I parmigiani Unreal City, nati per il prog rock
Marina Fava
Coloro che credono impossibile il ritorno di un genere come il prog rock, che trae la sua linfa vitale dalle sonorità vintage, tipiche degli anni ’70, dovranno ricredersi.
Domenica pomeriggio infatti, la promettente band parmigiana Unreal City ha dimostrato, in un doppio concerto live al bar «Il Giardino» di Monticelli, che è ancora possibile coniugare ciò che hanno lasciato in eredità gruppi fondamentali quali Emerson Lake and Palmer, Yes, Genesis con lo spirito modernizzatore delle recenti tendenze musicali. Emanuele Tarasconi (tastiere e sintetizzatori e voce solista), Francesca Zanetta (chitarra elettrica), Francesco Orefice (basso e seconda voce) e Federico Bedostri (batteria): quattro ragazzi folgorati dalla passione per il progressive rock, genere che si propone da sempre una finalità estetica, nobilitando cioè la musica d’intrattenimento a genere colto, con arrangiamenti orchestrali complessi e richiami tanto alla musica classica quanto al jazz e al folk.
Una caratteristica che rende particolarmente interessante la band è inoltre l’uso nelle composizioni del theremin, il più antico strumento musicale elettronico conosciuto, molto difficile da suonare ma non per il tastierista Emanuele. Gli Unreal City, il cui nome richiama alla letteratura di T.S. Eliot, hanno presentato dal vivo il loro primo omonimo ep, insieme a qualche cover di difficile esecuzione, dai Pink Floyd della sconfinata «Set the controls for the heart of the sun», al carnaio allucinogeno di «Tarkus» degli Emerson, Lake and Palmer. «Apparent death (The Thanatosis Effect)» è invece il brano originale che accompagna l’ascoltatore nel mondo psichedelico dal gusto gotico degli Unreal City. Una mini suite che si caratterizza per cambi di tempo e di atmosfera dei vari movimenti, creando diverse suggestioni in apparente contrasto tra loro.
Le mani scivolano sulla tastiera con potenza e ad una velocità tale da incollare lo sguardo su di esse. La band prosegue poi senza tregua con il live di «Between the death and me», solenne e lugubre come un vecchio film horror in bianco e nero alla Murnau. Gli assoli acidi e concisi della chitarra di Francesca, in dialogo con la tastiera, accompagnano invece «Little Will», una lunga malinconica ballad che ricorda il folk- prog dei Jethro Tull. Sperimentare sembra dunque essere la parola chiave per questa band che nel corso del tempo ha visto alcuni cambi di formazione, raggiungendo oggi una perfetta sintonia di gruppo. I fanatici del prog hanno pane per i loro denti.
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