Margherita Portelli
Dieci anni dalla prima collettiva e trentuno dal primo sguardo sul mondo. Da allora, Valentina Biasetti, si è messa all’opera. Perché è l’osservazione il primo passo del suo pennello. Pittrice parmigiana con una laurea all’Accademia di Bologna in tasca, Valentina è un’artista intrigante, perché nelle sue tele ritroviamo il suo (e il nostro) mondo. Se fossimo a scuola, la professoressa direbbe che guardare i suoi quadri è come leggere un libro il cui narratore è omodiegetico: i colori sono distillati di punti di vista in prima persona e il talento si mescola alla voglia di elaborare gli sguardi arricchendoli coi pensieri. Per scoprirla a voi la lettura, ma, soprattutto, i suoi dipinti.
Le tue opere rappresentano spesso angoli, dettagli, particolari, momenti apparentemente comuni. Questo sembra contribuire alla crescita della drammaticità dei dipinti. Cosa ti ispira, come artista, nella quotidianità?
“Oggi” è il luogo dove vivo, “Oggi”è quello che vedo ogni giorno, io credo che un bravo artista debba saper rappresentare il suo tempo, l’anacronismo si nasconde dietro l’incapacità di voler guardare dritto davanti a te, dietro l’incapacità di osservare il mondo.
Io dipingo ciò che vedo perché è l’unica cosa che conosco: mi metto in prima persona, a volte ci metto mia figlia o mio marito o qualcuno che incontro per strada, purché io abbia la certezza di dipingere ciò che vedo; In molti casi questa verità assume toni drammatici e tesi, ma questo è dettato da quello che voglio trasmettere all’osservatore.
Come e quando lavori?
Tempo fa lessi un’intervista a un noto regista, non ricordo la domanda ma ricordo la risposta: “E’ difficile per me far capire mia moglie che anche quando sembra che io stia solo guardando dalla finestra in realtà sto lavorando…”. Questa affermazione in un qualche modo è il riassunto di come e quando un lavori: sempre.
Io sono di quelli che ogni mattina in studio, con rigore si mettono al lavoro; non è detto che quel giorno succedano grandi cose, sai ci vuole molta concentrazione e questa la si conquista poco per volta…Poi ci sono i giorni in cui magari si deve sostenere un grande sforzo fisico, dovuto alla tensione di certi passaggi: non è solo un lavoro di “ testa e mano” come si è soliti pensare: tutto il corpo cerca di trasferire sulla tela o sul foglio il desiderio, la lotta, l’amore, il tormento. Tutto è coinvolto se così non fosse allora lo si capisce perché il lavoro non ha l’energia necessaria.
Quali sono i tuoi artisti favoriti? C’è qualcuno a cui ti ispiri?
Ce ne sono tanti. Per nostra fortuna la storia dell’arte è un pozzo da cui attingere brocche colme di esperienze artistiche straordinarie e ogni volta che mi appassiono a qualcuno è una scossa di vita e di nuove idee che mi stimolano a risolvere i problemi che abitualmente incontro nei miei lavori.
Tu dipingi da diversi anni, hai allestito tante mostre, preso parte a concorsi e avuto riconoscimenti. Ricordi il momento di più grande soddisfazione vissuto?
Dieci anni dalla prima piccola collettiva… non sono pochi ma nemmeno tanti. Credo che le soddisfazioni non vengano dal luogo o dal riconoscimento, per me ogni volta è come l’ andare in scena di un nuovo spettacolo dove i veri protagonisti sono i miei lavori e le domande o le perplessità di chi li osserva. Non sono una che si accontenta di un riconoscimento: io so che devo solo lavorare al meglio.
I bambini disegnano e colorano. I grandi, per la maggior parte, no. Quanto credi sia importante, per un artista, il saper conservare una parte dell’ingenuità fanciullesca dell’infanzia?
Mia figlia ha 5 anni e io la invidio profondamente. Quando disegna racconta storie e si diverte senza pensare troppo ai vincoli che gli adulti accumulano con gli anni, con la pigrizia nell’accontentarsi di sapere che una cosa è così solo perché si è sempre vista così. Non credo che si tratti di mancanza di ingenuità fanciullesca ma piuttosto di pigrizia dello sguardo.
Che fase stai attraversando del tuo percorso artistico? A cosa stai lavorando adesso?
Quando comincio una tela nuova sono sempre molto felice poi nel corso del lavoro ci si odia ci si ama, si lotta sempre molto ci si conosce e a volte si diventa pure amici, se tu pensi che rimango intere giornate su un lavoro è normale che sia così, credo di poter definire il mio percorso in modo “ciclico” dove le varie fasi si ripetono ogni volta con intensità differenti.
L’ultimo ciclo di lavori s’intitola, prendendo spunto da una frase di Federico Fellini: “La morte sta negli orologi” dove ogni titolo della singola opera riporta una data e un sovrapporsi di immagini, come se continuassi a scattare delle fotografie sullo stesso fotogramma per imbrogliare in un qualche modo il tempo.
Qual è la tua opera preferita e perché?
Non ho preferenze sulle opere passate, solo nuove idee per il futuro.
Il futuro come lo vedi? Sempre pennello e cavalletto?
Qualcuno un giorno mi disse: “Lo faccio un po’ per vivere e un po’ per non morire”, e io condivido la stessa certezza.
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