«Afterhours? Una band che non segue gli standard»
L'intervista a Manuel Agnelli, leader degli Afterhours, si apre con un colpo di scena: l’incontro con il fan che qualche anno fa si era preso un pugno proprio da Agnelli durante il concerto al Fillmore. Una serata storta in cui il pubblico non reagiva bene e sul palco c'era molto nervosismo. Finalmente arrivano le scuse, l’abbraccio e la rinnovata stima. Partiamo con le domande un po' più tranquilli.
- Siete appena tornati da un mini tour che vi ha portati a Toronto e New York. Che impressioni e che stimoli avete tratto da queste date e dal contatto con un altro pubblico?
«A Toronto abbiamo suonato al North by North East Festival, purtroppo la città non era molto coinvolta ma ci siamo divertiti lo stesso. Abbiamo suonato anche all’Hard Rock Cafè, che è un posto un po' strano, c'è un'atmosfera assolutamente non sincera con tutte quelle chitarre di tamarri appese al muro. Ma almeno era in centro e abbiamo fatto un bel concerto. A New York invece abbiamo suonato al Mercury Lounge che è un localino molto trendy. Dovevamo fare solo uno showcase ma la voce si è sparsa, c'era molta gente e abbiamo fatto un vero e proprio concerto. Di solito all’estero suoniamo un 30-40% di pezzi in italiano e il resto in inglese. Come abbiamo fatto per “Ballate per piccole iene”, faremo una versione inglese anche del nuovo album».
- I vostri esordi sulla scena musicale alternativa sono stati all’insegna del Do It Yourself, che oggi si traduce per i giovani nello sfruttamento di mezzi come MySpace e YouTube. Pensi che con questi mezzi sia più facile venire fuori?
«No, paradossalmente è tutto più difficile. Internet porta un sacco di informazioni, soprattutto dall’estero e mi pare che la tendenza tra i giovani sia quella di imitare i suoni che arrivano da Usa e Gran Bretagna. Noi eravamo molto più imperfetti, imprecisi e per questo forse più noi stessi, meno legati all’estetica. Poi c'erano i centri sociali, si suonava nelle birrerie, oggi sembra che nessuno voglia più suonare tanto per farlo, si cerca un ritorno di immagine. Non vedo ventenni in grado di scuotere la scena musicale. C'è per una bella generazione intermedia rappresentata dai Baustelle, dai Giardini di Mirò, dai Perturbazione, dai Verdena. Ma non sono esattamente una nuova generazione. Quella purtroppo è rappresentata dai Finley».
- Per ''I Milanesi ammazzano il sabato'' avete messo in atto una strategia promozionale particolare, non più basata sulla solita dinamica singolo-album-tour. Penso all’anteprima dell’album con ''Le sessioni ricreative'' e al fatto che siete partiti col tour il giorno stesso dell’uscita del disco. Da quale necessità o voglia nasce questo?
«Dalla voglia di divertirsi un po' col marketing. Utilizzare canali insoliti ci consente di essere maggiormente noi stessi. Oltre ai concerti per esempio ci piace molto fare altri tipi di performance live, secret shows e coinvolgere anche altri artisti. Si tratta per noi di evadere dalla noia che rappresenta la musica oggi. Se la musica sta morendo è per gli standard ristretti imposti talvolta dal marketing. Standard che rendono tutto molto palloso».
- Il pubblico come ha reagito nei concerti alle canzoni che non conosceva?
«Si sa, al pubblico piace cantare... Per noi c'era l’assoluta esigenza di non trasformare il concerto in una autocelebrazione. Volevamo sorprendere la gente. Con ''I milanesi ammazzano il sabato'' abbiamo avuto un enorme successo di critica ma abbiamo un po' diviso il pubblico perché è un album estremo. Penso però che probabilmente chi non apprezza le canzoni nuove oggi, domani le canterà. Bisogna lasciare al pubblico il tempo di abituarsi, di ascoltare bene anche le sfumature».
- A proposito dei vostri fan, una cosa che ami e una che odi di loro...
«Amo il fatto che è un pubblico che si interessa tantissimo a quello che facciamo, anche quando proponiamo cose diverse. Odio invece il fatto che si debbano sentire per forza speciali in quanto fan degli After». - In un verso di ''Naufragio sull'isola del tesoro'' dici ''questa bambina ci salverà'', riferito a tua figlia di due anni. Da cosa ti doveva salvare?
«Dalla presunzione. Dal fatto di non aver capito che nella vita ci sono anche cose che non conosci, cose che ti cambiano, che ti fanno vivere in modo diverso, anche migliore».
- Qualche anno fa cantavi ''sui giovani d’oggi ci scatarro su''. La pensi così anche adesso? «Quando ho scritto quella canzone ero giovane, ora non lo sono più e non mi piace giudicare ciò che non conosco».
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