15/07/2012 -

La Vasca


Imagine: il mondo a 20 anni - Al Festival dei libri sulle mafie

Il mondo visto a 20 anni, le emozioni dei ragazzi. Ecco il racconto di una esperienza a Lamezia Terme

Francesca Gatti

"Non credo possibile arrivare in un certo posto il sabato, e la domenica cominciare a scriverne. Non solo cerco di evitarlo, ma considero con sospetto le persone che lo fanno: ho sempre osteggiato questo tipo di reportage".
E' Ryszard Kapuscinski a sostenerlo, e io concordo pienamente. Proprio per questo motivo, la presunzione iniziale ha lasciato posto all'umiltà e al bisogno di pensare e ripensare a quello che mi era capitato, a quello che avevo visto, sentito e capito.
Apro il file che contiene il mio scritto, lo rileggo e, senza pensarci un minuto di più, lo cancello......

C'è sempre il desiderio di stupire il lettore mediante le proprie parole, proprio per questo voglio scrivere della grande esperienza a cui ho partecipato, ma lo voglio fare mettendo l'accento sulla semplicità del 'prima' e del 'dopo'.
Il 'prima' è rappresentato da sentimenti quali la paura, l'incertezza, ma allo stesso tempo la voglia di conoscere e la curiosità. Un'esperienza troppo importante da affrontare per la mia giovane età, per le mie scarse esperienze, per la mia ignoranza in materia. La crisi poi, ha raggiunto il suo apice quando mi sono stati detti alcuni nomi di personaggi che sarebbero stati ospiti del Festival: non ne conoscevo nessuno. Non ero pronta. Non mi sentivo pronta. Ma a volte, e aggiungerei 'per fortuna', la curiosità ti spinge oltra la paura, è più forte, più potente. Sono poche le volte in cui la curiosità subentra sulla paura: proprio per questo, quando la sento arrivare, capisco che ne devo approfittare.
Ricordo la notte prima della partenza: non ho dormito. Continuavo a rigirarmi nel letto. Odio non sapere prima quello che mi aspetta; amo controllare le situazioni e le persone. Riesco ad affrontarle meglio e mi illudo che tutto possa dipendere da me. Da questo forse nasce il mio egocentrismo e la presunzione che ogni tanto osteggio. Due giorni prima ero andata a far visita a mio nonno che, con un'inspiegabile tranquillità, appena aveva sentito la meta del mio viaggio, aveva esclamato: "Lamezia Terme? Ho letto sul giornale che è scoppiata una bomba davanti all'Agenzia delle entrate". Con la coda dell'occhio mi assicuro che a mia mamma non siano arrivate queste parole e mi faccio indicare il trafiletto che riporta la notizia. A casa, ne discuto brevemente con mia sorella e concludiamo la non coincidenza con l'evento a cuidevo partecipare.

Della mattina della partenza, ricordo il caldo. L'afa e l'umidità propria di Parma che non ti dà tregua, neppure se sei appena uscito dalla doccia. Arrivo in stazione già malconcia: che pretesa arrivare alle quattro del pomeriggio impeccabile, come se non avessi fatto un viaggio nelle ore più assolate di un pomeriggio di giugno. Il treno mi deve condurre a Bologna, dove prenderò una navetta fino in aeroporto per volare con la Ryanair per un'altra ora e mezza.
Il treno viaggia lento e non oso guardare fuori dal finestrino: non posso distrarmi, ho tantissime letture da fare e pochissimo tempo. Prendo due libri dalla valigia e li lascio aperti sulle gambe: decido di leggerli contemporaneamente. Impresa difficile se il caldo si fa sempre più intenso e la musica del passeggero vicino sempre più alta. Arrivata in aeroporto a Bologna, infilo i due libri nella tasca del trolley dalla quale potrò prelevarli con facilità e mi imbarco. Sono costretta a distogliere lo sguardo dai libri, quando noto le esclamazioni dei passeggeri che si voltano verso i finestrini: siamo quasi arrivati, a testimoniarlo, un'immensa distesa d'acqua blu sotto i nostri occhi. "Sembra piccola la Calabria, ma non lo è", si rivolge per la prima volta a me con un sorriso la mia vicina.
Sbarcati, attendo all'uscita dall'aeroporto una macchina che mi verrà a prendere e mi condurrà ai palazzi. Con un sorriso, timido ma non troppo, si avvicina il mio autista, un ragazzo giovane che studia economia all'università. Si scusa per il ritardo, e mi conduce verso la macchina. "Mi dà fastidio", si giustifica subito quando incontra il mio sguardo rivolto alla cintura di sicurezza. "A casa mia, ti avrebbero già tolto dei punti dalla patente e dei soldi dal portafoglio", gli faccio notare. "Qui è tutto diverso, e ti ci dovrai abituare", ride. E in effetti presto mi adatto a non vedere dei caschi sulla testa di chi guida il motorino, delle frecce non messe per voltare con la macchina, e dei pedoni a cui non viene data la precedenza sulle strisce, ma sulla strada.
Dall'auto intravedo edifici alti e bianchi, che sembrano tutti uguali e che rigettano jeans e mutande stese ad asciugare. Per la strada, mosse dal vento, corrono cartacce e mozziconi di sigaretta; cani randagi; anziane alla finestra o sedute davanti a casa che interrompono la conversazione per studiarti; riproduzioni del santo, patrono della città, ad ogni angolo della strada.

Questa è Lamezia, in provincia di Catanzaro, città fondata nel 1968 e che possiede il primo aeroporto internazionale nella regione. Lamezia è anche la città che, grazie ad un sindaco "illuminato", come l'ha definito la giornalista di Sky, Manuela Iatì, è riuscita ad ospitare Trame, il Festival dei libri sulle mafie. Trame è arrivato quest'anno alla sua seconda edizione, "e speriamo ce ne sia una quarta, una quinta, una sesta...", confessa la giornalista.
Nel presentare libri ed autori che trattano di mafie, il festival costituisce e può costituire un importante strumento per combattere il tabù dell'omertà. Tutto questo, per mettere "un punto alle mafie", come si legge nel programma.
Arrivata a Palazzo Nicotera, assisto immediatamente ad un incontro, il primo, dedicato alle donne e alla loro capacità di rialzarsi e di rimettersi in gioco tramite la scrittura. Il Palazzo è affascinante: sede nel centro storico, ex Tribunale, è la sede della Biblioteca comunale di Lamezia. Un'ampia scalinata di marmo porta ai piani superiori dove si trovano gli uffici, mentre il giardino, è il luogo dove si svolgeranno gli incontri e dove avranno sede fissa volti come quello della madre di Peppino Impastato o della moglie di Vito Schifani, fotografate da Letizia Battaglia.

Ancora con il trolley in mano, insisto per rimanere fino alle 22.00 per assistere ad un dibattito interessante e mi faccio accompagnare in camera solo quando è finito. La casa dove i volontari potranno dormire e mangiare, è di proprietà del vescovo, generosamente donata per questa iniziativa. Dista cinque minuti a piedi dal centro, è un villino appena ristrutturato. La prima cosa che faccio appena entro nella camera, è quella di spalancare la finestra e noto con immenso piacere che la vista è spettacolare: a destra intravedo il mare mentre a sinistra si scagliano le montagne; in mezzo i tetti delle case e la cupola della chiesa, illuminate dai lampioni sparsi per la città.
Per il momento può bastare, la giornata è stata piena, e la notte, un po' per l'emozione, un po' per non aver capito cosa mi aspetterà il giorno seguente e a quali compiti dovrò adempire in qualità di volontaria dell'ufficio stampa, sarà ancora più lunga ...

L'indomani mi sveglio alle otto della mattina; ho dormito solo qualche ora, ma è come se non ne avessi bisongo: mi sento dentro un'energia indescrivibile, e decido di approfittarne.
Scendo in centro e cerco un bar per fare colazione all'aperto e scrivere. Prendo posto in un tavolino all'aperto e mi dedico ad osservare le persone, le loro mosse, azioni e mete, che mi sembrano così lontane da quelle a cui sono abituata io. E' un momento utilissimo per me, in quanto mi permette di essere dentro al flusso degli eventi di una determinata città: non sono più io con la mia presenza a destare curiosità; ma sono io che, per la prima volta, osservo e studio gli altri. Mi sembra di essere uno di quei giornalisti dell'inside story, che si infiltrano dentro al contesto che vogliono rappresentare per capirlo da vicino; e per far questo, devono fingersi persone diverse da quelle che sono.
In giro per le strade, incontro una donna sulla quarantina alla quale chiedo indicazioni per raggiungere un supermercato: dopo avermi squadrato dalla testa ai piedi per ben due volte, decide di aiutarmi. Mentre parla, mi accorgo che le manca una fila di denti, quelli dell'arcata superiore, tranne due, che sembrano infilati a forza uno da un parte e uno dall'altra.

Quando mi trovo in un posto nuovo, mi piace scoprirlo in solitudine: solo così si assapora veramente ciò che ci accade intorno; solo così si vedono sotto una prospettiva differente vicoli, palazzi e giardini. E' una forma di auto riflessione, un tipo di osservazione che mi consente di percepire la dimesione del luogo: dimesione fatta dei suoi rumori, dei suoi silenzi, della quotidianità, di quello che ti lascia non appena l'hai visitato.

Dopo un pranzo veloce nella nostra abitazione ed una pennichella pomeridiana imposta dal sole rovente, scendo per seguire gli incontri che si succederanno fino all'una di notte e, al termine dei quali, dovrò correre a scrivere. Chi era presente, ha potuto assistere ad un via vai di volontari 'futuri giornalisti', muniti di occhiali da lettura, di penne e di cellulari, che si diramavano per i diversi luoghi del festival, con portatile e block notes stretti attorno al braccio, come se le informazioni contenute all'interno costituissero un segreto da riportare al più presto dentro la calma e sotto la luce fioca dell'ufficio stampa.

Se in quell'istente di quella calda domenica, la mia compagna di stanza non avesse aperto la porta, non avremmo potuto sentire e partecipare ad una delle visite più importanti e che più mi hanno lasciato il segno. Allettate dalla proposta, ci siamo infilate le prime cose che sbucavano dalla valigia e ci siamo catapultate giù dalle scale: un minuto di più e ci avrebbero lasciate lì.
Una macchina ci conduce all'inzio del centro per poi farci scendere ad aspettare un'altra vettura. Durante l'attesa, una volontaria che abita in zona, ci indica una macchia nera su un garage e ci dice che un paio di mesi prima, mentre passeggiava con il suo fidanzato, è esploso un piccolo ordigno. "Il parrucchiere che gestisce l'attività sopra il garage non pagava il pizzo", afferma. Accetto con diffidenza la sua versione dei fatti poiché non so come possa saperlo lei. Ma la mia diffidenza viene archiviata perché nello stesso istante sbuca una piccola macchina vecchia che ci affianca e dalla quale esce un signore alto e in età, uno dei nostri accompagnatori.
Inizio a parlare con lui della mia città, Parma, e della sua fama mondiale a livello di prodotti gastronomici; il discorso verte poi sui miei studi e su quello che voglio diventare. Pone l'accento sulla contrapposizione tra due tipi di giornalismo: quello 'puro' e quello fatto da soggetti non competenti, che si nutrono delle tragedie altrui per ottenerne visibilità. Conclude raccomandandomi di non diventare mai quest'ultimo tipo di persona e di giornalista.
Dalle sue parole, trapela l'incredulità nei confronti della scelta di giovani come noi che, in una giornata come quella, hanno optato per un impegno di questo tipo, quando invece "potevano andare al mare, prendere il sole e farsi una nuotata".
Il volante della sua auto è grande, i finestrini si abbassano con la manovella, e il cambio è molto più scarno di quelli che si trovamo sulle macchine attuali: sembra di aver fatto un tuffo nel passato, negli anni '90.
Raggiungiamo la prima meta: un edificio alto, uno dei tanti che sorgono nelle strade di Lamezia. E' la casa di una mafioso, attualmente in carcere, trasformata in un ricovero per anziani e disabili mentali. La nostra guida ci raduna sotto l'ombra dei balconi della casa e, a bassa voce, ci illustra: "La moglie del boss, non ha mai accettato la perdita della casa ed il suo utilizzo corrente. Si comporta, infatti, come se sia ancora la padrona: per esempio, entrando senza bussare".

Rimontiamo in macchina e percorriamo qualche chilometro di strada; oltrepassiamo un recintato campo di ulivi e svoltiamo in una strada di ghiaia bianca, che rendiamo polverosa al nostro passaggio. Il cancello è aperto e infiliamo la macchina lungo il sentierino di accesso che separa il giardino dall'orto la cui cura è affidata a bambini di una scuola elementare.
La porta è aperta e, uno dopo l'altro, entriamo imbarazzati in casa di persone che non conosciamo. Ma le loro mani protese in avanti per stringere le nostre e il sorriso di benvenuto sui loro volti, ci tranquillizzano; possiamo così sederci e ascoltare cos'hanno da dirci. L'imbarazzo si cancella ancora di più dai nostri visi quando, stupite, assistamo alla fuga di un geco, sulla bianca parete. Due divani circondano una televisione sintonizzata su un telegiornale politico egiziano; a fianco, un piatto argentato contiene petali di rosa di diverso colore; davanti a noi il bagno, e alle nostre spalle la cucina e la sala con un grande tavolo circolare. Gli interni sono ancora abbastanza spogli; una scala conduce al piano superiore.
Sono due egiziani, una coppia con un figlio in arrivo, ad abitare la casa di una delle famiglie mafiose più potenti della zona; loro insieme a due africani e ad un curdo. Sono rifugiati politici che vengono accolti per sei, viene dato loro un budget fisso con cui gestiscono le spese e gli vengono date possibilità di trovare lavoro, mediante l'offerta di tirocinii formativi e di corsi di alfabetizzazione. (La donna egiziane era l'unica che non ne aveva avuto bisgno perché in Egitto aveva frequentato corsi di italiano all'università). Facciamo gli auguri alla coppia e ringraziamo, voltandoci ad osservare questa villa, i cui precedenti proprietari abitano a pochi metri di distanza.

In macchina, chiedo al mio accompagnatore perché ci siano così grosse differenze, a livello estetico, tra la prima e la seconda casa; non capisco perché, chi ha i soldi, li debba 'buttare' in un edificio mediocre composto da tanti appartamenti e non, per esempio, in una villa bella come quella che abbiamo appena visitato.
Mi spiega che originariamente l'estetica non era un fattore predominante nella scelta del bene da comprare; ma vi erano altri fattori: quali, per esempio, il garantire un futuro (materiale) ai figli attraverso appartamenti nuovi; e l'incutere timore ogni volta che qualcuno passava perché si sapeva che era di proprietà di un 'uomo d'onore', una specie di 'occhio' sul mondo dal quale si poteva controllare tutto e tutti. "Non dimenticarti", mi dice: "che i mafiosi sono legati ai loro luoghi, alla loro terra: proprio per questo, molti latitanti che sono stati nel mirino della polizia per anni, sono stati ritrovati nascosti in posti invivibili, ma a pochi metri o chilometri da casa loro". L'estetica, quindi, così come il bello ed il lusso da osteggiare, sono stati importanti solo in un secondo momento.

Il mio aereo decolla alle 22.45. Pessimo momento se il giorno e l'ora coincidono con la trasmissione in piazza dell'europeo di calcio della nazionale italiana contro quella inglese. Due autisti fanno a gara per non accompagnarmi in areoporto e seguire la partita: il terzo, ha la peggio: senza farmi pesare niente, ma con aria sconsolata e con lo sguardo rivolto ancora allo schermo, mi accompagna sul suo furgoncino, correndo per la tangenziale e guadagnando ben dieci minuti.
Il viaggio in aereo si divide tra la lettura di un libro e l'urlo dei passeggeri informati che l'Italia ha segnato.

Atterro all'aeroporto Marconi di Bologna a mezzanotte e trascorro il viaggio verso Parma domandandomi dove avevo vissuto in questi ventidue anni.

 

 






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Complimenti, hai fatto un ottimo lavoro! Mi aspettavo un reportage informativo invece hai parlato della tua esperienza a livello più soggettivo, e si capisce bene che come ...
inviato da Luca il 19/07/2012 alle 15:26
Credo che questo articolo sia estremamente vero, scritto con semplicità ma assolutamente non con superficilità. Ogni parola riusciva a farmi capire quello che provavi in ogni ...
inviato da Silvia M il 17/07/2012 alle 15:46
Articolo meraviglioso, complimenti!
inviato da Silvia il 16/07/2012 alle 18:02
Credo che non hai realmente visitato la città in cui vivo. Gli organizzatori che ti hanno accompagnato hanno fatto il loro gioco, del resto dovevano impressionare organizzando un ...
inviato da Antonello il 16/07/2012 alle 10:15

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