Mario Servetti
di Pietro Razzini
Alzi la mano chi non lo conosce: nell’ambito professionale, in un momento di svago, anche solo per una risata o poche chiacchiere al termine di una intensa giornata di lavoro.
Tutti coloro che vivono Parma e il suo centro storico avranno avuto modo di vederlo almeno una volta: sempre impeccabile nel vestiario, sempre pronto alla battuta sdrammatizzante, quando necessaria. Lui è Mario Servetti, imprenditore quarantenne, divenuto cittadino a tutti gli effetti dopo 20 anni di permanenza nella realtà ducale. Un Ricucci alla parmigiana. Esteticamente la somiglianza si nota: «Purtroppo non ho al mio fianco Debora Salvalaggio». Dice scherzando. «In effetti anche nel periodo in cui ero ospite di una trasmissione sportiva locale, arrivavano parecchie mail complimentandosi per la competenza calcistica da parte di un imprenditore romano». Vent’anni a Parma, città che l’ha accolto da studente di economia e lo ha costruito come professionista: ora è a capo dell’ agenzia di pubblicità e comunicazione «Mediafour», portando con sé gli insegnamenti delle tante persone che ha incontrato lungo il cammino. «A Parma, per chi ha capacità e volontà, c’è la possibilità di trasformare le idee in realtà». Lo ripete spesso, grato a una realtà che è stata capace di amarlo, forse anche più della nativa Rapallo: «Ho preso la residenza, mi sento parmigiano a tutti gli effetti. Ormai vivo la Liguria da turista privilegiato.
Torno ogni tanto nei weekend e vado a cercare i posti della mia gioventù per riassaporarne le emozioni». Il mare non gli manca, i sentimenti e certe sensazioni legate al passato, assolutamente sì.
E parlando degli anni che ormai se ne sono andati, la mente torna al periodo in cui si allenava nelle giovanili della Sampdoria, quando giocava nel campionato Primavera con Maurizio Ganz e vedeva da vicino Vialli e Mancini: «L’ex allenatore dell’Inter, già allora, aveva una spiccata personalità che lo portava talvolta al di sopra del limite consentito. Capitava spesso che per punizione si allenasse con noi ragazzi più giovani. Sono ricordi bellissimi».
Momenti che non scorderà mai, come la figura di papà Giulio, vero e proprio mito per Mario, e mamma Vanna, tutt’ora elemento fondamentale, nonostante i chilometri che li separano. Chissà che sarebbe stata la sua vita se non si fosse rotto il legamento crociato a diciotto anni: forse si sarebbero spalancate le porte del grande calcio. Per Mario, comunque, nessun rimpianto: «Prima viene lo studio, poi tutto il resto».
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