Ci mette la faccia. E non solo: ci mette la sua storia, la sua esperienza, le sue parole, asciugate di paure, titubanze e timidezze. Ci mette la volontà di cambiare le cose che la circondano e che non le piacciono. Ha 24 anni, Valeria Savazzi, ma ascoltandola gliene daresti molti di più. Della sua omosessualità ti parla con la tranquillità con cui vorrebbe che tutto il mondo parlasse di questo argomento, ed è proprio inseguendo l’idea di una normalità che tutt’oggi fatica a trovare nella società che vive, che la giovane parmigiana (tecnico del montaggio video di giorno e cuoca ai fornelli di un pub la sera) ha deciso di prendere parte alla campagna nazionale di sensibilizzazione dell’Arcigay “Diversamente uguali” .
Su www.diversamenteuguali.org, in un video, racconta la sua storia di giovane lesbica. Noi l’abbiamo incontrata.
Perché a tuo parere c’era bisogno di questa campagna?
Ho deciso di prendervi parte senza pensarci troppo. Per caso ho visto l’annuncio dell’Arcigay su internet e mi ha incuriosito il fatto che cercavano storie di omosessualità legate alla normalità. È una cosa insolita, mi ha stupito: di solito quello che si legge, che fa notizia, sono i casi umani o le storie disastrose, mentre questo punto di vista incontrava in pieno il mio pensiero: io credo che la mia sessualità non influenzi gli altri ambiti della mia vita (i miei rapporti di amicizia, il lavoro, etc.). Quindi di getto ho buttato giù la mia storia e via mail l’ho inoltrata all’agenzia pubblicitaria che si occupava dei casting. E mi hanno chiamato.
Ma in cosa consiste questa campagna?
Si tratta di videointerviste a persone che raccontano la propria quotidianità, la propria esperienza di omosessuali o di famigliari di omosessuali, nel tentativo di far passare il messaggio, semplice e positivo, che esistono tanti individui che vivono la propria vita con serenità e tranquillità, indipendentemente dalle proprie preferenze sessuali. L’omosessuale non è una persona con problemi, necessariamente disagiata o vittima di un conflitto interiore. Ma non è neanche solo il parrucchiere, lo stilista, il travestito. Ma può essere il medico, l’infermiere, la cuoca. Si vogliono, in un certo senso, combattere gli stereotipi.
C’è ancora diffidenza verso gay e lesbiche? Com’è esserlo a Parma?
C’è disinformazione, soprattutto. E Parma, nello specifico, è indifferente. Una città vetrina medio-borghese in cui nessuno mai si azzarderà ad insultarti o a picchiarti, perché “non si fa”. Ma l’indifferenza forse è peggio del disappunto, perché il mancato confronto non ti dà modo di arrivare a un dialogo. Non se ne parla, e quindi non esisti.
Tu quando hai capito di essere lesbica?
Avevo 14 o 15 anni, e molto semplicemente ho preso una cotta per un’amica di una mia amica. Sull’autobus, quando mi venne presentata, rimasi folgorata, senza parole. Con naturalezza, scoprii che mi piaceva.
È stato difficile dirlo alle persone che ti circondavano?
Non più di tanto. Forse perché sono cresciuta in un ambiente famigliare nel quale si è sempre parlato dell’argomento, e anche nella mia classe, al Toschi, avevo una compagna dichiaratamente lesbica. Mia madre se n’è quasi accorta da sola, che ero ancora ragazzina.
Credi che la paura della reazione della famiglia inibisca ancora molte persone dal dichiarare apertamente le proprie preferenze sessuali?
Purtroppo sì. Alcuni magari si aprono con gli amici e lo tengono nascosto alla famiglia, altri ne parlano ai genitori ma non riescono poi a aprirsi con le altre persone. Molti vivono la propria sessualità come un ostacolo, o come una cosa di cui vergognarsi: diciamo che in questo senso la società non ti aiuta molto, c’è un’assenza di dialogo di base che in un certo modo ti “blocca”. E per questo non mi sento di giudicare chi non ha le forse per dichiararsi.
Tu hai 24 anni. Non solo hai fatto coming out, ma hai deciso di impegnarti per la tutela dei diritti dei gay. Cosa ti ha spinto a farlo?
Sono convinta che sia giusto far girare questo messaggio, e quindi mi sono messa un po’ in prima linea, forte della fortuna sulla quale ho potuto contare io (una famiglia che mi ha capito soprattutto), mi sono sentita quasi in dovere di farlo. Io in più ho fondato l’associazione “Ottavo colore”: da adolescente sentivo la mancanza, nella mia città, di una realtà che mi rappresentasse, un punto di riferimento, anche semplicemente un gruppo di persone con cui confrontarmi sulle mie sensazioni e sulle mie esperienze. Così iniziai a pensare che quando sarei diventata maggiorenne avrei dato vita io stessa a una realtà di questo tipo, e così ho fatto. Con altre persone, a diciotto anni, abbiamo creato questa associazione, incentrata sui giovani, che si occupa di organizzare incontri, iniziative legate al mondo dell’omosessualità, e che al momento conta una trentina di iscritti.
Quali sono i tuoi sogni?
Cose semplici. Spero di realizzarmi a livello professionale, e di farmi una famiglia.
Qual è la cosa che ti fa più arrabbiare?
L’indifferenza di cui parlavo prima. E mi fa arrabbiare anchel’indifferenza degli stessi omosessuali: spesso ci si lamenta della mancanza di diritti, ma poi quando c’è da impegnarsi in qualcosa, in molti si tirano indietro. Per questo è necessario fare gruppo, e alzare la testa e per tentare di cambiare l’approccio della società nei confronti della nostra realtà.
C’è differenza tra come vengono considerati i gay e le lesbiche? Si è forse ancora meno aperti verso la coppia di donne che verso quella di uomini?
No, in realtà credo sia il contrario. L’omosessualità femminile è forse più “tollerata” perché istintivamente la si lega all’ambito erotico o pornografico. Due donne insieme vengono viste quasi come un gioco, volto ad eccitare l’uomo. In realtà questa cosa mi fa molto arrabbiare, perché non è così: io non sono lesbica per stuzzicare le fantasie degli uomini, tutt’altro.
Quale messaggio vorresti lanciare ai ragazzi che oggi vivono la propria omosessualità senza la serenità sulla quale puoi contare tu?
In realtà preferirei lanciare un messaggio a coloro che sono deputati all’educazione dei giovani, ai genitori e alle istituzioni: bisogna parlare di omosessualità, in casa, a scuola, creare un ponte di comunicazione che permetta ai giovani di non sentirsi soli, spaesati, ma di conoscere. Liberarli, insomma, dal tabù.
@Valerio. Io non ho parlato di Parma e non ho dato giudizi sulla mia città, se lo vuoi sapere penso sia come una qualsiasi cittadina del nord, nè più nè meno.dove non esistono ...
Ogni scusa è buona per litigare e metterci in mezzo "ce l'avete con me perchè sono gay", ho amici che frequento e stimo farei anche il bagno nudo con loro. Io giudico ...
@Jack: Non ce l'avevo con te, ma con Old Sailor, che già scrisse una bella piazzata moralista sulle pagine che annunciavano l'iniziativa di Arcigay.
Premesso che tutti (e dico ...
Per francesco (18/1/2012 16:39). Guarda, non era mio intento farti arrabbiare con i commenti che sono seguiti al mio, però, e te lo dico da omosessuale proprio come te penso che ...
Il quiz "L'Eredità" l'ha vista campionessa per 4 puntate: lei si è divertita ma l'ha fatto solo per farsi conoscere. Nella nostra intervista spiega quanto è divertente fare i quiz in tv, quali libri pubblicherà (c'è anche il diario di una crimonologa, in collaborazione con la famosa Roberta Bruzzone) e le sue idee sullo “sfruttamento” del corpo della donna in tv e pubblicità.
Presentato il Premio Academia Barilla 2012 destinato ai cortometraggi che interpretano al meglio il tema “Storie di cucina – A tavola con la promozione, lo sviluppo e la difesa dei valori culinari italiani” - Votate i video sul nostro sito
Inserisci il tuo commento