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Yunnan, il mondo all'incontrario

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 Edoardo Malvenuti

Siamo arrivati in un Paese di cui non conoscevamo niente. Né lingua, né presente, né passato. Senza itinerario e con una mappa troppo grande per spiegarcela tutta davanti. Era da guardare piegata tre, quattro volte. Siamo arrivati alla fine di luglio, da sud, dal minimo placido disabitato Laos, con la paura che si può avere, a galla, di fianco ad una petroliera. Della Cina conoscevamo i luoghi comuni. Solo quelli. Che tanti si confermano, altri sono niente di niente. Ma un’impressione, più delle altre, ci siamo portati addosso dall’inizio alla fine: di essere dei totalmente estranei capitati in un mondo infrangibile. Non potevamo decifrare i loro caratteri, le loro parole, il senso di periferie oscene, sempre le stesse, di casermoni alveari nuovi di zecca. Certo, tutte queste sono state mancanze. Nostre mancanze. Verificate una volta arrivati nello Yunnan, che letteralmente sta «A sud delle nuvole», ma sulla terra è l’ultima regione meridionale del grande impero, da sola ben più grande di tutta l’Italia. 
Incastrato tra i tropici dell’Asia del sud-est e le vette dell’Himalaya quest’angolo di Cina conta da solo più della metà delle minoranze etniche di tutto il Paese. Arriviamo su un pullman scassato, stracarico, che ci si fuma dentro, su fino a Jinghong, la prima grande città. Buona per una notte, per una prima impressione del posto dove ti sei cacciato, la sera, con le luci dei neon che illuminano come in un luna park i profili dei palazzi e dei ponti, tutti di colori acidi. Sotto, un Mekong ancora cinese, fangoso, largo, nero, scivola lento verso sud. Camminiamo nel traffico, eccitati all’idea di questo posto, adesso che ci siamo dentro, di fronte all’ingresso d’un karaoke a guardare ragazze stratruccate vendere biglietti per lo spettacolo delle dieci. Mangiamo noodles in salsa di ghiaccio e peperoncino. Piatti incomprensibili che indichiamo con la mano, al cameriere, dai tavoli di fianco. Difficoltà di comunicazione. La gente lascia tavole luride, sopra e sotto. Birre vuote schierate per terra, tutt’intorno. Rientriamo, e ci sono le lanterne rosse nel nostro vicolo, appese all’ingresso dei negozi, dei palazzi, come nelle Chinatown di mezzo mondo, allora non sono un’imitazione, pensiamo. 
I turisti nel nostro cortile sono tutti cinesi, come quasi tutti quelli che incontri in questo Paese. A letto presto e svegli presto la mattina dopo, alla stazione degli autobus sono appesi manifesti di corpi straziati in incidenti stradali. Una campagna contro la guida folle preferisci non vederla prima di fare quindici, sedici ore di autobus fino a Dali, la città delle tre pagode. La più antica di queste - Quianxun – della metà del nono secolo, sale a sedici piani, su, a settanta metri d’altezza. Passeggiamo per questa città ingolfata di turisti, di negozi e di ristoranti, dove tutto quello che finisce in pentola è esposto sui gradini all’ingresso dei locali. Di un’altra stranezza cinese sorridiamo la sera: nei locali non si ordina una birra alla volta, ma tutte insieme, quelle per tutta una serata, così le bottiglie piene si prendono quasi per intero  tutti i tavoli delle terrazze. La calca che dal mattino alla sera ingolfa questi vicoli ciottolati si diluisce solo qualche strada più in là, uscendo dalle mura che girano intorno alla città vecchia verso l’Erhai Hu, il lago a forma d’orecchio. Il molo s’allunga sull’acqua come una falange di cemento, piccole barche da crociera sono fissate a bitte arrugginite, un uomo, poco più in là, galleggia calcato in una morbida camera d’aria. Arriviamo nel cassone d’un treruote carico di mattoni, ritorniamo attraverso le risaie. Verdi brillanti come la giada, che qui si vende dappertutto. Attraverso una porta con il tetto a pagoda, abbandonata, una ragazza che porta il suo bambino sulle spalle dentro una fodera ricamata s’allontana, la prendo in foto due volte, i cavi della luce s’annodano disordinati sui pali. Nessun traffico, nessun altro. Questa è stata Dali, anche un anziano sul marciapiede che ripara l’intelaiatura di vecchi ombrelli, in Cina. Ancora a letto presto e svegli presto la mattina dopo, siamo saliti verso Shangri-la, dove inizia il Tibet fuori dal Tibet. Attraverso un altopiano freddo di case come fortezze, di pietra e di legno. Sparute e imponenti, tra mandrie di yak e stupa buddisti. Monumenti la cui funzione principale è conservare reliquie e che qui portano tesi alla cima dell’obelisco le Lung-ta, bandiere di preghiera multicolore. Ore e ore di vento, prati e vuoto, poi una periferia di smisurati edifici governativi. Inizia la città, la nuova Shangri-la, noi ci infiliamo in un mercato scuro, per caso, nascosto in un capannone fatiscente.
 Dove c’è anima c’è sporcizia, ho letto da qualche parte, non ricordo dove. Ci ripenso tra questi banchi marci. Dove s’arrostiscono teste di maiale con la fiamma ossidrica, si vende carne ammucchiata su delle assi di legno, anatre caramellate stanno impiccate sotto lampade incandescenti. Poi frutta, verdura, formaggio, pentolame, tavoli bassi dove si mangiano ravioli al vapore. All’ingresso una signora intabarrata di viola vende ruote della preghiera, quelle che tanta gente che incontri per strada fa ondeggiare, camminando, sussurrando un mantra. E sotto una pioggia fine, abbiamo camminato ancora, per questa città senza più palme né risaie, dove la sera fa freddo. Dove la sera ti vedi respirare.    

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