruba e si aspetti solo palme e merengue. Trovando invece un'isola diversa dai luoghi comuni. Tutt'altro che inutile e anzi, come recitano le targhe delle auto, «felice».


Una gioia di vivere però poco urlata. Caraibica ma non troppo. Il centro della capitale è una manciata di case color confetto, bizzarre figurine che paiono prelevate dai palazzi di piazza Dam vigilano sui turisti che festeggiano con birre e gamberoni e  monumentali  Harley-Davidson fanno tuonare i cilindri ai semafori. A riprova che qui, curiosa alchimia, nonostante i 28 gradi di sole perenne, siamo nei Paesi Bassi. Anche se l'America, quella a stelle, dollari e strisce è vicina.
Una prossimità che diventa sfacciata  quando si affronta la parte nord dell'isola, in tutto nemmeno 30 km di lunghezza e 9 di larghezza, dove  i saliscendi del parco naturale di Arikok, e  l'intera costa, sono un catalogo ispido di madrepore miniate e menhir di piante grasse.

E se non fosse che per quel mare di un azzurro esagerato che  spumeggia come una bibita gassata sembrerebbe  di essere volati nel New Mexico. Qui, grazie alla robustezza testarda delle jeep e alla parlantina plurilingue dei ranger, i più curiosi tra i turisti potranno perdersi, senza pungersi, in un mare di spine che hanno nomi curiosi come divi-divi, kwihi  e hubada. Se per noi sono solo  cactus,  per gli eredi degli indios sono un repertorio infinito di medicamenti e sapori. E come accade dalle nostre parti  per il maiale, qui del cactus non si butta via nulla. Ma non è parsimonia: è una necessità. Qui, prima che alberghi multipiano e multistelle sbocciassero a coccolare i vacanzieri era terra da cercatori d'oro e fortune spigolose. Come suggeriscono ancora le ghigne di alcuni avventori del Charlie's, il locale più «di moda» di San Nicolas, la cittadina nella punta sud dell'isola, dove è divertente cercare altri brividi. E più che un bar pare un catalogo di esotismo in salsa caraibica.  Ma sia chiaro: cactus e oro oggi  per Aruba sono ormai solo un fondale verdastro e un ricordo paglierino. Qui, adesso, la ricchezza viene da altri colori: il «green» del campi da golf, il  verde dei tavoli da gioco, il blu del cielo, il bianco della spiaggia. Da dove, senza allontanarsi  troppo,  i turisti scrutano le sfumature di fantasia dei pesci che pinneggiano pigri tra relitti e fondali a portata di mano. Tanto che anche chi disdegna pinne e boccagli può sedere compunto  all'asciutto di un sommergibile e guardare il fondo: e sentirsi gli eredi di Verne. Sia pure con il bracciale dell'«all inclusive» al polso.
Insomma, l'isola «ex inutile» e ora molto felice, ha cambiato volto non poco dai tempi dei conquistadores che ora troverebbero pane per i loro denti  tra vetrine da «fashion victim» e bar ben riforniti  dove il rum regna sovrano. I sigari no, quelli vengono da fuori, ma in fondo anche il rubizzo mulino che spicca tra le mura candide dei grandi hotel è stato importato. Mancano i tulipani ma in alcuni stagni brillano i fenicotteri. Non lo sono ma sembrano fiori dalle forme bizzarre.

Altri colori osano invece i tramonti che certe sere, tra le striature di nubi lontane, hanno  sfumature così struggenti da apparire dipinti. Qualcuno se li gode a due passi dai cactus, sulla costa «sbagliata», dove in distanza si intravvede la sagoma di Curacao, l'altra isola che con Bonnaire forma l'arcipelago, ed è un saluto al sole tra gli alisei e lo schiaffo del mare. Qualcuno invece sceglie l'ellittica malìa del merengue per accompagnare gli happy hour degli hotel e allora la spiaggia è una tavolozza che spiega che il bianco non è un colore solo. Infine, i più fortunati, scelgono una barca e conquistano il largo. Lì, nell'arancio che sfila nel rosso e nel nero, sulla rete della prua a volte sembra di potere incontrare il sogno di una isola felice. E peggio per i conquistadores se non l'hanno saputo indovinare.

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